Professione artista. E, per stipendio, un rotolino di soldi infilato nella tasca dei jeans

Da una parte le norme europee, il riconoscimento del lavoro dell’artista, con tutti i crismi che una professione comporta. Dall’altra la realtà (italiana), fatta di zone d’ombra più o meno intensa. Maddalena Fragnito ne parla e ci costruisce progetto un progetto. Altro che evasione (fiscale)!

Maddalena Fragnito

Invitiamo lo Stato italiano a sviluppare o applicare un quadro giuridico e istituzionale al fine di sostenere la creazione artistica, mediante l’adozione o l’attuazione di una serie di misure coerenti e globali che riguardino la situazione contrattuale, la sicurezza sociale, l’assicurazione malattia, la tassazione diretta e indiretta e la conformità alle norme europee; sottolineiamo che occorre prendere in considerazione la natura atipica dei metodi di lavoro dell’artista; sottolineiamo inoltre che occorre prendere in considerazione la natura atipica e precaria di tutte le professioni artistiche; incoraggiamo lo Stato italiano a sviluppare la definizione di contratti di formazione o di qualificazione nelle professioni artistiche; proponiamo pertanto allo Stato italiano di agevolare il riconoscimento dell’esperienza professionale degli artisti”.
Ha il tono di un manifesto d’alternativa politica, ma soprattutto vuol essere una sfida all’agonia di un sistema. Gli input culturalmente bellicosi saranno ulteriormente sviluppati dal lavoro in progress di Maddalena Fragnito (Milano 1980), visual artist impegnata nella realizzazione de Lo spettacolo che tutti vogliono.

Immagini dalla protesta nel Wisconsin

Abbiamo assistito a un’anticipazione dell’interessante progetto pochi giorni fa Milano, nel corso della tavola rotonda Natura – Donna – Impresa – verso Expo 2015. Maddalena Fragnito ha proiettato un video (primo passo dello spettacolo in progress) ideato e realizzato con Emanuele Braga (della compagnia di teatro fisico Balletto Civile) girato nel Teatro Due di Parma. Mentre scorrevano le immagini (ispirate a una recente protesta che ha visto l’occupazione di sedi istituzionali nel Wisconsin contro i tagli della spesa sociale), Fragnito ha letto un testo tratto dallo Statuto Sociale degli Artisti redatto dal Parlamento Europeo nel 2007.
Come incipit del video, una panoramica a 360 gradi su luoghi spogli, poi man mano il riempirsi degli spazi di persone e azioni. “Immagini dissonanti di bivacchi e sacchi a pelo tra mura istituzionali, come forma di protesta e tentativo collettivo di rimettere in piedi l’apparato statale in modo partecipato”.
A stridere maggiormente tra i principi dello Statuto europeo e la realtà messa in risalto dall’artista, una questione su tutte: il primo riconosce “nel fare arte, una professione”; di contro, la quotidianità, con esperienze a dir poco opposte.

Governare la paura

In questi ultimi anni”, ha stigmatizzato Maddalena Fragnito, “mi sono un po’ allontanata dai percorsi convenzionali dell’arte contemporanea per tante ragioni, tra cui quella di sentirmi molto in imbarazzo e poco coerente nel promuovere il mio lavoro all’interno di meccanismi spesso in totale contraddizione con le tematiche che rappresentavo. Un esempio per tutti: un progetto sull’evasione fiscale fatto all’interno di una galleria che di fatto non mi avrebbe mai pagato in altri modi, se non infilandomi rotolini di soldi nella tasca posteriore dei jeans. Queste cose non sono generalizzabili, descrivono però un modo di fare comune nel mondo dell’arte. E qualcuno direbbe: ‘Ti è andata bene!’, visto che in molti altri casi il rotolino non lo vedi neanche e, inutile dire, difficile reclamarlo”. E poi non si dica che Artribune non mette a disposizione dei lettori argomenti di cui dibattere quiggiù nei commenti…

Caterina Misuraca

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Caterina Misuraca
Caterina Misuraca nata a Lamezia Terme nel 1976. Vive e lavora a Milano. Laurea all’Università di Bologna in Discipline delle Arti della Musica e dello Spettacolo. Giornalista di cronaca, politica, costume e società. Curatrice mostre d’arte sociale (tra queste: OggettInstabili - Moti Urbani StazionImpossibili). Contitolare Agenzia di Comunicazione Misuraca&Sammarro. Organizza eventi di critical fashion ed ecodesign (tra questi: Natura Donna Impresa Verso Expò 2015 - IOricicloTUricicli). Dal 2008 collaboratrice di Exibart, da marzo 2011 passa ad Artribune.
  • sil

    sarebbe interessante sapere cosa ne pensano gli artisti. Sono d’accordo con la posizione della Fragnito?

  • Massimo

    quello del finanziamento è sempre un argomento spinoso. ogni esperienza, ogni vita è unica. l’arte, la cultura deve essere finanziata e in che modo. mmmmmmhh. la mia esperienza cha nasce nel teatro degli anni ’70 e poi si sposta nell’arte (anche il teatro è un’ arte ma passatemi la divisione) alla fine degli anni ’80 mi suggerisce che l’artista come tale non deve essere finanziato ma bisogna metterlo iun condizione di diffondere il suo lavoro. Mi spiego meglio. Nel 1991, durante un convegno a Firenze proprio sui finanziamenti alle compagnie teatrali, esposi una teoria (invisa a molti colleghi): invece di darci o prometterci soldi che tanto sono sempre meno e tardivi nell’arrvivare e quindi di fatto creano tensione nelle programmazioni/progettazioni, dateci spazi, inseriteci nei cartelloni teatrali, offriteci occasioni per dimostrare al pubblico cosa sappiamo fare. Naturalmente la proposta fu bocciata. Per quel che mi riguarda ho continuato a lavorare con quella idea nella testa trovandomi da solo e non solo in Italia occasioni per presentare i miei lavori. Non sono diventato un artista famoso ma espongo in molti spazi (non li chiamo gallerie), collaboro con molti altri artisti in Europa, viaggio molto e le mie opere sono comprate. Giusto o sbagliato? Non so. Riporto una esperienza possibile. Massimo

  • condivido le posizioni di Massimo, finanziare le strutture che siano aperte e propositive, finanziare artisti vuol dire renderli poco realisti e propositivi

  • Ele

    Io allargherei la questione all’intero, cosiddetto, “sistema dell’arte”: non restringiamo il campo ai soli artisti e non parliamo di cose troppo astratte come le “strutture”.
    Se vogliamo parlare di politica del lavoro nell’arte, cominciamo dalla base, da quell’immenso e sommerso popolo fatto di artisti sì, ma anche di assistenti di artisti e gallerie, di professionisti della comunicazione per l’arte, di giornalisti-critici che offrono la propria prestazione professionale a riviste di settore, etc. etc, che fanno fatica ad arrivare a fine mese perchè, non si sa per quale motivo (o forse sì), nel mondo dell’arte “siamo tutti amici”, siamo tutti “volemose bene”, e nessuno parla di soldi, e guai a parlare di un contratto che sottintenda delle garanzie per il lavoratore. Se il mondo del lavoro in Italia è un far west, il settore dell’arte è una foresta selvaggia in cui però ci sono persone che lavorano 12 ore al giorno, non conoscono sabati e domeniche e si rendono reperibili, manco fossero chirurghi e solo per amore di questo mestiere, 24ore/24, il tutto in cambio di una pacca sulla spalla, di una promessa di stipendio che non sarà mantenuta e senza alcuna garanzia. E stiamo qui a parlare di “finanziamenti dello Stato” e di “riconoscimento professionale dell’artista”, quando neanche i nostri galleristi, tanto per dirne una, riconoscono le professionalità che crescono nelle loro gallerie. I “rotolini nelle tasche dei jeans”, quando e se arrivano, li conosciamo tutti molto bene, artisti e non, giovani e non, che lavoriamo da anni in questo settore.
    Non parliamo allora di “professionalità” e di “professionisti” perché questi termini includono una deontologia, un’etica e un rispetto del Lavoro (sì, con la L maiuscola) che nel mondo dell’arte, in Italia, non esiste.

    • Massimo

      Come non essere d’accordo nell’allargare la questione all’intero sistema arti. La pacca sule spalle ecc accade ovunque nel mondo delle arti è una vecchia triste prassi italiana. Ci vorrebbero molto volenterosi e pieni di sacrificio missionario in cambio di un non meglio identificata aurea riflessa che non porta da nessuna parte e non offre scappatoie, perché se hai accettato una volta ti chiederanno di accettare ancora . Almeno in altri paesi (dove possono accadere le stesse cose ma con modalità diverse) dalle mie esperienze ormai decennali può realmente corrispondere una spinta, un appoggio verso ciò che si anela, lo spazio te lo puoi davvero conquistare. Certo non basta essere volenterosi servono anche cultura, capacità e per chi ci crede un pizzico di dea bendata. Non so se questo in questa trista Italia possa realmente funzionare, forse qui i sistemi sono altri, clientelismi e nepotismi si sprecano lo sappiamo tutti. O fai parte di un circolo/clan chiamatelo come volete o resti alla porta. Vorrebbero irregimentarci. Come trovare l’uscita da tutto questo? Sento la stessa domanda da circa 40anni ad ogni convegno. Non ho voluto aspettare una risposta e me ne sono andato all’estero, ho migrato e oggi non posso che ritenere di aver fatto una scelta giusta anche se naturalmente in Italia pochi mi conoscono e le possibilità locali scarseggiano. Anni fa un noto gallerista milanese a cui volevo mostrare foto dei miei lavori mi rispose che non aveva tempo e poi in modo stizzitito mi disse… ma cosa volete da noi non possiamo stare a guardare tutto. Vero giusto e allora? Quel gallerista non sarebbe mai passato dalla civiltà meccanica a quella elettrica perché non aveva tempo di guardare una rana.

  • luca rossi

    Un progetto intelligente. Brava la Frangito.

  • luca rossi

    Molti artisti, soprattutto giovani, sono conniventi con un certo sistema indecente, e non sono diversi dalla mentalità opportunista ed egoista della nostra classe politica vecchia. Non c’è alcuna riflessione di ruolo che vada oltre certi codici e rituali ormai logori. Un certo menefreghismo e una certa arrendevolezza vengono coperti dalle rendite dei nonni (Nonni Genitori Foundation). Perchè gli artisti dovrebbero essere il cuore del sistema, e se pretendono di fare le cose per bene il sistema le deve fare.

    Il problema è che c’è sempre l’ennesimo artista narciso disposto ad esporre il suo ego per nulla, anche a costo di essere umiliato. E questo è anche colpa di un sistema chiuso al confronto critico e all’approfondimento. Ma Maddalena è sulla buona strada, la soluzione può essere solo il linguaggio e non delle critiche sterili al sistema. Anche per questa è necessaria una fusione/confusione di ruolo.

  • Alessio
    • massimo

      ringrazio Alessio per il link. Purtroppo non permette l’iscrizione, non so se per malfunzione e per lavori in corso. comunque sarei interessato alla partecipazione ma aspetto di saperne di più.

  • Penso che buona parte del problema sia dato dalla massiccia presenza di figli di papà che giocano a fare i galleristi circondati da figli di papà che giocano a fare gli artisti, a volte perfino disposti a pagare per esporre la loro arte.
    Il lavoro da fare in Italia è tanto e molto complesso, ma per rendere la professione dell’artista italiano paritetica ad altri paesi con un simile standard di vita bisogna prima cambiare il sistema Italia. Un cane che si morde la coda, dorme e non abbaia.

  • Nicola Nuti

    L’artista non è un impiegato dello stato. Chi fa arte, lo fa a suo rischio e pericolo: da qui nasce la vera creatività. Piuttosto è il sistema dell’arte che dovrebbe fornire più opportunità. E poi dovrebbe cambiare la mentalità comune che relega l’arte alla categoria di passatempo di lusso. L’artista è un professionista, uno che elargisce idee e immagini, ma che per farlo deve spendere tempo, energia e soldi (in materiali e autopromozione): non è dunque eticamente pensabile che lavori gratis. Perché si chiedono prestazioni agli artisti con la fatidica frase “Però non possiamo pagarti”, quando nessuno si sogna di dire lo stesso a un idraulico o al carrozziere?

  • Se non ci si decide una buona volta ad assassinare “LARTISTA” che abusa in ognuno di noi , il bene-detto “SISTEMA” assorbira’ sempre ogni cosa, sopra tutto ogni posizione apparentemente CONTRO ( la fara” propria)
    IL campo di battaglia non è il nostro fuori ma solo il nostro intimo perchè è li’ che il Sistema regna.

    Sottrazione , questa deve essere la parola d’ordine . Rompere le righe. Disertare. in Silenzio.

  • luca rossi

    L’arte gode di uno status sociale basso: tutte le scuole medie e i licei d’ italia hanno come direttiva ministeriale di consigliare l’istituto d’arte agli studenti meno brillanti. Oggi in italia, non si capisce quale sia la funzione dell’artista, del giovane artista. QUAL’E’?

    Paradossalmente questa situazione è la migliore per esaudire uno dei principi del contemporaneo: mettersi in discussione. Quindi questo ruolo potrebbe rinegoziarsi, e semmai ricucire lo strappo tra uno sistema dell’arte chiuso ed autoregerenziale ed il presente, e il pubblico. Questa cosa non potrà mai avvenire in sistemi più strutturati quali stati uniti, germania o inghilterra.

    E’ chiaro che se in mezzo alla foresta cade un albero e nessuno è lì per registrarlo, non so se possiamo dire che sia mai caduto.

  • Massimo

    le parole sono dolorose perché significano, rimandano e riflettono mgari qualcosa che non vorremmo accettare. Anni fa Enrico Baj, molti anni, mi raccontava che per esistere aveva dovuto iscriversi agli “artigiani”. La domanda è: l’artista è un artigiano? Ma allora l’artigiano è un artista?! Dove ci collochiamo? Ho vissuto per molto tempo in altri paesi, ultimo Berlino, dove gli artisti una una propria identità riconosciuta dallo stato e quindi dalla società. Non sono fannulloni mangiapane come pensa in Italia. In molte culture antiche, ciò che non aveva nome non esisteva. Non posso disertare e non posso rimanere in silenzio. “Nasco con un grido e muoio con un sospiro. Il bon ton non mi è gradito”

  • Massimo

    accidenti alle parole: alla frase “Ho vissuto… ultimo Berlino, (subito dopo leggere “dove gli artisti HANNO una propria ecc)… Alla frase Non sono fannulloni mangiapane (subito dopo leggere “come SI pensa in Italia.) grazie

  • A Maddalena Fragnito consiglierei una provocazione: chiedere al ministro Gelmini di imporre agli insegnanti delle scuole materne ed elementari di sospendere immediatamente ogni forma di insegnamento di disegno e pittura.

    In fin dei conti non si capisce perché la creatività venga incentivata da bambini e poi negata nelle scuole superiori.

  • marzia

    ottima iniziativa, brava

  • Qui si continua a girare intorno al “che cosa?” e ci si dimentica del “come?” . E’ sempre “”LARTISTA” che abbaia , pretende un riconoscimento e niente piu’; ma anche un qualunque impiegato , un qualunque operaio, un qualuque manovale dell’intelletto lo pretende. Allora chiedetevi : dove è lo scarto tra “”LARTISTA”” e costoro ? con un nome si puo’ risolvere un problema di identita’ ? se Non ci sono piu’ Generali che possano giustificare un Bay che ne dite dei “manager” che al giorno d’oggi mi sembrano ben piu’ pervasivi .

    NON E’ IL SISTEMA il problema , anzi questo è anche DIVERTENTE, andate a leggerVi l’intervista a Bonito Olivo, sirenetto come mamma l’ha fatto, nell’ultimo numero di Exibart -paper ( che Artribune mi perdoni se ho commesso TRADIMENTO, ma nell’articolo in questione si parla proprio del medesimo).

    • Massimo

      non scivoliamo sul macabro. ABO continua a sopravvivere a se stesso vendendo se stesso come arte (questo lo ha detto lui in una intervista). Rimane la questione del cosa fare. E’ stancante ma sono anni che si ruota intorno a questo argomento. Sapete, mi piacerebbe poter pagare le tasse in quanto artista e non in quanto non so che cosa. Se ricordo bene anche le puttane chiesero di pagare le tasse sul loro lavoro riconosciuto come servizio pubblico. L’anedottica si spreca, come dice Lorenzo giriamo intorno al che cosa. Riflessione delle ore 13,33: chi di noi crede realmente che un nuovo manifesto per quanto onorevolmente ben fatto e spinto al concreto (tale mi pare la proposta di Maddalena) ottenga quanto si propone? Attenzione, non ho intenzione di retrocedere e tacere, ma non posso esimermi dal guardare in prospettiva, calibrando cio che vorrei per il futuro, con ciò che accade intorno a me nelle relazioni quotidiane col mondo dell’arte. Nicola dice che non siamo impiegati statali e che fare arte non lo ha ordinato nessuno neppure il dottore (questo lo disse Gian Maria Volonté molti anni fa). Ciò non toglie che una società senza arte e artisti non sarebbe povera, sarebbe miserabile.

  • Non c’è nessuna via di scampo a questo sistema mangia-tutto, se non l’agire in silenzio e in clandestinaità. Solo così l’artista può iniziare un processo di rottura e di appropriazione del proprio intimo, come funzione di liberazione. La parola d’ordine è negazione.

  • Cristiana Curti

    La via c’è, in realtà. Non si può fare nulla che prescinda da una visione complessiva che con l’arte ha a che fare profondamente. La sua normativa, che è scarsa, confusa e totalmente ipocrita tanto che fomenta la pessima nomea che abbiamo come mercanti d’arte e che pregiudica la circolazione anche dei nostri artisti contemporanei.
    Nessun manifesto, nessun albo (che sia professionale o anche solo di “compilazione”) può prescindere dalle leggi più precise e definite su copyright, su diritto di seguito, su tutela (o notifica), su responsbilità civile e penale dell’expertise con obbligo di risarcimento immediato da parte del cattivo “esperto” in caso di ingannevole o scorretta dichiarazione (anche provata la buona fede), su imposizioni fiscali come se un’opera fosse una verdura, su obblighi di versare “cauzioni” costrittive e persecutorie per opere che escono dai confini in temporanea esportazione, su mancanza di archivi ordinati secondo criteri scientifici (accademici) che prevedano il ricambio dei titolari e l’aggiornamento dei dati per evitare contraffazioni e conflitti d’interessi, sull’obbligatorietà di porre in circolazione (gratuitamente) i dati di tali archivi, su mancanza di leggi che garantiscano la serietà delle vendite (per cui, ad esempio, vendere un falso equivalga a diffondere il falso, a meno che non sia dichiaratamente provata la buona fede – che, ad esempio, le case d’asta non dovrebbero pretendere di invocare), sulle agevolazioni fiscali per chi compra arte per sé, sulle agevolazioni fiscali per chi deve intervenire con restauri importanti su opere di proprietà magari legate al sito in cui si trovano, sulle agevolazioni fiscali per chi dona arte allo Stato, su una normativa più snella e imposizioni economiche meno vessatorie per consentire la nascita di un maggior numero di Fondazioni private…
    Il campo è vasto. Se si pensa – come dovrebbe essere – che la diffusione della nostra arte (specialmente quella contemporanea) dipenda anche dalle normative statali in merito alla sua (depressa) promozione e che i nostri artisti, per quanti “premi” si affannino a vincere in giro per lo stivale, valgano all’estero come il due di picche perché non esiste una regola per la circolazione delle loro opere, si deve partire dalle normative più ampie per arrivare a quelle relative alla professione (delegata malamente all’accattonaggio che la SIAE fa più per se stessa che per gli artisti: il diritto di seguito, travestito da “opera buona”, è una cretinata che rimpingua le casse della SIAE – quindi è un’altra tassazione per chi vende -, dei grandi nomi con istituti che li tutelano e non di quei tanti altri “minori” che ne dovrebbero davvero beneficiare e per cui l’imposta è in realtà nata).
    La vitalità artistica e culturale che, malgrado tutto, il nostro Paese esprime può trovare fonte di rinnovamento attraverso una più alta legalità diffusa della circolazione delle opere e una conseguente più ampia accettazione del nostro “sistema” dell’arte anche all’estero. Ad esempio: cominciamo a adeguarci alle norme europee e liberarci da quest’apartheid in cui lo Stato italiano da decenni ha confinato l’arte italiana e la sua libera circolazione.
    Nelle Accademie italiane dovrebbero insegnare Diritto dei Beni Culturali oltre che le materie canoniche e preparare non solo gli artisti (tanto non tutti lo diventano) ma anche divulgatori (giornalisti) e esperti che possano poi scegliere la strada di difendere la nostra arte attraverso la rifondazione completa della nostra penosa, terzomondista, normativa.

  • Altro che macabro , siamo alle prese con una sorta di Neolingua da fare invidia a quella che Horwell seppe anni addietro renderci testimonianza.
    La scambiammo per letteratura e fu un fatale errore. Altrettanto fatale, fu lo scambiare L’orinatorio per “larte” .
    Cosi come guardammo , con indolente distacco quell’improbabile mondo della fantasia (era luogo comune pensare non ci riguardasse) altrettanto fummo indolenti nel non capire, che nell’orinatoio, un pensiero

  • si faceva mondo.

  • Massimo

    Avviso ai naviganti: abbiamo messo così tanta carne al fuoco e non si può più girare l’arrosto. Rischio cena bruciata. Il fatto è che rileggendo tutti gli interventi scoprò che dati i fatti singoli nessuno ha torto ma non riesco a trovare un percorso per la ragione. Il dato è…cosa fa ciascuno di noi per sfuggire al vuoto culturale dell’attuale sistema arte? Oppure davvero non dobbiamo fare niente e disertare, renderci invisibili. Ma a che pro? Il silenzio li farebbe felici quanto il lamento. Davvero non so. Ciò che so è che ho iniziato a fare “arti” nel 1969 e non ho mai smesso. Non sono più un giovane artista e ancora non sono soddisfatto ma come esserlo?! Molti anni fa ho scelto di essere migrante (vi scrivo da Berlino) seguo il lavoro e vivo bene ovunque non vivendo da nessuna parte. Ma forse anche questo è l’unico modo di essere artisti. Mi piacerebbe che qualcosa cambiasse, mi piacerebbe tornare a vivere e lavorare in Italia ma tant’è. Se seguo questii argomenti e scrivo qui è perché il sogno permane. La mia generazione non c’è riuscita spero nelle mille Fragnito di oggi. Detto ciò… Domani è un altro giorno. Buona Notte.

  • Perche’ Lei Massimo non è un esperto di arrosti . Non ha la pazienza che si aveva in passato qui in Sardegna in materia.
    L ho scritto in tutte le salse. Bisogna farla finita con “””LARTISTA””” .Bisogna togliersi dal GROPPONE questa malattia dell'””LARTISTA”””, ovvero quella della cattiva abitudine di frequetanzione assidua e fedele della sua chiesina pulita nonche’ immacolata e portarci la sua Roba ( altrettanto pulitina) e sentirsi GRATIFICATO.
    Naturalmente le chiesine frequentate dagli altri “”LARTISTI” sono brutte, sporche e peccaminose.

    Piu’ chiaro di cosi’.

    • Caro lorenzioni, quando avremo abolito “LARTISTA” come lo chiami tu, continueranno ad esserci persone che fanno cose, che non sono ne oggetti d’arredo 9anche se si possono appendere ai muri o mettere in un angolo di casa o dell’ufficio) che non sono clip pubblicitari, ne’ reportages, ne’ illustrazioni per libri ne’…(anon ci sono solo le arti visive…e’ inutile che continui, perche’ tu sei intelligente e mi hai capito). Queste persone sono dei cittadini e se si guadagnano il pane (tutto o parte) con tale attivita’ , vorrebbero avere la soddisfazione morale e civica di vedersi riconosciuto uno “status sociale” come e’ riconosciuto al netturbino, al professore, all’impiegato, all’avvocato (ecc. ecc. ecc.)… che c’e’ di male in cio’??? Che c’entrano le chiese e le chiesine el’idea che “LARSTISTA” deve essere abolito e cancellato dalla faccia della terra? …sai che sono un po’ tonto…. ma se me lo spieghi in linguaggio per sottosviluppati anziche’ in marrassichese, forse lo capisco anch’io

      • che belle pretese. OLtre che sfruttatore di burattini vuoi sfruttare anche la pazienza di Marras.
        Non te lo spiego , ecco.

        soddisfatto ?

  • Antonio

    vogliamo palrare della quantità di tasse ( esagerata) che paghiamo allo Stato?
    UNA VERGOGNA

  • Antonio, a differenza di altre nazioni europee più civili di noi, le tasse le pagano in modo equo tutti i cittadini. In Italia le tasse le pagano (come dicono in Toscana) i soliti “bischeri” . Un lavoratore dipendente privato o statale che sia, non può sfuggire all’erario.

  • Massimo

    sono un doppio bischero. pago tasse in toscana (dove ho residenza) e a Berlino dove risiedo per lavoro oltre sei mesi. Ma anche a Londra ecc. Madonna che bischero. Aggiungo però che pagando ho tutti i servizi e i riconoscimenti. Se ti ufficializzi in questi paesi, a nessuno verrebbe mai in mente di infilarti un rotolino di euro o sterline nella tasca dei jeans. Sarebbe stupido e oltremodo offensivo dell’etica…à propos “etica? chi sarebbe costei?”

  • maddalena fragnito
    • massimo j. monaco

      grazie maddalena. qualcosa si muove dunque. mi terrò informato anche se vivo fuori italia.

  • Luca Rossi
  • Luca Rossi

    Bisogna capire se nel caso degli artisti sia funzionale una sorta di tutela sindacale. Per certi aspetti sarebbe più utile destabilizzare e non stabilizzare questa professione. Spesso gli artisti sembrano semplicemente designer complessi, arredatori o creativi. Quindi forse bisognerebbe capire quale sia la funzione degli artisti oggi. Visto che questa platea e’ fatta dai soli artisti o addetti ai lavori credo che le risposte si perderanno nell’omertà generale. E ovviamente non cambierà nulla..

  • massimo j. monaco

    sull’omertà non contarci del tutto luca. come ho già scritto all’inizio del forum non sono molto d’accordo sul finanziamento agli artisti.me ne sono andato via dall’italia per dimostrare a vecchi e lontani colleghi che le mie affermazioni erano giuste. trovo più utile creare spinte utili a trovare spazi, moltiplicandoli per offrire occasioni. qui a berlino, ad esempio esistono spazi cooperativi che appartengono alla municipalità ma dove gli artisti possono esporre con più facilità senza passare sotto forche caudine. naturalmente qui esistono normative fiscali diverse. per esempio la figura dell’artistà è riconosciuta dallo stato insomma è un sistema che mi pare più avanzato ma con molti controlli per verificare che “l’artista” davvero lavori. ma non credo sarebbe possibile una cosa simile in italia. magari.

  • maddalena fragnito

    Credo che il dilemma tra stabilizzare o destabilizzare la figura dell’artista non abbia risposte. Internamente non ne ho e, condividendo le posizioni di Luca sull’artista arredatore, non credo che questo dilemma lo risolverò mai.
    Ma non è questo il punto che mi interessa.
    La parte interessante è il fatto che Sisifo continui a spingere la roccia sulla montagna e la roccia continui a pesare…
    Credo che stia in questa dialettica, necessaria e di responsabilità, il centro dell’interesse.
    Quando un gruppo di persone si gira dall’altra parte e comincia a raccontare il nuovo paesaggio che vede, mi sembra più interessante questo discorso che il continuo interrogarsi sul senso o il non senso di arrivare dall’altra parte.
    In un certo modo è come eliminare le mille possibilità interpretative di cui siamo disposti e siamo abituati ormai da tempo ad assorbire, puntando verso una possibilità semplicemente affermativa.
    ciao!

  • maddalena fragnito

    per massimo
    anch’io pago le tasse e sono ‘ufficializzata’ ma riesco solo a dichiarare i profitti dei miei altri 2 barra 3 lavori, e non perché non cerchi di fare lo stesso quando lavoro con il sistema dell’arte.
    P.I. 06471880960

  • luca rossi

    Maddalena, non seguo bene il tuo primo intervento. A berlino, che hanno larghe vedute, la figura dell’artista è riconosciuta. Il punto è: come definiscono il ruolo artista a berlino? E forse un designer superpiù??? Come definiamo il ruolo di artista? Credo che tutto parta dal definire la parola “artista”, tutto discende dal linguaggio.

  • maddalena fragnito

    Eccomi…
    Secondo me il problema del non riconoscimento del lavoro immateriale non riguarda solo l’Italia ma il sistema capitalistico nella sua interezza (poi che la Germania o altri paesi abbiano un sistema di welfare che funziona bene ovviamente cambia molte cose, soprattutto a noi…).
    Però non confonderei; il problema è più complesso.
    Non credo che l’artista a berlino abbia un ruolo, una voce, tanto più forte che da noi.
    Anche lì o rientri nella narrazione che dà forza all’industria culturale o sei emarginato, esattamente come qui.
    Quindi l’indipendenza, come la sudditanza, si forma sia in paesi carogna sia in quelli apparentemente più liberi.
    E’ per questo che secondo me il discorso va scomposto in:
    ruolo dell’artista nel senso di reale sentimento di necessità della sua partecipazione all’interno dei meccanismi e della crescita della società come intellettuale e critico e in,
    ruolo dell’artista nel senso dei diritti del suo lavoro.
    Siccome credo fermamente nel primo punto ma non credo che sia applicabile in società come le nostre mi confronto, in questo momento, con il secondo in modo più pragmatico, con l’illusione ? che sia un passo in più per discutere, confrontarsi e raggiungere il primo.

    • Signorina Fragnito , il suo approccio è come Lei ha apertamente dichiarato PRAGMATICO. E si percepisce con chiarezza laddove scrive di problema di riconoscimento – diritti – indipendenza – sudditanza riferiti ad un non meglio identificato “artista”.
      Sono proprio queste , le articolazioni piu’ nefande attraverso cui si perviene ad una cultura del salariato il cui unico e prevedibile orizzonte è solo quello di una rozza stabilita’ in un aggregato sociale di ciechi.
      Cosa ci sarebbe di diverso rispetto a coloro che “artisti” non sono e che arrivano ai medesimi rassicuranti esiti ?

      Se è possibile , cerchiamo di distruggere per sempre questa idea falsa di precarieta’, inclusa quella “artistica”.

      La saluto.

    • massimo j. monaco

      Maddalena, ho una domanda e la risposta mi servirà per capire come collocare nuovi pensieri. Quell’essere artista, di cui tanto stiamo parlando, è inteso come una professione o una missione? Attenzione non è una provocazione. La domanda è seria. Dico subito che per me è una professione e su questo non ho dubbio alcuno.
      Il dubbio nasce da frammenti di alcuni post che leggo nel forum. Poi magari mi sbaglio e ne sarò felice.

  • whitehouse

    CARA Maddalena

    sono d’accordo con te. Sono molto corretti i due punti che poni: ruolo e diritti.

    Per il primo punto, nell’incontro che ho preparato con Enrico Morsiani per Collecting People di Diogente, è saltato fuori un ruolo di artista abbastanza compiuto ed efficace. Una sorta di “professore non convenzionale” e, direi, “liquido”. In questo caso c’è un ritorno di qualità e di guadagno.

    Per il secondo punto siamo abbastanza indietro, ma da un certo punto di vista è meglio: già l’artista tende ad essere un “arredatore superpiù”, se lo strutturiamo troppo diventa una sorta di segretario burocrate. Quindi perdiamo, forse, nel primo punto. Oggi l’artista si pone su una linea tra arredatore e politico. E forse sarebbe meglio uscirne, ma non per un fatto etico-morale, ma proprio concreto.

    http://whitehouse.splinder.com/

  • lll

    sono un artista

    primo sono d’accordo sull’arredatore superpiù, nel senso che queste fiere del low cost sono scandalose, l’arte non è l’imitazione di un vestito di alta moda da svendere per palati curiosi

    secondo vorrei sottolineare quanto siano SCANDALOSI gli avvoltoi che svolazzano intorno ai giovani artisti promettendo e organizzando costosi e inutili corsi per lavorare nell’arte, vorrei ricordare che uno studente di accademia spende in media dai 3000 aii 9000 euro solo di tasse per una triennale più i costi dei materiali impiegati e gli si chiedono ancora soldi? non mi risulta che a un laureato in legge si chiedano soldi per fare l’avvocato, forse le spese di trasporto e i pasti quando fa il giovane di studio

    terzo vorrei dire che questi corsi \ workshop sono ancora più dannosi in quanto orientano gli artisti a fare marketing con la propria arte, producendo arte vuota e omologata solo per venderla

    ultima cosa vorrei dire che è vero che l’arte dovrebbe essere meno commerciale ma questi giovani che hanno costretto le famiglie o se stessi a grossi sacrifici per diplomarsi, dovranno pur mangiare anche loro o sbaglio?
    per questo le professioni dell’arte meritano maggiore tutela e soprattutto contro i meccanismi e lo sfruttamento da parte di chi prende per il collo l’artista credendolo soltanto un disperato ambizioso senza niente da offrire alla società

  • zio tibia

    invece penso che regolamentare finirebbe con il penalizzare i pesci piccoli come sempre del resto