Europa-Giappone, andata e ritorno

Prosegue senza sosta e senza tentennamenti il matrimonio fra Modena e la fotografia. Spostandosi dall’ex Ospedale di Sant’Agostino al Fotomuseo Panini, ci s’imbatte in una grande mostra dedicata a Yasuzo Nojima. Avete tempo fino al 5 giugno per visitarla, ma intanto fatevela raccontare.

Yasuzo Nojima - Tulips - 1940 - courtesy The National Museum of Modern Art, Kyoto

Terremoto e tsunami, esplosioni nucleari e radiazioni: oggi il Giappone è questo. È doloroso mettere da parte certe recenti immagini e fare un salto indietro nel tempo, prima del disastro, prima di un’altra tragedia – la Seconda guerra mondiale – e immergersi nell’atmosfera creata dalle fotografie di Yasuzo Nojima (Urawa, 1889 – Hayama Isshiki, 1964). Un protagonista dell’arte nipponica, un uomo che non varcò mai i confini del suo Paese, ma che seppe aprirsi al mondo occidentale, a tecniche sconosciute, a un sistema di comunicazione dell’arte d’avanguardia.
È solo dalla metà dell’Ottocento che le frontiere del Giappone sono aperte e che iniziano i primi contatti con Europa e America: contatti anche artistici, che portarono alla conoscenza della pittura e della fotografia. Allora era proprio il mondo occidentale a essere imitato per l’avanguardia tecnologica, e proprio la ripresa con la macchina fotografica costituiva, per i giapponesi, una forte attrattiva in termini di rappresentazione della realtà.

 
Yasuzo Nojima - Titolo sconosciuto - 1931 - courtesy The National Museum of Modern Art, Kyoto
Nojima iniziò a fotografare da giovanissimo nel 1906, prediligendo metodi di stampa come la gomma bicromata, che consentivano importanti interventi “manuali” da parte dell’artista (come in Muddy Sea, 1910). Il suo periodo migliore si colloca però tra il 1915 e il 1933: suggestionato dal Pittorialismo europeo, conduce le sue ricerche sugli effetti di luce sulle superfici – si tratti di oggetti o più spesso di corpi e visi femminili – e realizzando immagini che, nonostante le influenze esterne, rimangono assolutamente giapponesi. Utilizzò spesso, negli anni ‘30, anche una particolare tecnica, quella del bromolio: stampe alla gelatina d’argento poi sbiancate e inchiostrate a pennello, che quindi diventavano opere uniche, mai perfettamente riproducibili nonostante fossero realizzate su una base fotografica (Miss Chikako Hosokawa, 1932).

Yasuzo Nojima - Miss Chikako Hosokawa - 1932 - courtesy The National Museum of Modern Art, Kyoto

Dalla metà degli anni ‘30 il governo giapponese ostacolò progressivamente i movimenti artistici più innovativi: molti fotografi furono spinti a occuparsi di reportage, ma Nojima non fu tra questi; proseguì le sue sperimentazioni, mettendosi alla prova con doppie esposizioni e fotomontaggi (Tulips, 1940), ma il suo successo declinò progressivamente.
La mostra al Fotomuseo Panini ripercorre il percorso artistico di Nojima, e lo fa esponendo la collezione conservata dal 1988 nel National Museum of Modern Art di Kyoto (con cui si sta sviluppando una collaborazione da tenere d’occhio, parola di Filippo Maggia). Molte le opere, oltre cento, e tutte di grande fascino e suggestione, grazie all’abilità tecnica del fotografo giapponese, ma anche alla sua capacità di cogliere l’interiorità del soggetto e di comunicare direttamente con chi osserva l’immagine.

Un allestimento semplice ed essenziale (del resto, gli orpelli in questo caso sarebbero stati di troppo) e che costituisce un’operazione significativa per portare all’attenzione della cultura italiana – in un decennio di grande interesse verso il Giappone – la fotografia orientale dell’inizio del XIX secolo e il sistema di connessioni tra due mondi lontani.

Marta Santacatterina

dal 27 marzo al 5 giugno 2011
Yasuzo Nojima – Un maestro del Sol Levante fra pittorialismo e modernismo

a cura di Filippo Maggia e Chiara Dall’Oglio

Fotomuseo Panini
Via Giardini, 160 – 41100 Modena

Orario: da martedì a domenica ore 11-19
Ingresso libero
Info: tel. +39 059
224418; [email protected]; www.fotomuseo.it

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Marta Santacatterina
Marta Santacatterina è giornalista pubblicista e dottore di ricerca in Storia dell'arte, titolo conseguito presso l'Università degli Studi di Parma. È editor freelance per conto di varie case editrici e, dal 2015, ricopre il ruolo di direttore sia di Fermoeditore sia della rivista online della stessa casa editrice, "fermomag", sulla quale cura in particolare le rubriche dedicate all'arte e alle mostre. Collabora con "Artribune" fin dalla nascita della rivista, nel 2011.