Quando i musei fanno (quasi) scouting

Portare un Matthew Day Jackson al museo d’arte contemporanea di Bologna. Dedicargli una grande personale, inaugurata nei giorni della fiera più importante d’Italia. Questo ha fatto il MAMbo e il suo direttore Gianfranco Maraniello. Questo dovrebbero fare, tra l’altro, i musei dedicati alla cultura contemporanea. C’è tempo fino al primo maggio per non perdersi una mostra importante.

Matthew Day Jackson - Chariot II (I like America and America likes me) - 2008/2010 - VanhaerentsArtCollection, Bruxelles - photo Adam Reich

Un corridoio “mistico”, soverchiato dallo spettro cromatico. Il punto di partenza è la foto del figlio neonato di Matthew Day Jackson (Panorama City, California, 1974; vive a New York), Everett Coleman Jackson (2009): un’opera di altissima ingegneria, il capolavoro dell’artista.
Camminando, si passa sotto The Tomb (2010), un sarcofago trasparente portato a spalla da otto imponenti astronauti in legno e plastica. Sei figure quasi lovecraftiane, una mitologia anni ‘60 in cui la corsa allo spazio si ammanta di sacro, accompagnano una delle forme-cifra di Jackson, legno-titanio-teschio-parti anatomiche. Il punto terminale è Me Dead at 35 (2009), autoritratto da morto dell’artista che fa da pendant chiudendo circolarmente il lavoro.

Matthew Day Jackson - In Search of - 2010 - courtesy l'artista & Peter Blum Gallery, New York

Matthew Day Jackson, uno degli artisti più interessanti della sua generazione (con impressionanti e stringenti punti di contatto tematico e stilistico con un regista pressoché coetaneo come Richard Kelly), lavora da sempre su questi argomenti, in definitiva gli unici su cui valga veramente la pena di lavorare: la vita, la morte, le civiltà e le culture umane, il senso ultimo della realtà e la nozione di “manufatto”. Su questo si concentra in maniera brillante ed efficace il complesso video che dà il titolo alla mostra.
Realizzato come un programma tipico da canale tematico, In Search of (2010) cattura lo spettatore fra misteriose civiltà scomparse, incroci tra archeologia e magia, mito e storia, scienza e psichedelia. Jackson usa consapevolmente un linguaggio immediato e accattivante (proprio perché mutuato dal dispositivo spettacolare: il riferimento diretto è qui la serie televisiva americana condotta da Leonard Nimoy tra il 1976 e il 1982), costruendo oggetti realmente concettuali: perché sono oggetti che ragionano, che ruotano davvero attorno a un pensiero, senza simularlo o mimarlo.

Matthew Day Jackson - Study Collection VI - 2010 - coll. privata - photo Adam Reich

In cerca di punta programmaticamente i suoi obiettivi, con precisione e poesia allo stesso tempo: le nostre origini, i nostri desideri, i nostri limiti. Il nostro immaginario collettivo. Non sorprende perciò ritrovare nelle tradizionali scaffalature i manufatti presentati nel video didattico come frutto del popolo sconosciuto di Eidolon (Study Collection VI, 2010): Steven T. Frontiére è Matthew Day Jackson, e viceversa.
The Way We Were
(2010) è un elegantissimo e rigoroso esercizio sull’illustrazione della storia umana (come vedere una versione epico-etnografica di Haim Steinbach), mentre con Chariot II (I Like America and America Likes Me, 2008-10) siamo di fronte un vero e serio capolavoro, che sintetizza magistralmente queste riflessioni in un distillato purissimo di “esoterismo pop”: la carcassa dell’auto distrutta dal pilota Skip Nichols diventa un reperto archeologico postmoderno alimentato da pannelli solari, il cui parabrezza è al tempo stesso un rosone medievale e uno schermo alieno (il riuso di Beuys è qui del tutto ironico).

Matthew Day Jackson - Everett Coleman Jackson - 2009 - courtesy l'artista

Per quanto cerchiate di agganciare il mondo fantastico di MDJ, lui vi sorprenderà sempre, con una ulteriore simulazione della sua morte, o con una citazione monolitica dal fisico Oppenheimer, inventore della bomba atomica: I Have Become Death, Destroyer of Worlds.

Christian Caliandro

dal 27 gennaio al 1° maggio 2011
Matthew Day Jackson – In Search of…
a cura di Gianfranco Maraniello
MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna
Via Don Minzoni, 14 – 40121 Bologna
Orario:
martedì, mercoledì e venerdì ore 12-18; giovedì ore 12-22; sabato, domenica e festivi ore 12-20
Ingresso:
intero € 6; ridotto € 4
Info: tel. +39 0516496611;
[email protected]; www.mambo-bologna.org


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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • luca rossi

    La mostra è sintomatica come refuso del new pop anni 90. Sembra il set cinematografico di un film di serie B. Il pubblico rimane perplesso e insoddisfatto, in quanto trova soluzioni molto deludenti rispetto un complessità del presente molto maggiore.

  • ho visitato la mostra….deludentissima
    il linguaggio era dei primi anni 80….
    ora non basta piu’ individuare un concetto sociale, peraltro sfruttatissimo e creare una cozzaglia di cose con poca tecnica….

    e questi sono i nuovi artisti?
    quanta gente brava che c’e’ in giro e che al mambo non ci arriveranno mai….
    che tristezza

  • hm

    grazie per i vostri interventi, volevo andarci ma ora che ho letto ciò che temevo fosse in anticipo non ci metterò piede . a parte il fatto che dall’articolo non si capisce molto, la foto di un neonato sarebbe un’opera di altissima ingegneria, il capolavoro dell’artista?
    l’autoritratto/foto dell’artista da morto è molto cool ultimamente, lo fanno in molti .

  • Diego

    non mi piace la recensione di Caliandro, molto sottotono rispetto ai suoi articoli passati, ma la mostra invece merita di essere vista.

    • A mio avviso l’arte deve essere innovazione,tecnica,armonia magari con un pizzico di sindrome di Stendhal.Riprendiamoci l’Arte ,basta con le presunte provocazioni e le speculazioni del mercato,realmente triste in questi ultimi anni.Io sono un artista digitale 3D e il futuri dell’Arte passerà (Anche )da qui ma in Italia nessuno se ne accorge..

    • A mio avviso l’arte deve essere innovazione,tecnica,armonia magari con un pizzico di sindrome di Stendhal.Riprendiamoci l’Arte ,basta con le presunte provocazioni e le speculazioni del mercato,realmente triste in questi ultimi anni.Io sono un artista digitale 3D e il futuro dell’Arte passerà (anche)da qui ma in Italia nessuno se ne accorge..

  • Luca Rossi

    Non c’è alcuna capacita’ di rapportarsi efficacemente con il presente. Sembra che i muri del museo e quelli degli addetti ai lavori debbano difendere ossessivamente queste opere. Anche perché poi il Mambo e’ a Bologna una sorta di cattedrale nel deserto che per andare incontro al pubblico finisce per fare scelte poco definite come questa qui’. La mostra e’ confusionale, sembra appunto un set cinematografico dismesso. Se questa e’ l’arte cont. meglio seppellirla.

  • tizio

    A battezzare un’opera come retaggio degli anni ’90 ci vuole niente. Qualsiasi cosa può esser riferita ad un decennio che ha fatto del refuso la propria regola. A me sembra che la recensione di Caliandro sia in larga parte condivisibile. Unico peccato -veniale- l’eccesso di entusiasmo giustificato dall’aver incrociato tematiche a lui particolarmente affini.

  • luca rossi

    Dopo il 1990 nell’arte come nella politica abbiamo assistito all’emergere di individualità artistiche che hanno saturato definitivamente le possibilità dell’arte pop. Questo sembra il set, un po’ dimesso e dismesso, di uno dei film di Matthew Barney (vi ricordate la corsa sull’isola, le ambiguità antropomorfe, l’artista che diventa performer ecc ecc?). In questa mostra c’è una sorta di disillusione, che però non arriva bene da nessuna parte: la domanda è “quindi?” le sculture al laser che tengono su la bara con dentro il presunto resto dell’artista? Ma che roba è??? Retorica spicciola butata lì. Il docu-fiction che vorrebbe mappare la ricerca di immagini antropomorfe…quindi? Tutto diventa rappresentazione, tutto appare disinnescato rispetto una contemporaneità molto più complessa ed incidente dove la realtà si fonde e confonde già con la fiction…

    Ravviso anche una sorta di complesso di inferiorità rispetto a questo artista americano che, in questo caso, mi sembra gravemente insufficiente. Possibile che al Mambo si riesca a fare solo o l’arte povera o questi ennesimi enfant terrible gonfiati a tavolino?

    Quando visitiamo questa mostra, guardiamo e ascoltiamo piuttosto le reazioni del pubblico..in una bologna disinteressata e analfabeta per il contemporaneo. Ma una bologna non stupida; per cui queste operazioni rischiano di diventare controproducenti..ma tant’è…

  • luca rossi

    dopo 2 commenti ho finalmente letto la recensione di Caliandro che è sicuramente meglio della mostra. Purtroppo la rappresentazione è satura e, in un certo qual modo, in crisi. Quindi per salvarla bisogna creare una fibrillazione tra rappresentazione e “presentazione”, e, in questo, il format recensione va benissimo. Però allora non serve una mostra in un museo quanto un semplice ed economico blog :)
    Ci vorrebbe quanto meno maggiore consapevolezza da parte dell’artista.