Alexander McQueen: l’ultimo dei romantici

Il Metropolitan Museum celebra il genio creativo di Alexander McQueen. Un viaggio che sfuma i confini tra arte e moda. Mondi incantati, creature infernali, e una ricerca che va oltre l’abito. A New York, fino al 7 agosto.

Alexander McQueen - Romantic Gothic - courtesy The Metropolitan Museum of Art, New York

È possibile mettere un fashion designer nella lista gli artisti più visionari degli ultimi anni? Savage Beauty, la retrospettiva dedicata all’hooligan della moda Alexander McQueen (Londra, 1969-2010), pone con forza la domanda. Ad avvalorare l’ipotesi, c’è senza dubbio il fatto che la mostra è allestita al secondo piano del Metropolitan Museum of Art, museo che custodisce una delle collezioni d’arte più importanti al mondo.
In mostra a New York non ci sono solo abiti, ma storie. E come succede con tutte le storie ben raccontate, si viene travolti da emozioni diverse e contrastanti. Isabella Blow, icona di stile e carissima amica di McQueen, morta suicida nel 2007, una volta parlò di Lee (vero nome dello stilista) come dell’“unico designer che fa reagire gli spettatori con emozioni di felicità, tristezza, repulsione o disgusto.”
La sua missione non era produrre vestiti. La moda, come lui stesso aveva dichiarato, era solo un mezzo. McQueen ha sempre affermato la propria natura di performance artist, motivo per il quale per molto tempo non mise in vendita le sue creazioni. L’introspezione, l’osservazione degli elementi naturali e l’idea di meraviglia davanti all’immenso sono gli elementi che caratterizzano il suo mondo. Il Romanticismo è la finestra da cui lo osserva. Il Sublime come esaltazione dell’esperienza emotiva.
Se da una parte le sue creazioni sono l’esplosione primordiale di astrazione e istinto, dall’altra è impossibile non rimanere colpiti dalla costruzione sartoriale quasi architettonica. La sua impeccabile tecnica pare fosse già matura ai tempi della prima collezione, presentata alla fine del master in Fashion Design al Saint Martins College di Londra nel 1992. Jack the Ripper Stalks His Victims (che il MET presenta nella sezione introduttiva, “Romantic Mind”) introduce alcuni dei suoi design iconici, come la redingote di seta nera a “tre punte” foderata di seta rosso vivo e tessuta insieme a capelli umani.

Alexander McQueen - The Horn of Plenty - autunno/inverno 2009–10 - courtesy The Metropolitan Museum of Art, New York - photo © Sølve Sundsbø / Art + Commerce

La sartorialità dell’abito era la componente assiomatica del lavoro di McQueen: “tutto quello che faccio è basato sulla sartorialità”, disse riferendosi all’esperienza formativa ed essenziale presso Savile Row  (ma anche presso Anderson & Shepperd, istituzione inglese nel confezionamento di cappotti per la famiglia reale). L’ispirazione romantica rimane sottesa in tutte le collezioni. Romantico è anche lo storicismo che ispira molte delle creazioni e che rivela il suo forte legame con la sua identità britannica e le sue origini scozzesi, di cui McQueen pare fosse estremamente orgoglioso. Questo suo istinto patriottico viene esplorato nella sezione “Romantic Nationalism” con la collezione autunno/inverno 2006-7 intitolata Willows of Culloden, ispirata alle vedove degli Highlanders scozzesi: le silhouette si fanno sottilissime, fasciando la vita e dando morbide bombature ai fianchi. Al tartan rosso e nero vengono accostati merletti su sete trasparenti e sottogonne di tulle crema che aggiungono volumi ai bordi, accentuando le curve del corpo. Il virtuosismo nazionalistico viene raggiunto però con la collezione autunno/inverno 2008-9: The Girl Who Lived in the Tree. In questo caso l’omaggio è dedicato all’Inghilterra, e a Londra in particolare, terra che lo ha nutrito di ispirazioni. L’idea si sviluppa dall’olmo che domina il giardino della sua casa nella campagna nell’East Sussex e si elabora in un linguaggio estetico che richiama la storia imperialista inglese e i sontuosi abiti regali di velluto rosso. Tra gli accessori che spiccano in questa collezione c’è senza dubbio la clutch rossa a forma di uovo Fabergé con decorazioni in oro e cristalli.
Gli accessori, una delle peculiarità delle collezioni di McQueen, non sono sempre frutto del suo genio, ma spesso nascono dalla collaborazione con grandi gioiellieri come Shaun Leanne, Sarah Harmarnee e Erik Halley, o con designer della portata di Dai Rees e Philip Treacy. Di quest’ultimo non può non essere menzionato il cappellino realizzato con piume di fagiano assemblate e decorate come fossero decine di farfalle rosse sospese sulla testa.

Alexander McQueen - Romantic Mind - courtesy The Metropolitan Museum of Art, New York

Tra le presentazioni più stupefacenti c’è il finale della collezione No. 13 (primavera/estate 1999) ispirata a un’installazione di Rebecca Horn. La modella, spaventata, in piedi su una pedana rotante, viene all’improvviso attaccata da pistole robotiche che iniziano a sparare inchiostro verde e nero sul vestito di cotone bianco.
La malinconia, il dramma l’orrore, la bellezza, il gusto per un’estetica vittoriana, viziosa e gotica, sono le suggestioni che compongono il linguaggio di McQueen. La sua fervida creatività si nutre di un’acuta osservazione del mondo contemporaneo, tenendo sempre un occhio rivolto alla storia, e si fonde con una profonda sensibilità per la bellezza, in qualsiasi natura essa si riveli, confondendone i limiti e spingendola verso il grottesco.
Plato’s Atlantis, la sua ultima collezione, “Teoria Darwiniana sull’evoluzione al contrario”, si costruisce intorno a iridescenti paillettes e stampe al laser pitonate che bombano i fianchi di umani ibridi, in equilibrio precario sulle famose Armadillo Shoes. Così come aveva ribadito in un intervista del 2009 con Susannah Frankel, coautrice dei testi del catalogo che accompagnano la mostra: “…tutto era fatto per affermare qualcosa.” Il mondo di McQueen, animato da meravigliose e ripugnanti creature piumate, corazzate e mutilate, è intrappolato tra due binari paralleli. Tra esaltazione e oblio. Con fare surrealista l’artista arriva ad annullarsi. Nel caso di McQueen, all’interno di un buio guardaroba.

Leonardo Proietti

New York // fino al 7 agosto 2011
Alexander McQueen – Savage Beauty
www.metmuseum.org

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Leonardo Proietti
Leonardo Proietti (1978) finisce la sua carriera scolastica in Italia in farmacia (controllo qualità) per iniziare collaborazioni come critico d’arte e seguire progetti curatoriali sia in Italia (Gheisha Paint Project, 2007) che a New York (Dream Therapy, 2008) dove si trasferisce per un breve periodo lavorando presso Kathleen Cullen Fine Art come “curatorial assistant.” Segue la rilocazione a Los Angeles dove ha la possibilità di lavorare per la regina del New Pop Surrealism, Merry Karnowsky (Merry Karnowsky Galley). Ha partecipato come assistente alla curatela della mostra Alberto Burri and America (Santa Monica, 2010) presso il Santa Monica Museum of Art e alla stesura del catalogo che accompagna l’esibizione. Ha lavorato come ufficio stampa sia a Roma, che a Los Angeles per organizzazioni non-profit. Al momento sta completando un Master in studi culturali a UCLA (University of California Los Angeles) con particolare attenzione alla moda/storia del costume in relazione ai movimenti Dada e Surrealismo. Insegna come teacher assistant nel dipartimento di storia dell’arte di UCLA. Dal 2011 collabora come corrispondente dagli U.S.A. per Artribune.
  • Mario Vespasiani

    Complimenti per l’articolo Leonardo.
    Così come la retrospettiva al Met mi sembra il giusto omaggio ad uno straordinario artista visionario.

    • leo

      Grazie..
      la mostra è stata una grande ispirazione.