Riso amaro. Al MoMA c’è Alÿs

Dopo la Tate di Londra e il Wiels di Bruxelles, “A Story of deception”, retrospettiva dedicata a Francis Alÿs, approda nelle sale del MoMA di New York, dove sarà visitabile fino al 1° agosto. Una serie di lavori video che raccontano azioni minime ma intense. Tanto inutili quanto faticose. A volte si sorride, ma con amarezza.

Francis Alÿs

Al sesto piano del MoMA di New York, le ampie sale espositive della Special Exhibitions Gallery valorizzano appieno i lavori di Francis Alÿs (Anversa, 1959; vive a Città del Messico). Le sue opere sono racconti allegorici, essenziali, paradossali, a tratti poetici; sono suggestioni al limite del nonsense, spesso tratte da infortuni urbani. Azioni e segni trafugati nei quartieri di Città del Messico, dove impera la deriva socio-culturale: un’umanità privata di tutto, di solidarietà e di appartenenza. In questa commedia dell’assurdo, i gesti – a volte le gesta – sono replicati in loop, sempre uguali.
Apre l’esposizione Patriotic Tales, video in bianco e nero proiettato sulla parete d’entrata. Un uomo si porta dietro una fila di pecore girando intorno alla colonna dell’alzabandiera dello Zocalo, piazza simbolo di Città del Messico. Andamento lento, atmosfera opaca e spossata, nulla interviene a scrollare la sensazione di desolazione provata dal visitatore. Intorno a questo movimento monotono c’è solo il deserto. Pian piano, ma inesorabilmente, dopo ogni giro scompare una pecora, fino a lasciare solo e indivisibile l’unico animale legato al principale artefice del girotondo.
Sono azioni spesso minime quelle che l’artista riprende, con la consapevolezza che, perpetrate ossessivamente nel tempo e nello spazio, possano esprimere i mutamenti impercettibili nell’evoluzione sociale di un popolo. Saranno importanti, significativi o del tutto inconsistenti? Alÿs sospende il giudizio con atteggiamento ironico-pessimista, ma persegue l’obiettivo senza arrendersi, pur lasciando alla storia la sentenza.

When Faith Moves Mountains (making of) by Francis Alÿs from olu odukoya on Vimeo.

Il percorso espositivo ruota attorno a tre opere video recentemente acquisite dal museo statunitense. Si tratta di Re-enactments (2001), When Faith Moves Mountains (2002) e Rehearsal I (Ensayo I) (1999–2001). Il primo è costituito da due video, in cui si vede l’artista che gira per Città del Messico con un fucile carico: performance sempre al limite tra finzione e realtà. L’opera successiva testimonia invece un’imponente azione collettiva, svoltasi a Lima, durante la quale cinquecento volontari sono impegnati a spostare di pochi centimetri, a suon di pala, una duna di sabbia.
Il terzo video è ambientato a Tijuana. Catapecchie assolate, polvere, cani randagi e un Maggiolino rosso che cerca di percorrere una strada in salita. L’impresa è improba, e il mezzo si ferma, quasi immobilizzato dall’inerzia. Dopo un attimo inizia a però a retrocedere, tornando al punto di partenza. E ricomincia l’impresa. Massimo sforzo, minimo risultato. Intanto, una banda suona in sottofondo. Sono azioni contro ogni logica, a cui si accompagna una visione poetica che nelle immagini spesso prende il sopravvento. A volte strappa persino un sorriso, anche se non c’è niente da ridere.

Daniela Cresti

New York // fino al 1° agosto 2011
Francis Alÿs – A Story of deception
www.moma.org

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Daniela Cresti
Daniela Cresti, nata a Grosseto nel 1950, è residente a Firenze. Laureata in scienze chimiche, fisiche e naturali presso l’Ateneo fiorentino. Nel 1974 inizia la sua attività lavorativa come insegnante continuativamente fino al 1992, anno in cui si occupa a tempo pieno di Arte Contemporanea. Nel 2001 comincia la collaborazione con la rivista ExibArt che continua ininterrottamente fino al 2011. Dal 2003 al 2008 collabora con la rivista cartacea SEGNO e cura (fino al 2006) le mostre della rassegna annuale Cotto ad Arte. Collabora come curatrice con la Galleria La Corte di Firenze. Nel 2011 inizia la collaborazione con Artribune. Attualmente collabora anche con la rivista iOVO.