Lo scultore da 74 milioni di euro

Il MAGA di Gallarate ospita l’artista svizzero recordman con L’homme qui marche. Un Giacometti visto, però, da una prospettiva opposta. Dall’interno del suo studio, attraverso una selezione di opere in gran parte inedite. In mostra sino al 5 giugno.

Alberto Giacometti - Medallion - 1935

Pensando ad Alberto Giacometti (Borgonovo di Stampa, 1901 – Coira, 1966), le prime evocazioni probabilmente saranno decisamente opposte: la sensazionale asta londinese di Sotheby’s, quando L’homme qui marche è stato aggiudicato per oltre 74 milioni di euro, e gli scatti d’autore (Doisneau, Cartier-Bresson…) che ritraggono l’artista nel suo atelier polveroso e caotico o nelle strade di Montparnasse, come un eremita della creazione dal volto rugoso e dalle giacche dimesse di tweed.
Il corto circuito di un artista che sembrava vivere in un mondo tutto metafisico mentre le sculture raggiungevano quotazioni astronomiche appena uscite dallo studio/sacrario/antro ha continuato ad approfondirsi dopo la morte di Giacometti, a fronte di una fortuna sul mercato costantemente incrementale. È molto interessante, anche come esercizio psicoanalitico, indagare cosa possa spingere tycoon a battagliare a colpi di milioni per aggiudicarsi opere d’arte ascetiche che procedono per sottrazione, che rinnegano la consistenza del mondo fenomenico, che riducono i corpi ai minimi termini, a sagome in equilibrio precario.

Alberto Giacometti - Femme debout et tête d’homme - 1960-63

Tuttavia, la mostra di Gallarate tralascia il discorso sociologico per concentrarsi sul lavoro di Giacometti. Le opere, una selezione dalla collezione degli eredi insieme a prestiti da gallerie italiane, possono essere divise in due categorie: ci sono le opere finite e gli schizzi; le sculture (i celeberrimi bronzi modellati della fase matura, ma anche marmi e graniti giovanili) e le opere grafiche (dipinti e disegni). Se i soggetti delle opere concluse sono ricorrenti e appartengono alla cerchia intima (i genitori, i fratelli, la moglie, gli amici come il professor Corbetta e Jacques Dupin) e a una ricerca privata sull’eterno ritorno della stessa figura attraverso gli anni, gli schizzi e bozzetti testimoniano la compulsione di un artista “che aveva sempre la matita in mano”: copia opere d’arte celebri, ritrae Georges Braque sul letto di morte, addirittura si diverte a riprodurre il volto di Harvey Lee Oswald, l’assassino di JFK, ai margini di un articolo di cronaca.

Alberto Giacometti - Femme de Venise V - 1956

Il percorso espositivo si sviluppa in senso cronologico: l’invariabilità dei modelli evidenzia l’evoluzione dalle prime teste ancora influenzate da Rodin e dall’arte africana fino alle sagome filiformi e ieratiche, cifra dell’artista. Alcune figure hanno la dimensione poco più che di spilli, altre ricordano le statuette votive fenicie, altre ancora tendono alla bidimensionalità e sembrano emergere da un passato immaginario e arcano, come sacerdoti ancestrali (si veda Lotar I) tanto che Jean Genet scrisse: “Le sue statue sembrano appartenere a un’età sepolta. Giacometti mi dice che una volta pensò di modellare una statua e poi di sotterrarla. A patto che la si trovasse solo molto più tardi.
La sezione pittorica è particolarmente affascinante. I ritratti composti per sovrapposizione di tratti spaziali, che definiscono un volume emergente su sfondi uniformi in scala di grigi o ocra, rimandano alla dialettica lunga una vita con l’amico-rivale Francis Bacon. Tuttavia, nei dipinti di Giacometti non c’è traccia della violenza, delle contorsioni e della carnalità del pittore inglese: i suoi corpi restano volumetrie astratte siderate nell’istante di un’attesa indefinita, esattamente come i personaggi di Aspettando Godot di Samuel Beckett, per cui Giacometti realizzò le scenografie nel 1963.
L’esposizione punta all’essenza di un’arte essenziale: il lavoro artigianale, i polpastrelli che plasmano la terra. E la poetica esistenzialista di uno scultore che, osservando i passanti, considerava un miracolo il fatto che la gente riuscisse a mantenersi in equilibrio.

Alessandro Ronchi

dal 5 marzo al 5 giugno 2011
Alberto Giacometti – L’anima del Novecento
a cura di Michael Peppiatt
MAGA –
Civica Galleria d’Arte Moderna
Via De Magri, 1 – 21013 Gallarate
Orario:
da martedì a giovedì e domenica ore 10.30-19.30; venerdì e sabato ore 10.30-22.30
Ingresso: intero € 8; ridotto € 5
Catalogo Electa
Info: tel. +39
0331706011; [email protected]; www.museomaga.it

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Alessandro Ronchi
Alessandro Ronchi (Monza, 1982) è critico d’arte e giornalista culturale. Si interessa specialmente di arte dalle origini alla contemporaneità, iconografia, cinema, letteratura, musica e pop culture. Ha diretto il mensile Leitmotiv e collabora con testate giornalistiche, website e gallerie. Tiene corsi di cinema e cultura visiva presso istituti scolastici. Fa parte dello staff redazionale di Artribune dalla fondazione nel 2011.
  • I think that artistic work of Giacometti is a miles stone in the Art timeline.
    In particular ” È molto interessante, anche come esercizio psicoanalitico, indagare cosa possa spingere tycoon a battagliare a colpi di milioni per aggiudicarsi opere d’arte ascetiche che procedono per sottrazione, che rinnegano la consistenza del mondo fenomenico, che riducono i corpi ai minimi termini, a sagome in equilibrio precario” is an interesting point of view about market status.
    Great post

  • patrizia

    interessante