What about acquerello?

Veloce, pulito, semplice ed economico, ma anche complesso e versatile: l’acquerello è amato allo stesso modo da dilettanti e professionisti. Ma basta questo a farne una tecnica del XXI secolo? La risposta alla Tate Britain, in una grande mostra allestita fino al 21 agosto.

William Turner - The Blue Rigi, Sunrise - 1842

L’acquerello, la più accessibile delle tecniche pittoriche, da sempre è associato a signore dell’alta società, bambini e gentiluomini in vacanza. Missione di Watercolour, la mostra alla Tate Britain, con le sue oltre duecento opere, è sfidare un’opinione radicata, offrendo una fresca valutazione di questa tecnica, della sua storia e del suo utilizzo dal Medioevo ai nostri giorni.
Leggero da trasportare e rapido nell’asciugare, non è un caso che l’acquerello fosse ampiamente utilizzato prima dell’invenzione della fotografia per immortalare paesaggi ed eventi all’aria aperta. Soprattutto a partire dal XVII secolo, quando alle grandi esplorazioni geografiche fa seguito una pressante necessità di classificare e catalogare nuove specie di piante e animali e di tracciare un piano dei nuovi territori. Non a caso questo periodo vede un grande sviluppo di ornitologia, botanica, zoologia e topografia. E non sorprende che questa nuova urgenza d’informazione trovi la sua forma ideale nell’acquerello.

John Reeves Collection - Lion-haired macaque, 1820 ca. - © Natural History Museum

Ma quest’urgenza non contempla, almeno inizialmente, il piacere estetico. Il che spiega la scarsa considerazione attribuita all’acquerello almeno fino al 1750, quando Paul Sandby comincia a servirsene, oltre che nei rilievi topografici, anche nelle sue pacifiche e intime descrizioni paesaggistiche della campagna inglese, trasformando questa tecnica in un mezzo espressivo vero e proprio, e aprendo la strada ai geni del Romanticismo.
E le qualità che hanno fatto dell’acquerello la tecnica preferita di Turner e Samuel Palmer un secolo prima sono le stesse che lo fanno apprezzare sui campi di battaglia della Prima guerra mondiale da artisti come Paul Nash ed Edward Burra. Ma a questo punto l’allestimento da cronologico diventa tematico (Watercolour and War) e la selezione dei dipinti sembra essere legata più al soggetto che alla loro pertinenza come esempi della tecnica e del suo uso.

Patrick Heron - January 9: 1983: II – 1983 - © Estate of Patrick Heron

Secondo i curatori di Watercolour, infatti, l’uso dell’acquerello non finisce nel XIX secolo con la cosiddetta “età d’oro” di William Blake, Thomas Girtin e del genio indiscusso di Turner, ma continua con l’età contemporanea. E se è innegabile che – da Peter Doig, Anish Kapoor e Patrick Heron – esiste oggi un numero di grandi nomi del panorama contemporaneo che fa uso dell’acquerello, è altrettanto vero che nell’ultima sala (Abstraction and Improvisation) il percorso della mostra, finora così chiaro e coerente, sembra perdere solidità.
Come se, con l’avvicinarsi del XXI secolo, i curatori si siano improvvisamente trovati a corto di materiale e abbiano dovuto ricorrere a misure d’emergenza, come l’inserimento di Opportunity for Girls (2006) di Karla Black, installazione in cellophane che tuttavia dell’acquerello come tecnica complessa sembra raccontare ben poco. Ma questo è un episodio isolato e, tutto sommato, giustificabile nel contesto di una mostra il cui grande merito è l’aver voluto sfidare i preconcetti associati a una tecnica troppo spesso sottovalutata.

Paola Cacciari

Edward Burra - Soldiers at Rye - 1941 - Tate

dal 16 febbraio al 21 agosto 2011
Watercolour

a cura di Alison Smith
Tate Britain

Millbank – SW1P 4RG London
Orario: tutti i giorni ore 10-17.50; primo venerdì del mese ore 10-22
Ingresso: intero £ 12,70; ridotti £ 10,90
Catalogo disponibile
Info:
tel. +44 02078878888; [email protected]; www.tate.org.uk/britain/

CONDIVIDI
Paola Cacciari
Laureata in Lettere Moderne all’Università di Bologna con una tesi sul costume femminile bizantino nei mosaici di San Marco a Venezia, e con un Master in Renaissance Studies alla University of London, Paola Cacciari è storica dell’arte e ricercatrice, specializzata in Storia dell’Arte Moderna. Ha studiato per il Diploma in Translation all’University of Westminster ed è traduttrice freelance associata all’Institute of Translation & Interpreting (ITI). Ha collaborato con diverse riviste indipendenti, scritto per Exibart e Grandimostre e dal 2011 collabora con Artribune. In qualità di ricercatrice, traduttrice e consulente linguistica ha collaborato alle ricerche bibliografiche e testuali per articoli riguardanti gli oggetti delle collezioni del Victoria and Albert Museum di Londra pubblicate sulla rivista accademica Renaissance Studies e per mostre e cataloghi tenutesi allo stesso museo. Vive a Londra.
  • svelarte

    Una buona occasione per riflettere sull’opportunità di porre il focus di un’indagine ontologica in ambito artistico sul piano delle modalità di fruizione dei testi, ovvero sui loro usi anziché sui loro aspetti sensibili. Evidenziare la molteplicità d’impiego, anche in ambiti non-artistici (vedi topografia), dei media pittorici (l’aquerello, nella fattispecie) può sollevare dubbi sul fatto che l’artisticità delle opere sia individuabile mediante un punto di vista materialistico. La pittura (piuttosto che la scultura, ecc.) è arte in quanto pittura? Un dipinto è arte in quanto dipinto? Il nostro modo di relazionarci a un quadro assume quel quadro sempre e comunque in qualità di “opera d’arte”?

    Se uno scienziato naturale applica a un dipinto di una scimmia criteri di valutazione diversi da quelli che applica un critico d’arte, ossia criteri di valutazione non-artistici, significa che egli sta assumendo quel dipinto non in qualità di opera d’arte; tanto che egli, per valutare il dipinto secondo la modalità di relazione che a lui interessa, non avrebbe bisogno di alcuna esperienza in ambito artistico.
    Quando Brian e Craig Wansink – docenti, rispettivamente, di marketing ed economia applicata e di teologia – prendono in esame dipinti ritraenti l’Ultima Cena allo scopo di scoprire, per mezzo dei quadri, le variazioni qualitative e quantitative dei pasti nel corso dei secoli, non stanno certo assumendo come criteri di valutazione criteri di natura artistica; questo perché essi non si relazionano a quei dipinti in quanto opere d’arte.

    Tutto ciò fa pensare che l’identità artistica sia – come tutte le identità – non già statica, legata agli aspetti sensibili e immutabili dei testi, bensì mobile, legata alle modalità d’uso dei testi; che, cioè, “le cose” la assumano o la perdano a seconda del tipo di relazione che noi intessiamo con esse. Verità, questa, che non sarebbe, dunque, valida unicamente per ambiti specifici come il readymade, ma che si applicherebbe all’arte tout court.

    svelarte

  • anna valeriani

    Turner, bellissimo. Due suoi quadri di recente visti a Roma. Bellissimo.

  • grazia

    era ora che qualcuno si accorgesse che “acquerello”non è solo disegno fotografico..( con tutto il rispetto dovuto) ma vera forma d’arte… basta il già citato Turner per capirlo..
    Uso indifferentemente olio ed acquerello e mi permette di esprimermi con eguale forza e vivezza…

  • Pingback: What about acquerello? | Artribune « Nicocara's Blog()