Jan Fabre e la morte scolpita

Cinque grandi sculture in marmo di Carrara appoggiate su un solenne pavimento dorato. Jan Fabre, nel suo ormai consueto appuntamento veneziano – che si protrae fino al 16 ottobre -, cita Michelangelo e ammalia con la ricchezza scintillante dei materiali. Sullo sfondo, il sempiterno tema della morte.

Jan Fabre - Merciful dream (Pietà V) - 2011

Una pavimentazione in foglia d’oro che sostiene, rialzando il pavimento di mezzo metro, tutto l’allestimento nei grandi spazi della Scuola della Misericordia, non è certo una cosa che si possono permettere in molti. Ma il successo, anche di mercato, decretato a Jan Fabre (Anversa, 1968) negli ultimi anni lascia ben poche perplessità riguardo alle sue possibilità economiche.
Curata da Giacinto di Pietrantonio – un habitué delle mostre di Fabre in laguna – e Katerina Koskina, questa esposizione accoglie il visitatore con un trionfo di ricchezza nei materiali. Adagiate sulla superficie riflettente del pavimento dorato, le cinque grandi sculture spiccano per la purezza del marmo statuario di Carrara con cui sono state realizzate. Distribuite con una rigorosa ma semplice geometria prospettica, accompagnano lo sguardo verso il fondo, dove si staglia una rilettura della Pietà michelangiolesca. La resa del dettaglio naturalistico, in linea con la tradizione pittorica fiamminga, provoca un cortocircuito che rende credibile la visione e allo stesso tempo ne nega l’esistenza.

Jan Fabre - Pietas - veduta della mostra, Venezia 2011

Per giungere al termine è necessario compiere un rito: togliersi le scarpe e sottomettersi ai dettami dell’allestimento. Salire su quel pavimento porta gli spettatori a diventare parte del lavoro, sculture viventi che accolgono i suggerimenti sussurrati dai dieci nidi appesi, composti a gusci di scarabeo, animale simbolo della metamorfosi e sacro agli egizi. A iniziazione compiuta, si giunge dunque al fondo, e ci si arresta di fronte al Fabre marmoreo – ancora una volta l’artista si autoritrae – che giace tra le braccia della madre, la cui disperazione ha tradotto i lineamenti del volto in quelli di un teschio. La morte è in chi rimane, più che nel corpo di chi viene a mancare. È un lutto puro, bianco, opaco e assorbente, una morte chiaramente scolpita, determinata e inevitabile.
Durante questa silenziosa promenade fra le sculture, Fabre racconta del suo incontro con lo scienziato Giacomo Rizzolati. Esistendo una sincronia, a livello cerebrale, tra azione e osservazione, l’artista ci mette nelle condizioni di poter provare dolore osservando la morte nel teschio di Maria. Ecco dove nascono la compassione e la conciliazione nel lavoro dell’artista belga: dai cosiddetti neuroni a specchio, mettendo in connessione cuore, neuroscienza e spiritualità.
Al nostro interrogativo su che cosa sia per Fabre l’autenticità, la sua risposta non lascia dubbi: “Un fuoco che passa da un autore a un altro, un fuoco inalterato che avvolge una volta un’opera, una volta un’altra opera. Come qui”.

Chiara Casarin

Venezia // fino al 16 ottobre 2011
Jan Fabre – Pietas
a cura di Giacinto di Pietrantonio e Katerina Koskina
www.janfabre.be

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Chiara Casarin
Chiara Casarin (1975) è curatore indipendente. Ha lavorato dal 2000 al 2003 presso la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico di Roma, dal 2006 al 2008 presso la Fondazione Benetton Iniziative Culturali di Treviso, 2009 al 2011 presso la Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia. Nel 2009 ottiene il titolo di dottore di ricerca alla Scuola Studi Avanzati di Venezia con una tesi sulle problematiche dell’autenticità nell’arte contemporanea. Dal 2007 al 2009 è ricercatrice presso l’Ecole des Hautes Etudes di Parigi. Tra le sue più recenti pubblicazioni: Ceci n'est pas l'Auteur. Ovvero: l'opera dell'arte nell'elogio della sua riproducibilità digitale in “Engramma” n. 60, dicembre 2007; Estetiche del Camouflage (a cura di Chiara Casarin e Davide Fornari), ed. Et al., Milano 2010; Las Bodas de Canà en Venecia. Autenticidad de un facsimil in “Revista de Occidente” n. 345 Febbraio 2010, Fundaciòn José Ortega y Gasset, Madrid e BLM 2002>2010 ( a cura di) ed. Mousse Publishing, Milano 2010. Ha curato diverse esposizioni collettive e personali tra cui le più recenti In Equilibrio tra due punti sospesi di Silvano Rubino (Venezia BLM giugno 2010, catalogo Damiani), e Carlo Gajani (Museo Civico Archeologico di Bologna, maggio 2010, catalogo ed. dell'Archiginnasio) con Renato Barilli. Svolge attività di collaborazione alla didattica presso l' Università Ca' Foscari ed è docente di Arte Contemporanea presso lo IED (Istituto Europeo del Design) di Venezia. Dal 2009 collabora con la Soprintendenza B. A. P. di Venezia e Laguna.
  • Complimenti per questo contributo a Chiara Casarin. Il taglio che evidenzia la rilevanza di un approccio all’esperienza estetica per via naturale, risuona della ricerche sulla natura creativa della specie umana e sull’origine e l’evoluzione dell’esperienza estetica che, con post-fazione di Vittorio Gallese, ho trattato nel libro: Mente e bellezza. Arte, creatività e innovazione, Umbero Allemandi & C, Torino 2010. Proprio Giacinto Di Pietrantonio, curatore della mostra di Jan Fabre, ha ampiamente discusso e commentato il libro, presentato anche alla GAMeC, Galleria di Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo che lo stesso Di Pietrantonio dirige. Chiara Casarin, di cui mi piacerebbe avere l’inidirzzo e-mail, ha scritto un breve, importante, saggio.
    [ugo morelli]

  • paola

    e chi sarebbe questa casarin? mai sentita, mai letta da nessuna parte—