La vita oltre la performance

Che succede all’arte che sceglie di esistere nell’effimero “qui e ora”? Cosa capita quando l’istante è fuggito? Vanessa Beecroft da Lia Rumma a Napoli, fino al 10 settembre. Per vedere cosa resta delle performance.

Vanessa Beecroft - VB66.128 - 2010-11 - courtesy Galleria Lia Rumma, Napoli-Milano

Il rischio della mostra documentativa è dietro l’angolo quando tutto nasce da performance. Ma qui il close-up degli scatti sugli occhi madidi di fissità, le dilatate sequenze filmiche sui volti inanimati delle modelle, deserti inabitati da emozioni, e soprattutto le soluzioni allestitive, innescanti inediti dialoghi tra sculture, video e foto, infondono ulteriore senso nei lavori di Vanessa Beecroft (Genova, 1969; vive a New York) tratti da VB66 e VB67.

Al centro di tutto, una bellezza vulnerabile, persa, confusa, non trionfante come quella classica o rinascimentale, ma in cerca di uno sguardo altrui che, più che di desiderio, sia strumento costruttivo di identità. Membra e spiriti, proprio come l’entità del bello oggi, si smarriscono nell’inanità di un ruolo ormai esautorato, spauriti dalla vuota decorazione che ritornerà bellezza solo rivivendo in nuove funzioni e definizioni.

Diana Gianquitto

Napoli // fino al 10 settembre 2011
Vanessa Beecroft – VB66-VB67
www.liarumma.it

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Diana Gianquitto
Sono un critico, curatore e docente d’arte contemporanea, ma prima di tutto sono un “addetto ai lavori” desideroso di trasmettere, a chi dentro questi “lavori” non è, la mia grande passione e gioia per tutto ciò che è creatività contemporanea. Collaboro stabilmente con Artribune dal suo nascere, dopo aver militato fino al 2011 in Exibart. Curo rassegne, incontri, mostre, corsi, workshops e seminari in collaborazione, tra gli altri, con il Pan – Palazzo delle Arti Napoli, il Forum Universale delle Culture 2010, la Facoltà di Sociologia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, l’Accademia di Belle Arti di Napoli, l’Università Parthenope e le gallerie Overfoto e Al Blu Di Prussia. Sono da anni ideatrice, curatrice e docente di corsi e laboratori di avvicinamento all’arte contemporanea in numerosi enti culturali, condotti secondo una metodica sperimentale da me ideata che sintetizzo sotto il label di CCrEAA - Comprensione CReativa e Empatico Ascolto dell'Arte e che mira a promuovere un ascolto empatico dell’arte allo scopo di una sua comprensione, comunicazione, divulgazione e veicolazione più profonda e incisiva. La mia ricerca è orientata in particolare verso le forme espressive legate alle tecnologie digitali, all’immateriale, alla luce e all'evanescenza, a un’evocazione di tipo organico, a una ricognizione olistica del senso antropico ed esistenziale capace di armonizzare indagine estetica, sensoriale, cognitiva, emotiva e relazionale. [ph: Giuliana Calomino (particolare)]
  • SAVINO MARSEGLIA (curatore indipendente)

    LA “BELLEZZA” NON DEFINITA DI VANESSA BEECROFT

    Diana Gianquitto: si tratta proprio di definire l’indefinibile che c’è nella “bellezza” ? Milioni di parole sono state scritte e dette a questo riguardo, eppure noi, tutti, rimaniamo sospesi, indifferenti o estasiati di fronte all’idea stessa di “bellezza”.

    E’ questo potrebbe non bastare per concludere che la “bellezza”, dev’essere qualcosa di unico, distintamente legata all’universo individuale. Una cosa è certa, la “bellezza” non è finzione, non è perfezione che non si raggiunge mai.

    Ripeto, è qualcosa di unico, di eccezzionale, che consiste proprio nell’aspirare ad un sentimento spirituale unico e totale che assomiglia molto all’idea di “bellezza”.

    Naturalmente, non è compito mio stabilire l’esatta definizione di “bellezza”, ma se le sole ombre dai contorni confusi di queste immagini di Vanessa (prevedibili donne d’oggi) meritano tante lodi da parte dei cosiddetti critici d’arte, allora non rimane che un’ effimera idea di “bellezza”. E’ solo contentamento facile di un’ arte addomesticata, che si presenta smarrita nel tempo e nello spazio, che scorre solo nelle arterie malate della contemporaneità, non certo nelle utopie del bello spirituale tracciate nell’arte arte classica e rinascimentale.
    saluti

  • Andrea

    complimenti savino, è un ottimo commento..

  • anna

    oramai le performance sono accademia pura. completamente vuote, tutte………..

    • SAVINO MARSEGLIA (curatore indipendente)

      Giusto Anna! In definitiva, per un artista che si dice tale…qual è il modo più “intelligente”, di esibirsi in una “performance”, come chiave esplicativa di chissà quale nuovo linguaggio visivo?

      Evidentemente, per rispondere a questa domanda e a tante altre consimili è necessario rileggere la storia del dadaismo, del futurismo e delle avanguardie russe.

      E’ necessario saper identificare l’origine della “performance” del “happening”. In breve, è necessario superare tutto questo, altrimenti come dici tu: “sono accademia pura…completamente vuote tutte…”
      saluti

  • Già negli anni ’90 (almeno in Italia) incominciavo a intravedere l’inutilità di tanti tipi di performances che piovevano a valanga spesso tutti “uguali”, ma almeno erano ancora come dei passi quasi obbligati, (almeno per alcuni performers), per tanti altri mode da seguire, per altri documentazioni da metter su veloci in quel “qui e ora” del momento… Ma oggi rischiano davvero di essere fermi al “lì e allora”…
    Il fim Zombi di Romero ha già detto tutto circa i manichini e gli stessi zombi…
    Oggi invece sembrano ormai diventati zombi gli stessi performers…

  • La prrfomance è un medium come tanti altri e come tutti i media ha bisogno di essere “reimventato” ogni volta o, per meglio dire, ha bisogno di essere utilizzato per esprere nuovi concetti o, almeno, approfondirne e scoprirne nuovi aspetti di già “espressi” altrimenti diventa banale cliché e questo è il grande rischio di chi (come Beecroft, ma anche tanti alri) avuto un meritato successo con un certo tipo di performance (per convinzione, stanchezza, convenienza?) finisce per riproporla in mille versioni diverse “esteriormente” ma intimamente “eguali a sé stesse”. Questo non significa che la “performance” sia morta o in crisi o che non si riesca piú ad esprimersi attraverso questo medium, due esempi? “l’ombrofago” del grande Luigi Ontani e le splendide “pagine”, su Nero ed altri “magazins” di Gianni Colosimo .

    • … infatti, meglio precisare meglio, io parlavo di un “certo tipo” di performances… Ma è anche vero che a volte i veri cambiamenti incominciano con l’usare parole differenti per poter esprimere meglio, appunto, concetti che_ se nuovi_ sono per forza di cose differenti.