Il senso di Man Ray per sua moglie. In cinquanta foto

È una promessa datata più di trent’anni fa, quella che la Fondazione Marconi di Milano arriva ad assolvere. Ripubblicando, esattamente come avrebbe voluto Man Ray, le 50 fotografie scattate alla moglie Juliet, tra il 1941 e il 1955. Un’occasione unica, fino al 22 luglio, per vedere dal vero questi delicatissimi “esercizi di stile”.

Man Ray - Juliet - 1952

Beverly Hills, 1946. Sotto la luce abbacinante della California si celebra un doppio matrimonio: Max Ernst sposa Dorotea Tanning e Man Ray (Philadelphia, 1890 – Parigi, 1976) Juliet Browner, modella del Bronx conosciuta nel 1940. E a raccontarlo così, questo matrimonio, ha già il sapore di un episodio rubato alle pagine di Fitzgerald.
Juliet è stata per Man Ray, nei trent’anni vissuti insieme, fonte inesausta d’ispirazione; e le 50 foto scattate tra il 1941 e il 1955 restano a testimonianza di un atto d’amore continuamente rigenerato nel tempo. Nei primi anni, ‘50 Man Ray aveva intenzione di realizzare un libro con queste foto: un volume pensato nei minimi dettagli, fino all’ordine degli scatti, che non ha trovato un editore. Anni dopo, Giorgio Marconi vede le fotografie presso l’artista, se ne innamora, e vorrebbe acquistarle. Man Ray impone come condizione alla vendita l’agognata pubblicazione, strappando una promessa.

Man Ray - Juliet - 1945

Solo dopo la morte di Man Ray, nel 1981, Marconi riesce a trovare, con Mazzotta, le condizioni per pubblicare il libro, e acquista le fotografie da Juliet. La nuova edizione (The Fifty Faces of Juliet, edito da Carlo Cambi con la Fondazione Marconi), presentata in occasione di questa mostra, rispetta fino in fondo, a differenza della prima, le volontà e il progetto di Man Ray, proponendo in anastatica e in scala 1:1 le fotografie vintage print, con una tiratura limitata ai 1.000 esemplari.
Come negli Esercizi di stile di Queneau, dove una storia raccontata continuamente con parole diverse non è mai la stessa, il volto di Juliet indagato da Man Ray con le tecniche più disparate non è mai lo stesso volto. In posa da modella, accovacciata, nascosta da un vistoso cappello, ieratica come una sfinge… I ritiocchi con pastelli sul positivo e l’uso di veline in fase di sviluppo trasformano Juliet in una divinità indù, in una bagnante di Ingres, rivisitata al technicolor. Sperimentazioni e risultati che impressionano per modernità ed eleganza d’esecuzione.

Man Ray - Juliet - 1945

Accanto agli scatti dedicati a Juliet, sono esposte altre due serie: Femme e Mode au Congo. La prima composta di ristampe da negativi originali degli anni ’30, ove è espressa in nuce l’indagine concentrata sul volto, come sintesi esemplare dell’identità di un corpo. Mode au Congo nasce da una richiesta del 1937, da Harper’s Bazaar, di foto di moda con cappelli. Nella migliore tradizione del ready made, Man Ray trasforma in cappelli oggetti d’uso quotidiano – dal cestino del pane al mocio per pavimenti – riuscendo a ribaltare l’essenza transeunte del concetto di moda, fino a infondergli un senso di permanenza astorica, visti anche i continui ammiccamenti, nei volti di profilo e nelle mani allineate in posa, all’arte egizia.

Stefano Bruzzese

Milano // fino al 22 luglio 2011
Man Ray –
The fifty faces of Juliet
www.fondazionemarconi.org