La posizione della misura

Negli spazi di Peep-Hole, Francesco Arena scolpisce bronzo, incide marmo e taglia la carta. Una personale che racconta gli anni di piombo a Milano. Una mostra affilata e intensa, fino al 14 maggio nel capoluogo lombardo.

Francesco Arena - Com'è piccola Milano - veduta della mostra presso Peep-Hole, Milano 2011

La storia, anche quando non ha senso, ha luogo in poche decine di metri quadri. Francesco Arena (Torre Santa Susanna, Brindisi, 1978; vive a Cassano delle Murge, Bari) rievoca eventi politici e storici che hanno determinato il corso della storia milanese, rendendola una città al centro della lotta di classe, della lotta armata e della strategia della tensione. La mostra è composta da tre lavori, di cui due inediti. Da 8 a 9 è una sottile barra di bronzo che allude alla distanza posta tra il civico 8 e il civico 9 di via Monte Nevoso a Milano: 8,80 metri che nel 1978 separavano un covo delle Brigate Rosse dalla casa dell’assassinato Fausto Tinelli. Nella seconda stanza, alle pareti campeggia Occhio destro occhio sinistro, due lapidi post-commemoratrici di Giuseppe Pinelli. A poca distanza, giace su una colonnina bianca un’agenda del 1978 alla quale sono state messe come segna-pagina quattro pietre: tre nere e una bianca. Le schegge scure di Senza titolo mostrano giorni di pagine luttuose degli “anni di piombo”; il cristallo bianco, invece, mette in luce la data di nascita dell’artista.

Ginevra Bria

Milano // fino al 14 maggio 2011
Francesco Arena – Com’è piccola Milano

www.peep-hole.org

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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. E’ specializzata in arte contemporanea latinoamericana. In qualità di giornalista, in Italia, lavora come redattore di Artribune e Alfabeta2. Vive e lavora a Milano.
  • Francesco Arena è praticamente l’unico artista della sua generazione che conduce un lavoro sull’ideologia senza essere pedante o didascalico. Soprattutto nel suo lavoro c’è la poesia, che – tra tanti concettualismi – è merce davvero rara.
    Bella mostra, complimenti ad Arena e a Peep Hole.

  • a. p.

    Senza nulla togliere al buon lavoro di Francesco Arena, permettetemi di citare anche Danilo Correale.

  • la mamma

    Questa sarebbe una mostra pervasa di poesia e non didascalica?
    davvero?
    AH!
    AH!
    AH!
    AH!
    AH!
    AH!

  • Daniele, con tutto il rispetto, a me pare che la mostra sia debole non tanto per cio’ che espone ma, appunto, a causa dei temi che ha la pretesa di voler comunicare e che a giudicare anche dai contenuti dell’articolo, rasenta i rischi di una inevitabile banalizzazione , sempre impliciti , quando si racconta.

    Per la mamma : la tua risata è di scarsa qualita’ e non fa argomento, per cui usa con piu’ intelligenza lo spazio che Artribune ti mette a disposizione.

    Ciao Daniele.

    • Caro Lorenzo,
      in realtà la mostra è molto densa emotivamente e non è affatto didascalica. Chi guarda dovrebbe valutare innanzitutto il valore visivo e poi l’aspetto dei contenuti, evitando la ricerca delle accademicissime corrispondenze tra opera e fatti/eventi/idee/quel-che-è.
      Troppi retori incapaci, troppi artisti mediocri, si ostinano ad ammorbarci con azzeccagarbugliate che ci hanno reso la categoria dell’arte concettuale una brodaglia indigesta, mentre – al contrario – ci è molto più amica.
      Le opere di Arena funzionano ad esempio anche se non ho letto il libretto d’istruzioni, al contrario di ciò che avviene con molti altri artisti!

      • Carissimo Daniele, spero non consideri questa mia una forma di retorica perche’ in occasioni come queste, io penso che bisogna mettere da parte tutti gli ISMI e, vedere se è possibile appronfondire serenamente la questione.

        Certamente prendo atto che è vero quello che dici , a proposito di quei ricorrenti comportamenti riguardanti Artisti e Retori (li chiami cosi’) abusivi nell’usare i soliti trucchetti (essenzialmente verbalistici) nel sostenere quelle opere cosidette “”Concettuali”””(ovvero, se interpreto bene il tuo pensiero a fronte di una oggettivita’ manifestamente carente, sopperisce con la sua parte immateriale in qualita’ di significante).

        Aggiungo, Daniele, non ho difficolta’ a significarti (parlo per me si intende) che la oggettualita’ dell’opera ,ovvero il suo essere fisico e tangibile attraverso gli attributi , ad esempio , di gradevolezza visiva, rapporti, cromie delicatezza di forme ecc ecc ecc non sia sufficente ad aprirmi alla stessa , ad accoglierla ovvero come “OPERA” perche’ penso che il messaggio in essa contenuto sia prevalente rispetto a cio’ che lo veicola .
        Un “opera” , bada, non vista in senso meramente educativo-pedagogico ma evento che faccia nascere Sensibilita’ e grazia verso il proprio “se” verso L’altro” “gli ALTRI” – l’opera che va oltre il suo “ESSERE” Opera che va oltre i luoghi in cui trova solitamente CASA, puo’ INFATTI trovare me, Daniele, Savino, luca e molti molti ancora (come un libro, Daniele, come un libro).

        Fatte queste dovute premesse, vado a discorrere della Mostra di Francesco Arena (per carita’ forse ho espresso ingiustamente un giudizio come si dice frettoloso , non lo escludo) ebbene, Daniele, sia detto senza ironia ma quell’ambiente descritto nelle fotografie, pareti bianche con termosifoni e pavimenti li ho visti familiari (negli anni settanta ero un ragazzo, avevo l’eta’ dei due ragazzi barbamente assassinati, Fausto e Iaio) , li ho colti anche con una certa malinconia (il ricordo provoca anche questo) e naturalmente ho guardato anche gli elementi portanti della mostra (li chiamo fai attenzione , elementi ) sicuramente suggestivi visti legati con i riferimenti espressi nell’articolo della Signorina Bria. Bene. Allora Daniele sai cosa mi ha veramente interessato di tutto cio’? mi ha interessato rileggere la Vicenda Moro, la vicenda Tinelli, la vicenda Pinelli . Ovvero effetti e non cause di quello che fu quel periodo della nostra storia visti in un contesto in cui (dalla fine della seconda guerra) un paese appartenente alla Alleanza Atlantica vedeva come forza di opposizione un partito , quello comunista che nel 1975 aveva conseguito il piu’ grosso successo elettorale che un partito di sinistra avesse conseguito in tutta Europa. Una rilevante forza di opposizione in un paese dell’Alleanza atlantica. Da questo deduci , a catena tutti quei tristi avvenimenti (tra qui quelli tematizzati nella mostra) . EFFETTI non cause EFFETTI Tragici. Ti scrivo questo perche’ quando si vuole mettere un periodo sotto una lente di ingrandimento bisogna osservare TUTTO il mosaico, NON singoli frammenti e ti dico questo perche’ il tema , che io ho riassuntivamente esposto è quanto mai problematico convertirlo in opera perche’ è evidente il rischio che prevalgano rispetto alla stessa. Tanto è vero che, la stessa, l’ho dimenticata e non perche’ fossi sprovvisto , a differenza di te, della necessaria sensibilita’ ma perche’ la stessa rimandava a qualcosa di molto piu’ limitato, circoscritto , gli EFFETTI appunto.
        Il messaggio che gli elementi portavano ha prevalso su di essi, Daniele ed io ho visti i medesimi come semplici dettagli di un PERIODO di gran lunga piu’ avvolgente e determinante per quelli che furono i semi piantanti in quel terreno (gli anni 70) che misero radici negli anni 80 e in quelli 90 portarono i terribili frutti che oggi sono sotto gli occhi di tutti.
        Se Arena , voleva prendere delle misure , queste dovevano riguardare i nessi e non le distanze fisiche.

        Rispetto , la tua posizione favorevole verso la mostra perche’ è evidente che conosci l’artista molto meglio di me e anche’ perche’ , come ho gia’ scritto, non escludo che possa sbagliarmi e pur tuttavia , ti assicuro che nel valutarLa negativamente non l ho fatto per partito preso o pregiudizio.

        Confido nella tua comprensione per cio’ che ho scritto , ovviamente non la tua approvazione in merito ai contenuti.

        Ti saluto cordialmente, ciao Daniele.

        • Caro Lorenzo,
          sia in questa mostra che in altre circostanze, ho percepito come Arena lavorasse politicamente e non ideologicamente su quel lasso di tempo (gli anni settanta) che è stato alla base della nostra storia recente, in bene e in male. Le sue opere, a mio avviso, nascono dalla necessità di spiegare il buco e il silenzio che c’è su molti di quegli eventi. E in questo approccio politico non c’è ricerca dell’effetto o ansia di stupire, quanto piuttosto un inquietudine esistenzialista che viene mostrata senza filtri.

  • Ho visto la mostra e non l’ho trovata “esaltante”. Il lavoro dii Arena è un buon lavoro (come sempre, direi) quello che, a mio modestissimo parere, difetta un po’ è l’originarietà (scusate la brutta parola ma non vorrei che dicendo “originalitá” qualcheduno pensasse ad “eccentricitá”). L’idea delle misure metriche, del parallelo con fatti privati o quotidiani, della “negazione” della commemorazione, applicate alla rimbranza di fatti di cronaca, oramai divenuti storia, in particolare relativi agli “anni di piombo” è tutt’altro che nuova e mi pare che principii ad essere persino un po’ abusata