I coniugi Saudek e le profondità del corpo

L’eccesso sensuale dei corpi, la pelle innervata di simboli di vita e morte, di purezza e perdizione. Come in una poesia di Baudelaire. È la retrospettiva di Jan e Sara Saudek, in corso a Roma, da Mondo Bizzarro Gallery, fino ai primi di settembre.

Jan Saudek

Se ci fosse una filigrana nella complessità della vita, Jan Saudek (Praga, 1935) saprebbe oltrepassarla con gli occhi, per raggiungere la carne che pulsa e le visioni che racchiude. È proprio a quel nucleo bollente che arriva, lasciando filtrare costellazioni di simboli che poi districa e organizza nell’universo formale che lo ha reso noto. Per la retrospettiva da Mondo Bizzarro, il lavoro del fotografo è affiancato a quello di Sara Saudek, sua assistente, modella, moglie, ma anche fotografa a sua volta. Vicina all’immaginario del marito, lo rivisita secondo una sensibilità femminile, aprendosi a una delicata joie de vivre dove lo sguardo nel profondo è indivisibile dalla semplicità. Peccato che la grande quantità di fotografie esposte costringa a una successione troppo lineare, che tende ad attenuare la tensione visiva. Una maggiore attenzione agli spazi bianchi avrebbe dato un ritmo più intrigante all’allestimento.

Daniele Fiacco

Roma // fino al 4 settembre 2011
Jan Saudek & Sara Saudek – Retrospettiva 1992-2003

a cura di Barbara Collevecchio
www.mondobizzarrogallery.com

  • Giuseppe

    Bravissimo, belli ed originali quegli sfondi costituiti da muri umidi.
    E’ il migliore valorizzatore delle donne, anche e soprattutto di quelle vere, fatte di carne, ciccia ed anni.
    Penso che cominciamo ad essere stufi delle belle modelle di plastica.
    Così come cerchiamo la bontà con la frutta bio (che ovviamente non può essere bella ma buona) così dobbiamo fare con l’ universo femminile.

  • Daniele Fiacco

    L’articolo pubblicato dalla redazione manca di quella che per me è la parte principale. Lo riporto per intero qui di seguito.

    Con Jan e Sara Saudek nell’eccesso sensuale dei corpi, nella pelle innervata di simboli di vita e di morte, di purezza e perdizione, come in una poesia di Baudelaire o di Rimbaud.

    Se ci fosse una filigrana nella complessità della vita, Jan Saudek (Praga, 1935) saprebbe oltrepassarla con gli occhi, per raggiungere la carne che pulsa e le visioni che essa racchiude. È proprio a quel nucleo bollente che arriva, lasciando sboccare costellazioni di simboli che poi districa e organizza nell’universo formale che lo ha reso noto. L’esperienza di Saudek ha inizio in uno scantinato in cui si rifugiava per eludere il controllo della polizia. La Seconda Guerra Mondiale e il Comunismo sono come masse filamentose di orrore che l’artista attraversa per porsi, specularmente, all’origine di un mondo di immagini dove predominano stupore e bellezza. Per la retrospettiva da Mondo Bizzarro il lavoro del fotografo è affiancato a quello di Sara Saudek, sua assistente, modella, moglie e fotografa a sua volta. Vicina all’immaginario del marito, lo rivisita secondo la sua sensibilità femminile, aprendosi a una delicata joie de vivre dove lo sguardo nel profondo è indivisibile dalla semplicità. Peccato che la grande quantità di fotografie esposte costringa ad una successione troppo lineare che tende ad attenuare la tensione visiva. Una maggiore attenzione agli spazi bianchi in alcuni punti strategici avrebbe dato un ritmo più intrigante all’allestimento.

    Daniele Fiacco

    • nda

      “masse filamentose di orrore”?!?! meno male che c’è una redazione, dovresti ringraziare ;)

    • Lorenzo Marras

      cit. “Per alcune ore vago per la città, cercando di ricordarmi chi aveva parlato bene di questo film. Io avevo letto una recensione su un giornale, e avevo letto qualcosa di positivo su Henry. Improvvisamente mi viene in mente… Trovo l’articolo e lo voglio proprio copiare sul mio diario. Eccolo qua:

      ‘Henry uccide la gente, ma è quasi un buono, di poche parole, contano i fatti. Invece il suo amico Otis è una carogna. Henry vive una “pazzesca” solidarietà con le sue vittime, è un principe sangue blu dell’annientamento e promette una morta pietosa, Otis no. Il regista risveglia il suo pubblico in un incubo ancora peggiore con una doccia finale di splatter, occhi infilzati, carne martoriata. L’abominio. Henry è forse il primo a violare e vilipendere con tale lucidità la filosofia criminale dei lombrosiani di Hollywood’

      Ecco, penso, ma chi scrive queste cose non è che la sera, magari prima di addormentarsi, ha un momento di rimorso?”

      • Lorenzo Marras

        …e ricorda, caro Daniele Fiacco, una di queste notte io verrò a farti visita, mi siederò accanto al tuo letto, e ti somministrerò una sana dosa di Cura Ludovico in versione morettiana.

        youtube.com/watch?v=ruv2MJQ66MU&feature=related

        (così impari a farci leggere queste cose!)

      • hm

        – Henry è forse il primo a violare e vilipendere con tale lucidità la filosofia criminale dei lombrosiani di Hollywood’ –

        frase sublime che per la tua limitatezza non sei riuscito a cogliere, mentre citare moretti è indice di povertà intellettuale . hai finito di clonare lorenzo marras o no?

        • Lorenzo Marras

          Quanto sei geloso (ed egotista), hm!
          Eddai, presto tornerò a rivolgere le mie attenzioni a te, vedrai ; )

          • hm

            no dai inventati un altro nome che ci faccia comprendere meglio la tua psiche già visibilmente limitata . dopo moretti mi aspetto una citazione di woody allen . ma vanno bene anche lily allen e lucio dallen, allen ginsberg e isabel allen de, tutta gente che stimerai un casino . toh guarda inizio io lo faccio per te :

            Blues dello sballato (cit.)

            Sì sono uno sballato, non credo alle vostre leggi
            Ehi Signor Poliziotto sono uno sballato, togliti
            quello spinello dalle mascelle
            Sono uno sballato e esco di galera perché

            Sono uno sballato seduto in camera mia fatto
            Non mi accendo nemmeno uno spinello non so perché
            Sono uno sballato di natura sotto il cielo vuoto

            Sì sono uno sballato non sniffo cocaina
            Sento i muri trillare, il naso mi fa ancora male
            Nevica su tutta New York datemi due soldi d’elemosina

            Oh sono uno sballato avreste dovuto vedermi infilare la vena
            Già avreste dovuto vedermi mentre m’iniettavo la bianca eroina
            mi venivano i sudori ma non mi sono mai bruciato il cervello

            Ehi ehi Oh Signor Sballato io ho fatto l’acido
            Ho visto le torri di Manhattan ritte per l’Eternità
            Dieci anni fa avresti dovuto salire con l’ascensore insieme a me, Santo!

            Ah Ah sono uno sballato filonegro Comunista Frocio Culattone
            Sono un beatnik hippie capellone ma non sono mai stato un inquadrato
            Ma se tu Mamma vedrai la mia foto sul giornale dirai che sono pulito

            Ehi sono uno sballato sono uno sballato respiro dolce aria pulita
            Non mi buco più d’anfetamina sono uno sballato dappertutto
            Sono uno sballato all’occhio del poliziotto Sì Non osano
            sbattermi in galera per droga non porto droga in giro
            sono solo uno sballato di natura mi piace sedere per terra
            tutto nudo coi vestiti indosso e fare il suono di un mantra blu

            Sono uno sballato sono uno sballato voglio sbatter dentro la mente nazionale
            Vado a metter acido nelle vostre preghiere e gas esilarante nel vento
            Etere e peyote da accecare il monte Ranier –

            Sono uno sballato, rotolo l’anima nell’erba amica
            Sballato Sballato non porto Niente addosso tranne Dharma nel deretano
            Sììì tutti voi sballati ascoltatemi! Voi laggiù della media borghesia!

            Ohi sballato ricco quand’è che cambierai i regolamenti?
            Ehi sballato in bolletta iscriviti al Partito Rivoluzionario Socialista altrimenti
            Legalizzeranno l’esistenza, ognuno cavalcherà un grande cavallo bianco

            allen gaynsberg

    • Egregio Sig. Daniele Fiacco (Come vede Le do dovutamente del Lei acciocchè Ella non abbia a pensare che mi prendo della confidenza non autorizzata) mi permetta alcune considerazioni a proposito del Suo Articolo e dei commenti successivi:
      1) Capisco benissimo e ritengo sia perfettamente giustificato il Suo disappunto per aver visto pubblicare il Suo articolo con alcuni tagli, immagino che la cosa debba seccare a chi scrive un pezzo
      2) Dato che qui è possibile commentare “ad libitum” Lei ha avuto, praticamente in tempo reale rispetto alla pubblicazione del pezzo accorciato, la possibilitá di pubblicare per intero il Suo articolo cosí che tutti avessero la possibilitá di leggerlo per intero
      3) un commentatore ha criticato il Suo pezzo e questo fatto, assolutamente normale, ha scatenato una Sua reazione spropositata, decisamente volgare diretta contro chi ha (non censurato) ma “accorciato” il Suo pezzo, la Redazione quindi, accusandola di essere “asservita” (dicamo cosí per evitare inutili volgaritá). Ma a questo punto mi scusi la domanda: se è questo che pensa della redazione di Artribune perché mai contribuisce un Suo pezzo ad essa? O forse a Lei va anche bene accompagnarsi coi
      “lecchini

      • …scusi riprendo… accompagnassi coi lecchini a patto che pubblichino i Suoi articoli?
        Ultime due considerazioni : con tutta onestá il Suo articolo, che appariva ampolloso, inutilmente e inappropriatamente (dato il soggetto) aulico, nella versione “editata” diventa insopportabilmente infarcito di trito liricismo affettato che lo rende molto piú credibile come testo comico che come testo critico descrittivo.
        Ultima considerazione, anche se si sposa perfettamente con un’interpretazione “comica” della Sua complessiva prestazione su queste colonne il tono del “Lei non sa’ chi sono io” lo lasci alle mitiche “spalle” dei compianti Totò, Tognazzi, Chiari che in bocca (o sulla penna di altri, come Lei, ad esempio) piú che ridere fa pena.
        La saluto ben distitamente

  • Daniele Fiacco

    Di solito non replico mai alle non critiche dei non lettori, ma stavolta faccio un’eccezione.

    Mi chiedo come mai nessuno abbia saputo spendere una parola, ripeto, una parola, non un ululato da cagnolino in fregola, contro i tagli che le redazioni fanno brutalmente senza concordare nulla con gli autori. Che questo sia un paese di troie di regime e di scagnozzi arroganti con la puzza sotto il naso (la puzza della merda che staccano con la lingua dai culi dei loro amici, protettori, parenti, parroci, ecc.) si sa, ma io non riesco davvero ad abituarmi all’idea. Che piaccia o meno, un testo si pubblica così com’è, e chi non protesta verso queste cose si merita tutta la prepotenza che subisce, spesso anche gratis. C’è una grande differenza tra un editing e un taglio, e qui è stato fatto un taglio brutale. Non mi sta bene.

    Quanto a lei, caro Marras, che è anche poco originale nel dare del tu a una persona che non è sua sorella, potrebbe almeno commentare per bocca sua, invece di scomodare Nanni Moretti e la cura Ludovico (cose così poco spiritose se voleva sembrare simpatico!). Venga pure a trovarmi, casomai di giorno e in un luogo pubblico (visto che accanto al mio letto non la voglio)… le tirerò fuori la lingua, se ne ha ancora una, e le dimostrerò che ha lo stesso odore di quelle di cui ho parlato sopra. Come faccio ad essere sicuro che sia così? Intuito maschile…

    • Lorenzo Marras

      Pietro Verri – “Il Tu, Voi e Lei”

      Gli antichi Italiani, ne’ tempi ne’ quali da Roma si spedivano i decreti all’Inghilterra ed alla Siria, parlandosi l’un l’altro usavano la seconda persona singolare, e così scrivendo Orazio ad Augusto diceva: “Godi piuttosto un nobile trionfo, ed udirti acclamar Principe e Padre: né inulto cavalcar veggesi il Parto, te Duce Augusto”. Né altro modo di conversare era in que’ tempi conosciuto in Italia. Credevasi allora che i precetti dell’urbanità non fossero giammai violati dalla natura delle cose, e perciò per disegnar la persona sola alla quale si parlava dicevasi Tu. Noi, che grazie al Cielo abbiamo degli oggetti che ci occupano assai più vasti di quelli che non avevano gli antichi Italiani, noi, che per conseguenza siamo uomini d’una importanza altrettanto maggiore, non soffriamo che ci venga dato del Tu; e la ragione si è perché ciascuno di noi vale almeno per due, onde in tutta confidenza ci vien dato del Voi, anzi, malcontenti di valer per un paio, esigiamo con ogni ragione che nessuno ardisca d’indirizzare il discorso né supponendoci uno né supponendoci più d’uno, ma bensì che si parli alla nostra Signoria. Noi propriamente siamo tanti sultani, e chi ci parla non deve osar di parlare a noi, ma deve esporre i suoi pensieri alla nostra inseparabile Signoria, che fa l’ufficio di gran visir. I Tedeschi sono andati ancora più oltre di noi, poiché, sembrando troppo modesta la creazione d’un solo gran visir, hanno creati molti gran visir per un sultano solo, e così parlano sempre a Loro, terza persona del numero plurale. Da queste vaghe invenzioni de’ nostri antenati ce n’è venuto il vantaggio di trovarci in continua dissensione colla grammatica, di dover rendere le idee nostre con infiniti giri di parole, di snervare sensibilmente tutto ciò che vogliam dire e di tassellare il discorso con moltissime riempiture che non contengono veruna idea. Nello scrivere poi con tante raffinatissime invenzioni è cosa da rovinar un galantuomo, perché bisogna supplicare divotamente la Sua Signoria a concederci l’onore de’ riveriti suoi comandamenti e la gloria di protestarci divotissimi ed obbligatissimi servitori, cose tanto gentili e belle che, se le trovassimo scolpite sulle piramidi d’Egitto da que’ scultori medesimi che adoravano le cipolle, i coccodrilli e i buoi, ancora dovrebbero parere strane alla ragione. Se a Tullio allorché faceva la soprascritta delle sue lettere in questi termini, A Cesare Imperatore, avesse taluno detto: “Sappi, Tullio, che da qui a diciotto secoli, in questo luogo stesso ove tu scrivi, si dovrà al più meschino avvocatello scrivere così: All’Illustrissimo Signore Signore Padrone Colendissimo il Signor Avvocato Tale”. Che avrebbe mai pensato il consolare Tullio in que’ tempi? I Francesi e gl’Inglesi si sono dipartiti dalla ragione meno di noi; ma i Francesi camminano già alla terza persona di gran galoppo; e i più naturali e costanti nel bene su questo articolo fralle nazioni a noi vicine sono i Napoletani. Se io scrivendo a un gentiluomo dicessi per esempio così: “Sappi ch’io stimo la tua virtù, bramo la tua amicizia, desidero di provartelo”, qual inurbanità o licenza potrebbe mai rimproverarsi al mio stile? Eppure son costretto a esprimere presso a poco questi miei pensieri con questa faraggine di palloni da vento: “Prego V. S. Illustrissima ad essere persuasa che è profondissima in me la stima delle nobili sue virtù, che sarei felice se potessi ottenere l’onore della sua grazia e che qualunque volta la medesima si degnerà concedermi le occasioni per contestarle la verità di questo mio riverente desiderio Ella accrescerà que’ titoli in me pe’ quali ho la gloria di dirmi divotissimo obbligatissimo servitore”. La metà per lo meno di queste parole sono vuote di senso e la terza parte sono bugie; il gentiluomo che riceve la mia lettera la considera come un foglio di carta sporcato d’inchiostro secondo si usa, me ne spedisce un altro sullo stesso conio e con questa mutua maniera di scrivere si rimane sempre sul liminare della corrispondenza senza entrarvi mai. Dico di più che lo stile diventa talmente languido che non è possibile l’esprimere bene e nobilmente con esso verun pensiero un po’ superiore alle volgari officiosità. Questa verità la sentono a prova tutti gl’Italiani che vogliono nella lor lingua scrivere conservando un carattere elevato. I tragici singolarmente sono nella necessità di ricorrere alla semplicità antica per sostenere con dignità il dialogo: “Signor, che pensi? In quel silenzio appena Riconosco Caton. Dov’è lo sdegno etc.” Così si parla a Catone. Se invece l’autore avesse detto: “Che pensate, o Signor?”, ognuno sente quanto sia meno augusta questa seconda maniera di parlare. Se poi invece dicesse: “Che pensa Vostra Eccellenza, Signor Don Catone?”, la tragedia farebbe ridere assai. Questa prova facciasi su mille altri esempi, e troverassi che, sostituendo il nostro Voi o Lei al Tu che ci detta la natura, ogni più bel discorso deve necessariamente snervarsi. I Quaker, fralle molte stravaganze che hanno voluto immaginare, hanno però questo di buono, ch’essi non parlano altrimenti a veruno, né a veruno scrivono, che in seconda persona singolare. Scriveranno essi al re in questi termini: “Sire. Ci rallegriamo del tuo avvenimento al trono, sappiamo che tu sei giusto, che sei illuminato, che sei clemente, onde renderai cospicuo il tuo regno e memorabile presso i posteri per la felicità pubblica. Possa tu godere per molti anni delle benedizioni nostre e della gloria di aver beneficata l’umanità. Il nostro amore e la fedeltà nostra per la tua Real Persona sono eguali alle luminose tue virtù. Tai sono i veri sentimenti de’ fedeli tuoi sudditi”. Così si scriveva a Cesare, ad Augusto ed agli altri imperatori mentre l’Impero romano comprendeva buona parte d’Europa e s’estendeva sull’Asia e sull’Africa. Pare che col tempo a misura che son venute meno le cose sieno diventate più ampollose le parole, e che gli uomini abbiano cercato di farsi una illusione con ciò e nascondersi il proprio decadimento. Le formalità in ogni genere sono sempre tanto più care e imprescindibili quanto è minore la vera forza fisica. Un certo signor Agapito Stivale, discendente da quattro o cinque oziosi che avevano consumato il grano di alcune pertiche di terra vivendo oscuramente in un villaggio e che perciò si credeva nobile, ricevette una lettera curiosa, e nella soprascritta vi stava così: “Al conosciutissimo che comanda, che ha diritto di comandare, da coltivarsi moltissimo, che comanda, Agapito Stivale”. Il signor Agapito fu meravigliatissimo per tutto questo caos di roba, e ciascuno de’ miei lettori lo sarà al pari del signor Agapito sin tanto che non faccia la seguente riflessione: che conosciutissimo rassomiglia molto a Illustrissimo, che Signore è quello che comanda, che Padrone è quello che ha diritto di comandare e finalmente che Colendissimo è la stessa cosa che il dire da coltivarsi moltissimo; e la stessa impressione che fanno i titoli dati al signor Agapito a tutti noi, la devono fare presso i forestieri i titoli ordinari delle nostre lettere, e probabilmente la faranno anche presso gl’Italiani che verranno dopo di noi. Io vado sperando che torneranno gli uomini ad essere una unità ed a non vergognarsi d’esser uomini; più la coltura dell’ingegno s’avvanza e più ci accostiamo a quella vera e dolce urbanità che consiste semplicemente nel non cagionare dispiacere o disagio ad alcuno, conformando liberamente i modi nostri alla natura delle cose e non contorcendo né la persona, né la lingua, né i pensieri su i modelli ereditati. Allora si scriverà e si parlerà come esige la ragione. Frattanto conviene avere la santa flemma e presentare le nostre imbarazzatissime circonlocuzioni alle Signorie acciocché le passino agli uomini possessori di quelle Signorie, e lasciar che la grammatica si lagni se scriviamo in femminino anche agli uomini: Ella sa, Ella ben conosce, ec. E indirizzare le nostre lettere agli Illustrissimi Signori, Signori Padroni Colendissimi, poiché tali mutazioni sono l’opera del tempo, non mai della ragione.

      • geafrost

        Marras ora ce lo devi tradurre in sardo!!!

        • Lorenzo Marrars

          Se me lo chiedessi tu, mia cara, sarei disposto a tradurre anche in giapponese (che dovrei imparare, peraltro)…

          Ah, sapevi che sto divorziando…?
          ; )

          • gea, e dappaischide meta issu de limba.

          • Lorenzo Marras

            LorenzoMarras, si semus sa mattesi pessone, deo isco faeddare in limba! No sias maccu…

          • E tando proite non faedda cun sa pizzochedda?

    • Lorenzo Marras

      Per quanto riguarda il commentar per bocca mia, beh, non si pretenda troppo da me; io, che ho portata ontologica pari a quella della reificazione di un’idealizzazione (LorenzoMarras), potrò mai raggiungere un qualche grado di autonoma soggettività?
      Siamo realisti, su…

      • Carlo

        Scusa, ma di che città/paese sei, di preciso? Io sono di Cagliari e non ci capisco niente, del tuo dialetto.
        P.S. Fiacco ha ragione. Magari è un po’ brusco, ma ha ragione.

    • Sergio

      forse dovresti smetterre di pubblicare su questa testata, altrimenti finisci per leggittimarla. Come sto facendo io ora anche se non avrei voluto.

      • Lorenzo Marras

        Amico mio, pagami per scrivere altrove e lo farò.

        • Sergio

          mi riferivo al buon Fiacco non a te

        • silvano

          quindi sei pagato qui per scrivere questa roba??

          • Gentilissima Redazione chiedo che venga rimosso il commento a nome Silvano fatto alle ore 11.14 per i seguenti motivi :
            Primo perché domanda fuori tema
            Secondo perché vorrei evitare di interloquire con il medesimo con la prospettiva , sicura, di derive verbali di cui in questo spazio si è sconsigliato l uso.
            Si ringrazia.

          • silvano

            tu che parli di derive verbali?..che coraggio che hai…”da vendere”

  • Bianco Bianchi

    Non si preoccupi Sig. Fiacco, questa gente cadrà a breve. Certe cose stanno cambiando e l’ostinatezza di certe persone nel giudicare e addirittura censurare ormai è solo da compatire. E’ gente che non si accorge, non recepisce, non vede ciò che sta accadendo. Uno dei nodi della questione è comune a tutte le arti, dal teatro all’arte contemporanea, alla poesia e alla letteratura risulta ormai evidente che gli artisti hanno taciuto per troppo tempo e che oggi vogliono riprendersi TUTTO. Sperimentare è una parola troppo debole, bisognerebbe inventarne un’altra. “masse filamentose di orrore” è una frase che suggerisce molto, ed è senz’altro un modo per affrontare la paura e il giudizio. Lasciamoli giudicare, questa gente è vuota. RIPRENDIAMOCI TUTTO VV

    • Caro Bianco Bianchi, sono propri le persone che pretendono il”lei” su pagine come queste e che perdono un ora per distillare frasi come “masse filamentose di orrore” che non hanno ancora capito che il mondo sotto i loro piedi (ammesso che posino i piedi sul mondo e non cibavo sempre nelle loro iperboli) sta cambiando e tantomeno, ovviamente, in che direzione sta andando. Un artista non ha bisogno fi una parola nuova per sostituire “ricerca” ha bisogno di trovare ogni giorno nuova energia per il suo percorso, poco importa quale nome gli dia. Con i Daniele Fiacco che cosa vuoi mai riprenderti? Al massimo ti possono dare un ” nuovo bla-bla-bla” per il prossimo catalogo (pagando s’intende) pieno di “belle parole” vuote di senso!

  • Elena

    Premetto che non ho visto la mostra da Mondo Bizzarro, ma mi nasce spontaneo riflettere sui tagli scagliati a lama molto speso dalle redazioni.

    La parte tagliata forse è il nucleo del lavoro di Jan Saudek. Si comprende meno a fondo.una fotografia se non si sa da dove proviene.
    Perché siamo ciò che siamo, perché abbiamo attraversato certe esperienze, sensazioni, quindi pensieri, che poi sono la linfa di ogni percorso artistico.

    Direbbe Artaud “Le idee che ho le invento soffrendole io stesso, passo passo, io scrivo soltanto ciò che ho sofferto punto per punto in tutto il mio corpo, quello che ho scritto l’ho sempre trovato attraverso tormenti dell’anima e del corpo. (Lettera di Artaud a Jean Paulhan del 10 settembre 1945).”

    Ci lamentiamo dei tagli che vengono fatti alla cultura, senza prima riflettere sui tagli che la cultura stessa – quotidiani in qualunque forma -. adduce spesso alla stessa, decurtando affermazioni importanti. A che pro, poi?
    Ci sono tagli funzionali alle scelte redazionali circa il numero di battute (non mi sembra il caso di questo articolo), ma ci sono tagli che vengono fatti a volte privando lo slancio e l’intenzione che lo scrivente ha voluto dare. Ed è su questo secondo punto che mi domando.
    L’articolo è di chi lo scrive o della redazione che lo pubblica? Di entrambi, mi direte. Eppure troppo spesso si de-personalizza i contribuiti per seguire una propria linea editoriale. A voi, Artribune che avete ben il coraggio di osare, dico a volte, magari, di osare un pò di più.
    Che siamo qui anche per questo: per dire ciò che altri non dicono, ciò che non si può e non si deve dire. Per fare la differenza.

    Quanto a Marras, trovo fuori luogo tutta questa veemenza.
    Considerazioni senza alcuna pretesa di verità, ma di riflessione.

    • Gentile Elena vedo che lei onora Artaud! Mi correrebbe l obbligo di contestarle in peccato di lode, seppur veniale, ma altrettanto fuori luogo.
      Ma siccome sono anche io peccatore ed in tale guisa indulgente, la perdono come farebbe il divino Artaud

    • Cara Elena, la tua accorata perorazione è perfetta ma… hai letto bene l’articolo per il quale tu l’hai formulata? Trovi davvero in esso qualche cosa che valesse la pena dire? Qualche cosa che altri non dicono perché non si puó dire? I tagli operati tolgono davvero lo slancio e l’intenzione ? Personalmente non lo credo proprio, io ho trovato l’articolo ampolloso e le parti tagliate assolutamente pleonastiche… comunque…

  • Massimiliano Tonelli

    Beh almeno le tristissime frasi di Daniele Fiacco fanno comprendere ai lettori quanto complicato sia per noi fare ogni giorno un sito aggiornato e zeppo di notizie, recensioni, informazioni. Per farlo occorre avere tanti corrispondenti. E occorre gestirli. Quando capita, come vedete, occorre gestire anche personaggi di tal guisa. Che se hanno qualcosa da ridire contro la redazione, invece di scrivere una mail o fare una telefonata, attaccano sul commentario. E quando, giustamente e naturalmente, vengono rimbrottati dai lettori, offendono anche questi ultimi.
    Il colmo? No, c’è di più. State a sentire perché c’è da ridere. Non perché arrabbiato dalla “censura” che gli avremmo imposto (un semplice editing come facciamo su ogni articolo dal 1999 ad oggi, ovvero da quando facciamo modestamente questo mestiere), ma semplicemente perché impermalito dall’essera stato legittimamente rimproverato per il suo intervento ridicolo nei commenti, il Fiacco in questione ha fatto carte false per impedirci la pubblicazione di una intervista che egli per conto di Artribune aveva posto(e ottenuto) ad Aldo Busi, arrivando addirittura a denigrare e diffamare la testata, additandola come scorretta e inaffidabile, presso Busi stesso.
    Scorretta e inaffidabile solo peché ha avuto la colpa di fare il proprio lavoro, facendo rientrare un articolo nelle lunghezze standard imposte a tutti…
    Questo per rispondere anche a SerenoVariabile che itravvede nelle parole di Fiacco un atteggiamento da “lei non sa chi sono io”. Ebbene egli si crede Busi e ritiene di dover avere il medesimo trattamento (zero editing) che Busi richiede ai propri editori.
    Solo che Busi è Busi, mentre Fiacco è indubbiamente… Fiacco.

    Ripeto: almeno ogni tanto i lettori comprendono cosa c’è dietro le quinte e quanto complesso sia gestire il tutto. E così possono essere un po’ più magnanimi!

    • Caro Tonelli hai (spero tu non ti offenda se ti do’ del tu.. ma su altre “onde” della grande rete siamo “amici” ;-) ) hai tutta la nostra, o perlomeno l mia comprensione. Ti dirô di piú se i tuoi interventi avessero sempre, oltre alla precisione e chiarezza che anche qui dimostri, questo tono pacato e questa assenza di “ritorsioni” sul piano (sempre disdicevole) delle “ingiurie ed epiteti” … ebbene si, penso proprio che meriteresti tutta la nostra solidarietá ed apprezzamento. Di Daniele Fiacco ne è pieno il mondo e … ne abbiamo tutti piene le tasche! Qualcheduno ha detto, forse con un po’ d’esagerazione, che tu con Artribune ed i commenti “undictored” hai inventato un nuovo mondo di comunicazione, quel checè certo che qui i Daniele Fiacco troveranno sempre una platea che è pronta all’applauso e all’apprezzamento ma, se del casi, anche al fischio ed alla nobibilissims pernacchia. Un caro saluto ed un augurio di poterci veder crescere sempre piú.

  • Daniele Fiacco

    Il punto è che, al di là del giudizio personale sull’opportunità o meno di intervenire su un qualunque articolo, servirebbe almeno una minima dose di onestà intellettuale e di coerenza operativa.
    Non si capisce, per es., come mai vengano poi pubblicati – pari pari – articoli nei quali ciò cui si fa riferimento nel titolo, non esiste nel corpo (artribune.com/2011/07/musica-per-pappagalli-c’e-john-cage/ qualcuno saprebbe spiegarmi dove sono finiti i pappagalli?), oppure articoli in cui si usa tranquillamente il termine “situazionismo” senza, evidentemente, sapere che non esiste situazionismo (artribune.com/2011/07/situazionismo-in-salsa-rumena-al-pavilion-unicredit/).
    Pertanto, la domanda è: interventi “ad personam” o redazione estremamente distratta?

    • me.giacomelli

      Rilievo 1: non ci sono pappagalli?? Si chiama receGALLERY, su su, guarda anche le figure
      Rilievo 2: “non esiste situazionismo” cosa significa?

      • Daniele Fiacco

        1) Le figure… (rido)… Che c’entrano le figure? Le foto, come il titolo, servono a illustrare ciò che viene scritto, non a sostituirlo. Non s’è mai visto un articolo che non riprenda nel corpo ciò che appare nel titolo. In effetti un titolo è esattamente l’espressione del contenuto di un testo.

        Del resto siamo proprio all’ABC del giornalismo… per non dire delle scuole medie, quando insegnano a “non andare fuori tema”.

        2) Per non tirarla tanto per le lunghe copio&incollo da Wikipedia:

        “Situazionismo: Vocabolo privo di senso, abusivamente derivato dal termine precedente. Non esiste situazionismo, ciò che significherebbe una dottrina di interpretazione dei fatti esistenti. La nozione di situazionismo è evidentemente concepita dagli antisituazionisti.”

        Del resto siamo proprio all’ABC dell’arte…

        E dopo questa, saluto tutti. La redazione, come al solito, continuerà ad arrampicarsi sugli specchi negando l’evidenza. Chi legge si formerà comunque la proprio opinione.

        • RST

          Fiacco, sei una sagoma!

        • Copio e incollo da Wikipedii (ad eccezzione della foto che non posso riportare) :
          Situazionismo

          I fondatori dell’Internazionale situazionista a Cosio d’Arroscia, nell’ aprile del 1957. Da sinistra verso destra: Giuseppe Pinot Gallizio, Piero Simondo, Elena Verrone, Michele Bernstein, Guy Debord, Asger Jorn e Walter Olmo.

          L’Internazionale Situazionista fu un movimento rivoluzionario in campo politico e artistico, con radici nel marxismo, nell’anarchismo e nelle avanguardie artistiche dell’inizio del Novecento. Formatosi nel 1957, restò attivo in Europa per tutti gli anni sessanta, aspirando ad importanti trasformazioni sociali e politiche.
          Nel corso degli anni sessanta si scisse in vari gruppi, tra cui la Bauhaus Situazionista e la Seconda Internazionale Situazionista. La Prima Internazionale Situazionista si sciolse nel 1972.

          Il fatto che un vocabolo sia “privo di senso” non vuol affatto dire che non “significhi” nulla (ABC della semiotica anche di quella spicciola e divulgativa) come certamente il Sig. Fiacco non ignora anche “dada” o “jazz” sono vocaboli privi di senso …

          Chi legge un’opinione se l’è già bell’e fatta… e gliela ha già bell’e cantata.

          • Giorgio

            Si può parlare di situazionisti ma non di situazionismo. Lo sanno, alle medie, anche i ragazzini che studiano storia dell’arte.

          • @Giorgio … appunto, nozionismo da ragazzini che studiano Storia dell’Arte alle medie…

          • RST

            magari studiassero il situazionismo alle medie…

          • Cristiana Curti

            “Si potrebbe fissare il prezzo dei pensieri. Alcuni costano molto, altri poco. E con cosa si pagano i pensieri? Io credo così: con il coraggio.” (L. Wittgenstein)

            Caro SerenoVariabile, l’idea che – nel leggere, più volte, i tuoi commenti su questo sito sito – ho maturato di te era (ed è tutt’ora) quella di una persona intelligente ed equilibrata. Ora ‘spiace, dunque – ed è un dispiacere misto al disagio che propriamente si prova nel riconoscere la condivisione dell’appartenenza al Genere Umano, nel senso più alto possibile, con colui che ci deluderà – prendere atto di come sia possibile, e serenamente, sacrificare la verità – o, si potrebbe dire, fare mercato della propria (aristotelicamente) anima razionale – per interessi evidentemente altri rispetto a quelli di natura puramente epistemica. Il perché tu lo faccia (quali siano, dunque, questi interessi), io lo ignoro; ma questo è ciò che penso, e ci tenevo a scrivertelo.

            Con incrinata stima.

          • Ho riflettuto molto se rispondere o meno al commento del “fake” (come direbbe l’amico hm) “cristiana curti” , se, alla fine , ho deciso di farlo è solo per “gli altri” per coloro che leggono i commenti, nei confronti dei quali mi è parso corretto evidenziare alcuni punti e chiarirne altri. Intanto, caro fake, devi imparare che il tuo mestiere non è cosí semplice, se fosse stata Cristiana a scrivere il post non avrebbe certo lasciato nel vago il motivo della sua eventuale reprimenda, mentre tu, nello sforzo di usare una prosa al suo livello ti sei dimenticato di dire perché te la prendi con me.
            Mi accusi comunque di “sacrificare la veritá” per servire imprecisati “interessi”.
            Ora, vedi, se tu enunciassi le veritá da me sacrificate, sarebbero, forse, anche evidenti gli “interessi” ma, a parte questo, rifletti un attimo : di che interessi puó essere portatore una “non persona” un “nikname” senza identitá come il sottoscritto? Farsi pubblicità? Farsi “bello” con qualcheduno? Sentirsi dire “ma che bravo!” “ma quanto è intelligente!” ? … a che pró visto che questo “capitale” di consenso è automaticamente disperso da mio “non essere” visto che non è “spendibile” neppure da chi usa il nik SerenoVariabile? (che è poi esattamente la ragione per cui ha deciso di usare un nik, quando usa un nik e non il suo nome e cognome). Dici di aver spesso letto i miei commenti e, se è cosí, ti sarai accorto che non svillaneggio nessuno, che non uso un linguaggio triviale, che raramente emetto giudizi e che quando critico lo faccio argomentando e non “affermando” e l’unico motivo per mantenere l’anonimato è proprio evitare che i post vengano “filtrati” attraverso le lenti della consapevolezza e conseguente gradimento o meno della personalitá di chi scrive… è evidente che puó capitare a SerenoVariabile, come. a chiunque altro, di essere, talvolta, in contraddizione con se stesso ed anche di cambiare idea, non credo che SerenoVariabile lo abbia mai realmente fatto ma se anche fosse sarebbe un delitto?

      • Paolo

        Santi numi, Giacomelli, ma tu e la redazione di cui fai parte, avete mai provato l’ebrezza della fallibilità?! Ahaha è incredibile (e piuttosto comico), non sbagliate mai! Dovreste prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di presentare la vostra candidatura per il prossimo Conclave : )

      • Rossana Loli

        Ahaha le figure! Se bastassero le figure allora tantovarrebbe mettere soltanto titolo e figure, perché scrivere?
        Tuttavia, a quanto pare, voi scrivete; allora decidete, perché delle due l’una: o sono sufficienti le figure e non serve spiegare ciò che esse rappresentano e perché sono lì, come dice Giacomelli (Maestro di contraddizione), e allora eliminiamo anche tutto il resto dell’articolo; oppure no, non sono sufficienti, e allora sembra proprio necessario aggiungere anche qualche “parolina” oltre alle immagini.

        Del resto, è proprio vero: braccia rubate all’agricoltura.

        • ip

          Signora Curti lei si permette di parlare di interessi altri da parte di serenovariabile, lei che è subito pronta ad intervenire non appena qualcuno alza il dito contro la redazione per sottolineare ogni pecca possibile.
          Lo ha sempre fatto, come solo una zitella inacidita saprebbe fare.
          Ordunque, abbiamo appunto capito che lei collabora ad un’altra testata, forse è lei che ha qualche interesse a sminuire il valore di Artribune, non trova?
          Fiacco a mio parere merita il nobel per la chiusura mentale. Capisco il dispiacere e il disappunto di vedersi tagliare un pezzo, ma se la norma è una ci si conforma e se la conformità non incontra la nostra opinione si discute con i responsabili in privato.
          Quanti anni hai Fiacco, dodici? che ti metti a fare i capricci dinanzi a tutti…
          Nel mondo degli adulti si usa la testa, il buon senso, la capacità di difendere i propri diritti all’interno del contesto lavorativo cercando di coglierne le necessità e le regole con intelligenza emotiva ancor prima di quella dettata da un puro calcolo narcisistico.

          • Cristiana Curti

            Gentile ip, la Signora Curti che lei classifica come zitella inacidita che ha commentato (e usa Wittgenstein a colazione) in questo articolo non sono io. Sono spiacente di quanto succede. In un altro comunicato della Redazione ho appena scritto che non parteciperò più ad alcun commento su Artribune sino a che coloro che si appropriano di firme (chiamatele come volete, nickname, ecc. … io so ben poco di internet) altrui non saranno invitati a smettere. Da questo momento, giovedi 21 luglio 2011 ore 21.40 (per me). La Cristiana Curti (per Lei “zitella inacidita”) non parteciperà più ad alcuna discussione su Artribune. Ogni offesa inoltrata alla sedicente Cristiana Curti e ogni offesa eventualmente proveniente dalla sedicente Cristiana Curti non mi riguardano più, a meno che non vi siano gli estremi per qualcosa di più serio, del che chiederò in separata sede alla Redazione, per l’appunto. Ringrazio e chiudo.

          • ip

            dimenticavo: ipazia è in vacanza e non intende intervenire sulla spinosa questione, però ho cercato di interpretare in modo più semplice e immediato il suo sicuramente più nobile pensiero. Ipazia inoltre consiglia a Fiacco di farsi un blog dove sarà artefice unico e responsabile universale dei suoi pensieri. Sempre che qualcuno abbia voglia di leggerli, vista la pesantezza del soggetto.

          • ip

            La situazione è grave e spiacevole.
            Mi dispiace che anche la Signora Curti venga derubata della sua identità.
            La persona che sistematicamente si appropria degli altrui nomi merita il peggio possibile.

          • ip

            Per Cristiana: non penso che lei sia una zitella inacidita, davvero!
            lei sa essere brillante e simpatica quando vuole.

          • l’avv.

            Gent.le Cristiana Curti, si possono configurare estremi di appropriazione di identità altrui soltanto nei contesti in cui tale l’appartenenza di tale identità sia stata certificata. Per es., se in questo sito vigesse la registrazione (del resto questa è la ragione per cui nelle chat e nelle community propriamente dette vige l’obbligo di registrazione) dell’utenza che intendesse prendere parte all’attività del sito, e Lei si registrasse come Cristiana Curti, nessuno sarebbe legittimato ad utilizzare la medesima identità (cosa che, del resto, sarebbe impossibilitata della struttura stessa della registrazione).
            Del resto, se qualcuno potesse rivendicare per sé e solo per sé una certa identità virtuale senza averla registrata, potrebbe – al contempo – rivalersi presso la testata Artribune nel caso di offese ricevute da altri utenti, la quale sarebbe tenuta – infatti – a moderare le discussioni evitando che alcuni utenti si riferiscano ad altri in modo ingiurioso.

    • Cercare i pappagalli è probabilmente fondamentale, quanto al situaxionismo, come giá è stato detto alla sua affermazione, probabilmente, Asger Jorn Si sará TiVo Tati nella tomba. Ma il punto è : dove è il punto visto che lei il suo prezioso articolo lo ha postato per intero senza alcun ulteriore taglio? era davvero il caso di lanciarsi in recriminazioni e volgarità ?

      • … mi scuso…cercare i pappagalli è forse, per lei, essenziale, quanto al situazionismo, come è stato già scritto in precedenza, al sentire la sua affermazione, Asger Jorn si sarà rivoltato nella tomba…

  • Daniele Fiacco

    I commenti del 21 luglio 2011 alle 14 e del 21 luglio 2011 alle 18.11 sono di un essere la cui identità vera mi è sconosciuta e che si è firmato con il mio nome. Uff…

  • TheStylist

    E’ la nuova malattia del secolo, la Facebookite (fingersi un’altra persona usando il suo vero nome e cognome).