Quando il museo arricchisce la mostra

Un centro d’arte in Bretagna, in una città – Brest – segnata urbanisticamente e non solo dai bombardamenti. Un centro d’arte in un quartiere che si è salvato. E che propone il dialogo, assai ricco, fra astrazione e modernità.

Abstraction-Modernité - veduta della mostra presso il CAC Passerelle, Brest 2011

Brest è una città definita dalla luce. Distrutta dai bombardamenti che culminarono nella Battaglia di Brest durante la Seconda guerra mondiale, è stata interamente ricostruita secondo un piano geometrico connotato da grande mestizia e umiltà, sulle quali la luce continuamente cangiante distribuisce generosamente la dinamica della vita.
Il Centro di arte contemporanea Passerelle è sito nel quartiere di Saint-Martin, rispetto al quale i bombardamenti si sono distratti, lasciandolo grossomodo integro; occupa un grande spazio costruito a metà del secolo scorso e utilizzato come deposito, refrigeratore e cella di maturazione di derrate alimentari. È contrassegnato da una enorme quantità di luce; da una logistica varia, quando si  passa da uno spazio all’altro; da una programmazione interessante e attenta, che mette in relazione le tradizioni locali, le caratteristiche geografiche del luogo, le varie tradizioni artistiche.
Abstraction-Modernité
è la seconda di una coppia di esposizioni dedicate alla relazione tra l’astrazione e lo spazio geometrico e attinge a materiale conservato presso il Fondo Regionale di Arte Contemporanea bretone, la città di Rennes e il deposito del Museo d’arte di Brest.

Abstraction-Modernité - veduta della mostra presso il CAC Passerelle, Brest 2011

Le opere, per lo più quadri a impostazione geometrica – ma c’è anche un’installazione sonora, un grande gonfiabile dipinto e una scultura fatta di cavi d’acciaio -, dialogano con l’architettura dello spazio e con la luce in modo suggestivo, e ciò le distrae in parte da quello che viene presentato come un punto focale del progetto: la relazione fra astrazione e grafica, pittura e psichedelia. Si tratta di una distrazione felice e feconda perché, ad esempio, la pittura geometrica dialoga con i fondali dei muri dell’edificio e da grafica diventa piuttosto decorativa; si genera così un decorativismo spontaneo, non necessariamente eufonico e ricco di valori (cromatici, plastici, compositivi). Così succede in alcune sale, dove la geometria dell’intervento si intreccia con le definizioni architettoniche dell’edificio, oppure con i disegni definiti dalla luce che penetra piatta e secca negli spazi, creando scene, ambienti, situazioni emotive di grande suggestione.
Gli autori in mostra sono molti (quindici, fra i quali Mathieu Mercier ed Esther Stocker) e, all’interno della pratica geometrica, esprimono sensibilità e approcci diversi, alcuni più classici, altri più concentrati sulla composizione cromatica, altri ancora più concettuali, o decisamente concentrati sugli effetti ipnotici.
Nel complesso la mostra ha il merito di presentare una gamma di atteggiamenti interessante e ricca.

Abstraction-Modernité - veduta della mostra presso il CAC Passerelle, Brest 2011

Si aggiunge il valore di un’esperienza emotiva piacevole, generata dal bagno nell’atmosfera insieme architettonica e pittorica, ciascuna delle quali si accavalla all’altra in modo incontrollabile ma ben gestito da chi ha curato la mostra. Nella nostra percezione, pittura, grafica, decorazione, architettura, sedimentazione storica si mischiano e ciascuna componente offre spunti possibili per vivere le altre e per godere della situazione nel complesso.

Vito Calabretta

Brest // fino al 20 agosto 2011
Abstraction-Modernité

www.cac-passerelle.com

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Vito Calabretta
Sono nato in un paese di ottocento abitanti in provincia di Catanzaro, cresciuto a Ventimiglia e ho avuto una prima formazione scolastica a Mentone, in Costa Azzurra, dove ho frequentato anche il Conservatorio Municipale. Mi sono trasferito a Milano per iscrivermi a un corso universitario di Discipline Economiche e Sociali, mi ci sono laureato, ho vinto dopo anni di tentativi un dottorato di ricerca in storia della società europea. Mi è stato impedito di discutere la tesi di dottorato con l'accusa di non voler «fare lo storico, ma il Carlo Ginzburg, il Derridà, 'naltro po' il Rolanbàrt». Ne ho preso atto; nel frattempo avevo iniziato a frequentare i Seminari in Antropologia dei Poteri della École Française di Roma, avevo iniziato a collaborare con Il Manifesto e con L'Unità, a scrivere in versi e a lavorare sull'arte. Già da allora, in ogni caso, avevo iniziato a occuparmi delle stesse attività: affrontare realtà, cercare di capire qualcosa, raccontarlo. Spero di riuscire a continuare ancora.