L’imballo in galleria

Una doppia personale che sviscera in alternanza contenitori e contenuti, attrito e pratica dell’apparire. La messicana Huerta e il bergamasco Oberti da Enrico Fornello a Milano.

Daniela Huerta - Untitled (An open box) - 2011 - photo Floriana Giacinti

La parlata criptica, tra Daniela Huerta (Guadalajara, 1982; vive a Berlino) e Giovanni Oberti (Bergamo, 1982; vive a Milano), avviene tecnicamente attraverso gli oggetti. Scatole, scatoloni, pacchetti di sigarette, pacchi postali rotti, scarti di nastro adesivo e clessidre di mine incrociate. Il dibattito impronunciabile che si scambiano i due artisti è fatto di rimandi e intercessioni. Il loro discorso dialettico nasce tanto per verificare un territorio formale implicito, quanto per escludere il resto del tempo da indisturbate visioni interne. Nascere dunque, presentarsi prima di verificarsi e comparire prima di accadere restano dettami fondamentali per l’effetto-sospensione di cui Arise therefore riluce.

Ginevra Bria

 

Milano // fino al 7 maggio 2011
Daniela Huerta / Giovanni Oberti – Arise Therefore
www.enricofornello.it

 

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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. E’ specializzata in arte contemporanea latinoamericana. In qualità di giornalista, in Italia, lavora come redattore di Artribune e Alfabeta2. Vive e lavora a Milano.
  • hp

    ciao
    non ho capito se un report è una micro recensione o una speed news gonfiata?

    Forse in termini di tempo è impegnativo, ma sarebbe utile/interessante leggere delle recensioni “didascaliche” sui singoli lavori presenti alle mostre (tipo visita guidata con l’artista e/o gallerista):
    (l’aver messo foto con i titoli dei lavori, credo, abbia colmato un vuoto, grazie)

    Titolazioni report: non crea confusione la titolazione ad effetto?
    Meglio i semplici riferimenti: titolo esposizione, chi, dove, quando, ecc.

    grazie
    ciao

    • UN GIOVANE ARTISTA

      we love!!! concordo!!!

  • kg. 81

    Qualcuno aiuti Fornello ed i suoi artisti !!

  • Redazione

    Grazie dei consigli HP, come sai siamo su un sito che ci serve per fare un poco di rodaggio dunque stiamo ragionando su tutti gli aspetti. Una recegallery, così le abbiamo chiamate, è comunque una recensione, ma con due caratteristiche: nel testo si cerca di dire e di dare solo il succo, lasciando al comunicato stampa -che sarà linkato sotto ad ogni recegallery- ed al testo-in-catalogo che egualmente dovrà essere linkato, il loro ruolo e assegnando a questa nota di mettere la ciliegina sulla torta. L’altra caratteristica è quella di aumentare notevolmente l’aspetto multimediale unendo grandi quantità di foto e possibilmente video.

  • Queste cose non sono più ammissibili, sembra il Gedi Sibony di Zero, di qualche anno fà. E lui stesso sembrava Ian Kiaer “aggiornato”. Per non parlare di una sfilza di epigoni su questo registro anemico e “dell’imballo abbozzato”. Qui si scimmiotta un linguaggio. La cosa appare inutile e deleteria. Non tiene neanche più che l’originalità dipende dall’ignoranza del pubblico.
    Non capisco perchè ci si ostini su questi sentieri…quando ci sarebbero alternative più aggiornate. Mah

  • il fatto che due (o piu’) opere “appaiano” simili per i materiali con cui son fatte e “sembrino” l’un l’altra non ha nessun significato. Quale e’ il “concetto” dei diversi artisti, questo sarebbe, importante e serio analizzare e magari capire.
    “Queste cose non sono piu’ ammissibili”….”Qui si scimmiotta un linguaggio.La cosa appare inutile e deleteria” “Non capisco perche’ ci si ostini su questi sentieri…quando ci sarebbero alternative piu’ aggiornate”
    Per essere, come tu affermi, uno SPETTATORE, ho l’impressione che “ti allarghi” un tantino troppo: uno spettatore ha il sacrosanto diritto di dire “mi pice”, “non mi piace” “mi fa orrore”… oppure tu non sei uno SPETTATORE ma ti poni nella veste di CRITICO, ma allora dillo chiaramente, in questo caso, pero’, anche se costretta dalla necessaria brevita’ di un commento la tua “critica” risulta davvero un po’ troppo “sintetica”

  • Il problema sta nello sprecare delle opportunità. E non guardo una o due opere ma l’insieme delle opere; la temperatura e l’immaginario che si vuole proporre. Abbiamo l’estetica da imballaggio, poi più recentemente il ritorno al vintage. Più specificatamente su Oberti abbiamo anche l’idea del loop (visto anche a viafarini qualche mese fa). Certe proposte mi sembrano una dignitosa forma di artigianato dell’arte contemporanea. E quindi la riproposizione di alcuni codici e rituali. La cosa importante è che ci sia consapevolezza di questo.

    Ti riporto quello che dichiara Gregory J. Chaitin (affermato matematico “creativo”) a Marina Abramovic e Hans Ulrich Obrist:

    ” Sono un nome da non pronunciare. Ed è anche questione di correre qualche rischio. Per me non c’è ragione di fare qualcosa nel modo in cui gli altri la stanno facendo, perchè se qualcun altro la fa, quella cosa è sistemata, c’è chi se ne occupa. Perciò credo che l’unica attività che valga la pena essere svolta sia avventurarsi in una direzione che nessun altro osa prendere (…). E non la vedo in termini di rischi…penso sia solo una perdita di tempo non fare così. (…) Devi sempre andare in un’altra direzione . Questo è il ruolo che possiamo rivestire nella società umana.”

    Le definizioni sono un campo minato: a mio avviso anche uno spettatore critico può essere artista, dal momento che contribuisce (con la sua opinione) a modificare la lettura delle realtà. Duchamp portando un urinatoio nel museo non crea nulla ma semplicemente induce una “modifica nella lettura della realtà”. Quindi? Forse bisognerebbe solo prendersi meno sul serio.

    • hm

      prendersi meno sul serio ha senso se dividi arte e vita, se scindi completamente il lavoro a ciò che proponi, mi sembra sia una frase molto inflazionata e attribuibile perfettamente a chi fa neo modernariato o arte post duchampiana demenziale .
      prendersi meno sul serio sono anche i consigli che leggi su gioia o grazia nelle lettere alla redazione .

  • Grazie! adesso hai scritto un “critica” breve ma comprensiva e motivata. Sono perfettamente d’accordo sul fatto che “anche un critico puo’ essere artista” (basta che lo voglia, lo e’) e, credimi, non sono ne’ un nominalista ne’ un defizionista. Mi dispiacciono solo i commenti che appaiano (magari solo per stringatezza) delle pure “stroncature” senza motivazione. Quanto al pensiero di Chaitin, lo sottoscrivo completamente e, per quel che mi riguarda, di quel principio ho fatto, da molti anni, la regola prima del mio lavoro. Un’ultima cosa, se mi conoscessi personalmente ti renderesti conto che sono, nei miei confronti, ipercritico ed fortemente autoironico e mi prendo pochissimo “sul serio”, mentre prendo molto sul serio il mio lavoro.