Segantini e la modernità in pittura

Strano destino, quello di certi italiani. Pittori in fuga da vivi, con un medesimo destino anche dopo la morte. Per vedere una grande antologica di Giovanni Segantini, infatti, occorre andare sin nei dintorni di Basilea. Ma Parigi val bene una messa, se si tratta della Fondazione Beyeler. La mostra chiude nel giorno della Liberazione. E se fosse lo spunto per una gita pasquale?

Occorre andare in Svizzera per vedere Giovanni Segantini (Arco, Trento, 1858 – Pontresina, 1899), beneficiario di una mostra presso la Fondazione Beyeler, dove una settantina abbondante di opere ripercorrono il suo percorso artistico, dai lavori lombardi fino a quelli d’altura, costruiti nel paesaggio delle montagne alpine, dove la sua qualità pittorica e l’utilizzo del colore per rappresentare la luce e la trascendenza raggiungono livelli molto alti.
La filiera che dalla luce al paesaggio utilizza la tecnica divisionista in un anelito trascendente è ricostruita anche nel bel catalogo, ma viene ben presentata soprattutto nelle sale della mostra e in particolare nell’ultima, dove il Paesaggio alpino del 1898-99 si confronta con gli studi per La morte e La natura, con il Ramo di Cembro del 1896 e con la Pianta di Cembro del 1897.
Gaetano Previati
, esponente del Divisionismo, aveva scritto che il pittore ha il compito di esercitare un’analisi intellettuale sulla relazione tra le forme dei colori e le forme percepibili nel vero. La rassegna di Basilea mostra come Giovanni Segantini abbia fatto questo lavoro di passo in passo, prima oscillando fra ambientazioni con illuminazioni diverse, poi aprendosi ai paesaggi e cercando una relazione convincente fra la distribuzione dei soggetti nello spazio visivo e il lavoro che il colore imprime alla nostra percezione attraverso la tecnica divisionista.
Così, seguendo la presentazione cronologica del lavoro di Segantini, noteremo le scelte di falsa prospettiva e apprezzeremo come queste siano funzionali all’effetto generale che il quadro genera nel nostro vissuto. In effetti, la capacità di Segantini di incidere così tanto nell’immaginario della civiltà popolare del XX secolo probabilmente passa attraverso il modo in cui ha utilizzato le tecniche: la tecnica dello sguardo, la tecnica del colore, la tecnica della disposizione nel campo visivo dei soggetti trattati.
Nel catalogo, il saggio di Guido Magnaguagno si conclude attribuendo a Mario Merz un unico vero desiderio di possesso: una montagna. Possedendola attraverso il colore, il Giovanni Segantini che vediamo a Basilea, sotto la luce architettata da Renzo Piano, propone, come giustamente affermano gli organizzatori della mostra, una delle modernità possibili in pittura e in arte.

Vito Calabretta

 

dal 16 gennaio al 25 aprile 2011
Giovanni Segantini
Fondation Beyeler
Baselstrasse, 77 – 4125 Riehen
Orario: tutti i giorni ore 10-18; mercoledì ore 10-20
Ingresso: intero CHF 25; ridotto CHF 20/12
Catalogo disponibile
Info: tel.
+ 41 0616459700; [email protected]; www.fondationbeyeler.ch

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Vito Calabretta
Sono nato in un paese di ottocento abitanti in provincia di Catanzaro, cresciuto a Ventimiglia e ho avuto una prima formazione scolastica a Mentone, in Costa Azzurra, dove ho frequentato anche il Conservatorio Municipale. Mi sono trasferito a Milano per iscrivermi a un corso universitario di Discipline Economiche e Sociali, mi ci sono laureato, ho vinto dopo anni di tentativi un dottorato di ricerca in storia della società europea. Mi è stato impedito di discutere la tesi di dottorato con l'accusa di non voler «fare lo storico, ma il Carlo Ginzburg, il Derridà, 'naltro po' il Rolanbàrt». Ne ho preso atto; nel frattempo avevo iniziato a frequentare i Seminari in Antropologia dei Poteri della École Française di Roma, avevo iniziato a collaborare con Il Manifesto e con L'Unità, a scrivere in versi e a lavorare sull'arte. Già da allora, in ogni caso, avevo iniziato a occuparmi delle stesse attività: affrontare realtà, cercare di capire qualcosa, raccontarlo. Spero di riuscire a continuare ancora.
  • paolo

    Buongorno è una mostra bellissima, anche se manca a causa di problemi tecnici qualche capolavoro (le opere sono poco trasportabili) ho visto la mostra due volte e chi vuole vederla è meglio andare di mattina presto c’è sempre un sacco di gente