L’officina globale degli anni ‘60

Una mostra piena d’ingegno sancisce la joint venture artistica tra Roma e Milano, città protagoniste degli anni ’60. Tra nostalgia e sguardo al presente, ecco perché quel sistema della creatività andrebbe riscoperto. Le risposte alla Fondazione Roma Museo, fino al 31 luglio.

Mimmo Rotella - Aranciata con gli occhiali - 1966 - coll. privata, Milano - photo Galleria Spirale, Milano

Bei tempi andati, gli anni ’60. Forse irripetibili, di sicuro lontani dall’odierno sperimentalismo individualistico dell’arte. Nell’aggettivo ‘irripetibili’, che connota gli anni ’60 nel titolo della mostra allestita a Palazzo Cipolla dalla Fondazione Roma Museo e curata da Luca Massimo Barbero, c’è un moto di nostalgia per un decennio lungo che ha visto lo sprigionamento dell’immensa creatività italiana, in linea con i potenti spiriti animali del miracolo economico.
Ma è anche contenuto lo spunto per una riflessione sull’oggi. Quello che infatti tradiscono gli esperimenti, le provocazioni, le dissacrazioni degli artisti in mostra (tra cui Fontana, Manzoni, Castellani, Rotella e Schifano) è la volontà comune di rivoluzionare l’arte, ricercando, ad esempio, la purezza del monocromo, capovolgendo il processo di fruizione estetica da top down a bottom up, sottoponendo a critica spietata la cultura di massa. Ma sempre restando all’interno di un sistema organico e di rete: non solo italiana, ma internazionale.

Lucio Fontana - Concetto Spaziale - 1961 - Fondazione Lucio Fontana, Milano

La mostra – simile a un museo della scienza e della tecnica artistica per l’alto tasso di ingegno che custodisce – sancisce una joint venture culturale tra Roma e Milano, all’epoca piazze di fervido scambio con la New York di Warhol o l’Inghilterra di Hockney e Hamilton. Movimenti come il New Dada o la Pop Art hanno le loro “filiali” nelle più vivaci capitali dell’arte, e l’Italia, dai fasti del primo Novecento, si riscopre all’avanguardia mondiale.
Eppure non è tanto nell’evocazione dell’attuale marginalità italiana la possibilità di un confronto col presente. Man Ray e Duchamp, presenze non ingombranti nel percorso espositivo, risaltano come dei “primus inter pares” in un’officina globale votata all’innovazione, dove si sperimentano materiali di tutti i tipi in una tensione comune a scoprire e condividere i risultati.

Man Ray - Venus restaurée - 1936-71 - courtesy Fondazione Marconi, Milano

Il fermento intellettuale del sistema della creatività degli anni ’60 coagula attorno alle gallerie d’arte, come l’Azimut di Manzoni e Castellani o il fondamentale Studio Marconi di Milano (che vanta nel percorso una corposa rappresentanza con artisti quali Enrico Baj, Emilio Tadini, Valerio Adami, Lucio Del Pezzo, Gio e Arnaldo Pomodoro): veri cenacoli, prima che punti di distribuzione.
La mostra, con un velo di nostalgia, rivela ed esalta tutto questo. E chi è troppo giovane per ricordare, esce comunque con l’impressione che gli anni ’60 siano davvero irripetibili, sorretti da una mission di cui oggi, non solo in Italia, si stenta a vedere traccia.

Marco D’Egidio

Roma // fino al 31 luglio 2011
Gli irripetibili anni ’60. Un dialogo tra Roma e Milano
a cura di Luca Massimo Barbero
Catalogo Skira
www.fondazioneromamuseo.it

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Marco D'Egidio
Ingegnere civile con la passione dell'arte e del cinema, scrive recensioni per Artribune da quando la rivista è stata fondata. Nel frattempo, ha recensito anche per Giudizio Universale e pubblicato qualche editoriale sul sito T-Mag. Sempre a tempo perso, tiene un blog sull'Huffington Post, dove segue i temi dell'attualità politica (ma pure dell'attualità in generale). Nato a Cremona nel 1984, vive e lavora a Roma. Quando può, viaggia.