Fotocontrasti al Jeu de Paume

Ouverture a tutta varietà per il museo parigino, che accoglie la bella stagione con due mostre dai toni decisamente contrastanti. Due autori opposti per interessi e ispirazione, che coprono la scena fotografica nella sua totalità. Sono Claude Cahun e Santu Mofokeng, in parete fino al 25 settembre.

Claude Cahun - What do yuo want from me - 1928

Al Jeu de Paume, due mostre. Da una parte Claude Cahun (Nantes, 1894 – Jersey, 1954), e quindi Parigi, gli anni folli, la fotografia sperimentale e provocatoria. Dall’altra, gli ultimi anni di un Sudafrica raccontato dai reportage di Santu Mofokeng (Johannesburg, 1956), il “cacciatore di ombre”. Due mostre diverse, che hanno tuttavia in comune la delicatezza dei dettagli e una ricchezza di repertorio inusuali. Per un’esposizione francese così importante sulla Cahun si deve infatti andare a ritroso col calendario di sedici anni, mentre per Santu Mofokeng si tratta della prima retrospettiva a lui consacrata su suolo francese.
Spiccano nella parte dedicata a Claude Cahun gli autoritratti, che anticipano di oltre mezzo secolo le performance metamorfiche dell’arte contemporanea. Stiamo parlando del periodo in cui Man Ray, Hans Bellmer e André Kertész si sbizzarrivano in nudi femminili, ritratti che si limitavano a una prospezione dell’oggetto di studio senza una messa in gioco degli autori stessi, della loro identità e del loro ruolo. Restavano fuori dall’immagine, dietro l’obiettivo.

Santu Mofokeng - Comrade-Sister - White City Jabavu, 1985 - courtesy Lunetta Bartz, MAKER, Johannesburg

Gli autoritratti di Claude Cahun sembrano cartoline che arrivano da un futuro inimmaginabile, dove nuove forme di specie umana, vagamente androgine, si affacciano sulla terra. Il travestimento, la commistione di genere, la tematica del doppio sono tutti elementi che fanno degli scatti della Cahun un momento unico di sperimentazione fotografica, in cui l’artista si pone allo stesso tempo come soggetto e oggetto dei propri scatti. “Maschile? Femminile? Dipende dai casi. Il neutro è l’unico genere che mi conviene sempre”, scriveva nel 1930 in Aveux non avenus.
Arrivando a superare la posizione surrealista, la Cahun afferma che l’obiettivo principale del suo lavoro è quello di reinventare continuamente il concetto di identità: “I momenti più felici della mia vita? Quando sogno. Quando posso immaginare di essere altro. È il mio ruolo preferito”.
Con i piedi saldamenti ancorati a terra è invece Santu Mofokeng. Guardare il suo lavoro significa respirare il cemento delle strade di Tembisa, sentire la sabbia di Durban salire su per la schiena, ascoltare il ritmo delle preghiere cantate sui treni-chiesa di Johannesburg. Street photographer e reporter per giornali come Bleed e New Nation, i suoi lavori sono considerati un fondamentale contributo per la comprensione e la ricerca sulla società sudafricana.

Claude Cahun - Autoritratto - 1929 ca.

Perché allora scegliere un epiteto vago e indefinito, “cacciatore d’ombre”, per un artista così profondamente concreto? Perché quello che Mofokeng cerca di riprodurre è l’impalpabile aura di una coscienza collettiva, di un popolo la cui presenza si esprime solo attraverso “la dignità, la fiducia, la potenza, ma anche lo spirito, l’essenza, il prestigio”. Ma sono concetti che sfuggono allo scatto, manca sempre qualcosa, quella verginità evanescente e selvaggia che l’obiettivo fotografico inevitabilmente corrompe e distrugge. Ha l’odore delle terre lontane che l’artista cerca di riconquistare, ma che restano inevitabilmente sfuggenti, indefinite e incommensurabili al solo sguardo.

Greta Travagliati

Parigi // fino al 25 settembre 2011
Claude Cahun

Santu Mofokeng – Chasseur d’ombres

www.jeudepaume.org

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Greta Travagliati
Greta studia semiotica a Bologna e si laurea con una tesi sul concetto di rappresentazione nell'arte contemporanea. Appassionata di Maigret, scappa a Parigi dove inizia a lavorare nel campo della comunicazione e delle ricerche di mercato. Non sa scrivere autobiografie.