Sapete perché l’Italia ha la forma di uno stivale?

No, è meglio che non lo sappiate, altrimenti rovinereste l’atmosfera politicamente corretta di una mostra talmente buonista da sembrare ruffiana. Allestita alla Fondazione Sandretto di Torino fino al 27 novembre. Per il centocinquantenario dell’Unità d’Italia, of course.

Andro Wekua - Emilia Romagna - 2010

Andro Wekua – Emilia Romagna – 2010

Dürer, Van Dyck, Velázquez, Rubens, Turner, Manet, Renoir, Matisse, Goethe, Stendhal, Lawrence, Pound, Hemingway. Questa è solo una piccola parte del lungo elenco di artisti e scrittori che affrontarono quel “viaggio in Italia” che per secoli è stato non solo un must modaiolo che anticipava il turismo globale, ma anche un vero e proprio, direbbero i sociologi, momento liminale. Lo era perché rappresentava, citando Goethe, quel luogo in cui “si riallaccia l’intera storia del mondo”.
Ma cos’è oggi l’Italia? A tentare di rispondere a questa spinosa domanda sono venti artisti stranieri che hanno percorso una versione aggiornata del “viaggio in Italia” del passato. Scelti da Francesco Bonami, e associati a ciascuna regione con un sorteggio da tombola, artisti come Roman Ondak, Gabriel Kuri, Andro Wekua, Hilary Lloyd, Markus Schinwald, Ulla von Brandenburg e Katerina Seda sono partiti per le loro mete e qui hanno ideato e realizzato i lavori che da domani sera sono in mostra in Un’espressione geografica. Una collettiva che prende il titolo dalla nota in cui lo statista austriaco Klemens Von Metternich definì, nel 1847, l’Italia come “un’espressione geografica. Un paese composto da stati sovrani, reciprocamente indipendenti”.

Forse è proprio dal derivare il titolo dalla frase di un politico e dal rientrare nelle celebrazioni dell’Unità d’Italia che la mostra ha preso un tono politically correct che, in molti casi, finisce per dare allo spettatore una visione stereotipata dell’Italia. La Campania, ad esempio, è per Gabriel Kuri la smorfia e i numeri della lotteria come tentativo di ordinare il caos; il Piemonte è, per Victor Man, il fascino magico e sotterraneo degli occhi intagliati nelle lastre del marciapiede di Palazzo Lascaris a Torino e riportate in mostra su blocchi di pietra di Lucerna; il Molise è, per Ferhat Ozgur, un photocollage delle bellezze paesaggistiche e architettoniche delle regione. E ancora: la Sardegna è quella dell’attaccamento a tradizioni antiche come quelle dei Mamuthones del carnevale di Mamoiada, l’Emilia Romagna quella della ceramica faentina, il Trentino quello dei tetti in paglia, la Puglia quella del barocco leccese.

Roman Ondak - Balancing at the Toe of the Boot - 2010

Escono dalla semplicioneria del politicamente corretto i lavori Roman Ondak, Johanna Billing e Nathaniel Mellors. Il primo durante il suo viaggio in Calabria ha spedito delle cartoline indirizzate al curatore Francesco Bonami in cui, strizzando l’occhio a On Kawara, riporta data e luogo di spedizione assieme alla scritta “We are still alive”. Mentre le due videoartiste, una per il Lazio e l’altra per il Veneto, tirano in ballo Pier Paolo Pasolini come profeta di quelle che oggi sono le grandi contraddizioni italiane.
Per una mostra che, da cartella stampa, vuol essere un “racconto delle meraviglie e delle contraddizioni che caratterizzano un’Italia unica, sempre in bilico fra tradizione e innovazione, storia e contemporaneità” è un po’ poco. Anche considerato che proprio nella medesima Fondazione era stato esposto, anni fa, un lavoro di Paola Pivi, uno stivale incrostato di spille che ricordano luoghi significativi del paesaggio italiano, dal Do you know why Italy is shaped like a boot? Because so much shit couldn’t fit in a shoe.
Sia ben chiaro, questo non significa che si sarebbe dovuto esporre solo il lato negativo dell’Italia; ma, d’altronde, accanto alle bellezze straordinarie del nostro Paese Goethe ne annotava anche i difetti: “La polvere sulle strade, le truffe al forestiero, l’assenza di ordine e disciplina; l’individualismo con cui ognuno pensa per sé, dell’altro diffida, e i capi dello stato, pure loro, pensano solo per sé”.
Insomma, l’Italia in mostra in Un’espressione geografica sembra un Paese se non irreale comunque tristemente legato a un passato su cui ormai si basano tutti, o quasi, i motivi di orgoglio patriottico.

Stefano Riba

dal 19 maggio al 27 novembre 2011
Un’Espressione Geografica. Unità e Identità dell’Italia attraverso l’Arte Contemporanea
a cura di Francesco Bonami
Fondazione Sandretto Re Rebaudengo
Via Modane 16 – 10141 Torino
Orario: martedì e mercoledì 14-19; giovedì 14-23; venerdì 14-19; sabato e domenica 12-19

Ingresso: intero € 5; ridotto € 3
Info: tel.
+39 0113797600; [email protected]; www.fsrr.org

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  • Arnaldo Curreri

    Lavoretti un po’ annoiati e superficiali, no?

  • andrea

    se della sardegna viene mostrato un progetto sui mamuthones di mamoiada, vuol dire che chi accompagnava l’artista (u. von brandenburg) ha una conoscenza molto superficiale dell’isola.. mi ci gioco le palle che c’entri cristiana collu.

    • Santino

      Andrea non pensi che magari per la Sardegna sia stata proprio l’artista a scegliere i Mamuthones?

      • andrea

        elisabetta benassi, invitata dal man, fece un lavoro sui fuochi di sant’antonio a mamoiada. vascellari idem. zimmerfrei realizzò un video a dir poco superficiale su una spiaggia deserta (berchida).
        dico che, se tu che segui l’artista invitato hai una conoscenza poco approfondita del territorio (oppure semplicemente non hai a cuore la complessità sociale, culturale, geografica ecc.. di quest’isola), egli produrrà un lavoro povero di argomenti, cioè prevarrà nel progetto la parte più appariscente ed emotivamente coinvolgente dell’esperienza vissuta. in altre parole, il lavoro avrà lo sguardo del turista.
        di sicuro l’artista ha scelto liberamente i mamuthones. ma se tu insieme ai mamuthones gli mostri anche, poniamo, la saras di sarroch, la miniera di furtei o anche solo un quartiere popolare di cagliari, gli stai dando una serie di informazioni sulla realtà del luogo, che gli consentono un approccio maggiormente critico o comunque sfaccettato di ciò che gli sta intorno.
        il problema è perciò la sveltina culturale che ogni volta ci propongono gli artisti che vengono a lavorare nell’isola..

  • sgric

    le rovine dell’aquila per l’abruzzo è come fotografare un bambino che muore di fame in kenya.

    • Stefano Riba

      A onor del vero va detto che l’immagine del lavoro di Michael Stevenson e Cornelia Schmidt-Bleek messa qui in photogallery è solo una fotografia scattata durante il viaggio degli artisti in Abruzzo. Le immagini del lavoro allestito (che riguarda in parte anche il terremoto ma da un punto di vista più “poetico”) non erano ancora disponibili quindi abbiamo dovuto mettere questa.

      Lo stesso discorso vale per le immagine qui pubblicate di Wekua e Putrih.

  • Franco

    Mi sembra tutto perfettamente in linea con l’idea curatoriale di Bonami.

  • Arnaldo Curreri

    Ma cos’è questa storia che l’artista deve essere “accompagnato” nei luoghi più interessanti? Ma stiamo scherzando?

    L’artista dovrebbe avere la sensibilità e lo sguardo aperto per trovare da solo le cose interessanti.
    Anzi, un bravo artista è in grado di ribaltare la prospettiva da cui noi normalmente si guardano le cose (e i luoghi) per proporci delle visioni spiazzanti, anche per chi vive lì da sempre.
    Questi qui sembrano sembrano tanti pendolari a 5 stelle che passano da un albergo all’altro senza neanche capire la terra dove, di volta in volta, muovono i loro passi. Anzi forse non gli interessa proprio.

    • andrea

      caro arnaldo, la tua visione tardo romantica dell’artista fa un po’ sorridere. e se non è tardo romantica è poco attuale. è chiaro che un artista invitato per un progetto da un’istituzione debba essere accompagnato, deve esserlo anzitutto per motivi pratici. volevi che u. von brandenburg sbarcasse a olbia senza neppure un autobus che la portasse a sassari, oristano o cagliari?.. anche solo per una questione di costi, l’artista deve essere seguito. una ricerca con guida durerebbe due settimane mentre la stessa in solitaria potrebbe avere tempi triplicati.. e chi paga, tu?
      spero di essermi spiegato.

      • Nello Bruni

        Allora, se sono gli abusatissimi stereotipi turistici che ci aspettiamo da questi fior fiori di artisti, ed è il concetto del Time is Money quello che veramente conta e guida tutta la nostra ricerca, tanto vale inviare direttamente a casa di questi nuovi eroi una selezione di cartoline che meglio incarna la visione superficiale dell’Italia e chiedere a ciascuno di fotocopiarne una a sua scelta.
        Così risparmiamo un mucchio di soldi per viaggi ristoranti e alberghi e non corriamo il rischio di sentirci tardi o romantici.

  • claudio

    Mostra visitata ieri. Toccare dunque con mano.
    Presupposto critico interessante, ma risultato più che deludente (voto 4)
    L’espressione geografica di cui vuol parlare Bonami, legata all’affermazione di Von Metternich, è diventa in mostra una serie di “impressioni” geografiche.
    Ciò che gli artisti rivelano, infatti, è solo l’impressione di quanto hanno potuto cogliere. Come, però, dar loro torto?… I tour sono durati da 5 a 7 giorni (questo in effetti il periodo trascorso il loco). Altro che Grand Tour! In un tempo così breve, benché accompagnati da critici e curatori locali (scelta anche qui in un certo senso interessante), non è possibile pensare che l’artista immediatamente “esprima”, narrandolo, il suo sentire un luogo.
    Il Gran tour, probabilmente anacronistico oggi, si sarebbe potuto sostituire con una residenza, magari senza guida critica locale, in cui l’artista si sarebbe dovuto “arrangiare”, artisticamente e linguisticamente. In ogni caso – residenza, grand o short tour – credo sull’Abruzzo non si potesse lasciar passare inosservato il fenomeno terremoto. Infine, immagino che se anche la coppia di artisti Stevenson e Schmidt-Bleek avesse affrontato altri temi abruzzesi, oggi gli si sarebbe rimproverata la superficialità nella trascuratezza di un disastro così evidente di cui non si può non restare indifferenti.

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  • Gaia

    Il Veneto è il migliore!
    No, scherzo… il Piemonte e l’Emilia Romagna sono le più belle, a mio parere.
    Io ho dovuto presentare il Veneto per una “cosa” di scuola e ho ripetuto cosa rappresenta l’opera per un’ora intera… poi ho avuto gli incubi…