Intervista a Giulio Alvigini, che ha scelto le pagine di Artribune per narrare l’epopea di Make Italian Art Great Again, l’irriverente pagina social che prende di mira il mondo dell’arte.

Make Italian Art Great Again è il nome di una pagina particolarmente interessante e irriverente che da circa tre mesi impazza su Instagram e Facebook, diffondendo giorno dopo giorno pungenti memi (o meme che dir si voglia) rivolti esclusivamente al sistema dell’arte contemporanea italiana. Tra sospetti, dubbi e perplessità sul nome che si cela dietro la pagina, ancora non è stata rivelata un’identità attendibile… fino a oggi, giorno in cui il suo ideatore, Giulio Alvigini (Tortona, 1995), ha deciso di uscire allo scoperto e di raccontarsi proprio sulle pagine di Artribune accennando perfino ad alcuni motivi che lo stanno spingendo a prendere una pausa a tempo indeterminato dal progetto.

Andando dritti al punto: chi si nasconde dietro Make Italian Art Great Again? Qual è il tuo background e come mai hai scelto di fare una pagina di memi sull’arte contemporanea italiana? Come ti consideri a questo punto: un “artista italiano semplice” o semplicemente un generatore di memi?
Dietro Make Italian Art Great Again c’è un cartellino con su scritto 100% cotone. Mi chiamo Giulio Alvigini, vivo e lavoro a Torino e sono ‒ un po’ per fascia generazionale e un po’ perché come definizione per uno statement mi sembra molto originale ‒ un “giovane artista italiano semplice”.
Ho creato Make Italian Art Great Again (Make o MIAGA per gli amici e gli Amaci) il primo marzo 2018; questo vuol dire che ho avuto più di due mesi per inventarmi una leggenda fittizia davvero interessante sulla genesi della pagina. Mi dispiace ammettere però di non aver trovato qualcosa di più appetibile della cruda verità dei fatti: ho seguito con entusiasmo il dibatto che negli scorsi mesi si è consumato proprio sulle pagine di Artribune, a proposito dell’identità italiana.  La tematica era troppo familiare al mio percorso per non generare un contributo: la condizione del giovane artista italiano, le dinamiche del sistema e il rischio dell’epigonismo, tutti elementi con cui avevo giocato fino a quel momento e che volevo rovesciare nella dimensione dei social, con Instagram in particolare. Volevo affrontare la “questione italiana”, così radicata nel nostro sistema, con una superficialità e un cinismo post-ironico tendente al demenziale, in piena attitudine memetica, senza voler in alcun modo scivolare nella critica, in particolare quella gratuita, su cui ultimamente ci siamo appiattiti. Poi mi sono ricordato di un photoshoppaggio che avevo realizzato qualche settimana prima con l’immagine di un cappellino Trump Style…

Giulio Alvigini, Make italian art great again. Artribune
Giulio Alvigini, Make italian art great again. Artribune

Proprio per la capacità del meme di arrivare a tutti e in maniera arguta non ti nascondo che spesso trovo più interessante la figura del memer che quella dell’artista e che mi piacerebbe molto poter vedere mostre capaci di approcciare in una maniera simile, cioè molto più schietta e onesta.
Credi che un meme possa assurgere a opera d’arte? Dov’è secondo te il confine tra opera e goliardia?

Originariamente non ho mai pensato di considerare Make come un’appendice del mio lavoro o comunque una progettualità che viaggiasse in parallelo a quello che avevo fatto fino a quel momento. Poi un giovane curatore e amico mi ha fatto notare come l’intero progetto andasse inevitabilmente letto in relazione al mio discorso artistico, non necessariamente come opera, ma come una sua deriva che confermava certe mie attitudini votate all’ironia, alla provocazione (se esiste ancora) e un po’ all’idiozia. Il confine tra l’opera e la goliardia è già stato sdoganato e la stazione della “dogana” viene continuamente spostata ogni volta che il giullare del sistema sale sul palcoscenico della sua corte. I memer sono personalità interessantissime come del resto anche i bufalari, per cui nutro altrettanta fascinazione. Ma mentre per i meme è già stato inaugurato, attraverso rassegne che hanno visto coinvolte anche alcune delle maggiori personalità italiane nel campo della ricerca sui new media, un processo di istituzionalizzazione e legittimazione del mezzo, per le fake news il processo sembra un po’ più lento anche se a breve arriveremo a considerare Ermes Maiolica come la personalità artistica italiana più interessante degli ultimi anni ‒o almeno io lo sto già facendo ‒ e meritevole di una consacrazione museale attraverso una retrospettiva al Castello di Rivoli.

Giulio Alvigini, Make italian art great again. Condizione giovane artista italiano
Giulio Alvigini, Make italian art great again. Condizione giovane artista italiano

Sfogliando le immagini che quotidianamente carichi sul tuo profilo Instagram, spesso se ne trovano alcune caratterizzate da un sarcasmo molto sottile che prende di mira non solo alcune istituzioni del Belpaese e certi personaggi propri del sistema dell’arte, ma anche la condizione attuale dei giovani artisti; in entrambi i casi i fotomontaggi pubblicati fanno sia spuntare un sorriso sia riaccendere quel senso di frustrazione che spesso fa parte dello status dell’artista, soprattutto se italiano. Non è che per caso l’umorismo caustico che usi è dettato anche da certe esperienze vissute personalmente? Che rapporto hai (o hai avuto) con le istituzioni dell’arte?
Vorrei precisare che non è mai stata mia intenzione fare critica istituzionale (e il naso non sta sfondando lo schermo del pc, te lo giuro). Non ho fatto altro che far confluire in un unico momento progettuale il mio background culturale e una, seppur superficiale, conoscenza delle dinamiche del sistema con un atteggiamento demenziale, talvolta gratuito/patetico e sufficientemente corrosivo. Per quanto riguarda le mie esperienze con le istituzioni, ho trasformato nel maggio 2017 il Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce a Genova in un hotel con soggiorno prenotabile, anticipando di un anno la condizione drammatica in cui ora imperversa e poi ho tentato di attirare l’attenzione della direttrice di Artissima provando a manifestarle il mio amore platonico, con scarsi risultati.  Ora qualcuno mi dirà che sono più bravo a fare i meme…

Dai tuoi contenuti si comprende comunque che dietro la loro realizzazione c’è un intenso lavoro di ricerca unito ad abilità tecniche legate al mondo della grafica. Ci parli brevemente di alcuni processi della tua pratica? Fai tutto da solo o ti avvali anche dell’aiuto di altre persone?
Nelle prime settimane ho divorato meme in continuazione, per poterne studiare la struttura e soprattutto comprendere le modalità sia visive che tecniche della battuta. È interessante notare come esista una discreta quantità di meme sull’arte contemporanea in circolazione, ma mentre la maggior parte cerca un po’ populisticamente di denunciarne la mancanza di senso, esiste solo una piccolissima percentuale che si occupa in maniera così specifica delle dinamiche del sistema dell’arte internazionale. Mi sembrava interessante lavorare in questa piccola nicchia, auto-imponendomi il più possibile una specificità tale da essere capito solo da chi avesse già una buona conoscenza del sistema dell’arte italiano. Poi il target si è allargato in maniera abbastanza capillare, con giovanissimi curatori, artisti e studenti delle accademie che hanno reso necessari alcuni aggiustamenti che hanno portato, per esempio, alla nascita di quel tormentone che è “il giovane artista italiano semplice”. Non esiste una modalità specifica per la costruzione di un buon meme, aldilà delle scontate dosi di ironia e cinismo; personalmente individuo due strade: una per cui parto da una notizia o voglio parlare di un dato argomento, tipo il Padiglione Italia alla Biennale, e allora cerco di trovare l’immagine più interessante per rappresentare il tema; l’altra strada è quella dove mi dico “devo assolutamente fare un meme con Cristiano Malgioglio” e di conseguenza provo a immaginarne le possibili accoppiate. Dal punto di vista grafico, il medium ti manleva da qualunque accusa per “abuso del trash”, ma lo studio e la ricerca di reference resta fondamentale per muoverti in una galassia estetica di cui fruisci tutti i giorni ma che magari non hai mai maneggiato in prima persona. Ho fatto tutto da solo; a parte i test su una ristretta cerchia di persone a meme finito per verificarne la qualità.

Giulio Alvigini, Make italian art great again. Fondazione Sandretto
Giulio Alvigini, Make italian art great again. Fondazione Sandretto

Adesso che hai gettato la maschera non hai paura di far terra bruciata intorno a te o semplicemente di attirare antipatie? Come mai hai deciso di correre questo rischio?
Più che la maschera, posso dire di aver gettato il cappellino. In realtà, non sono molto preoccupato per il rischio di una cattiva reputazione; il meme alla fine dei conti, anche se usato in maniera sottilmente corrosiva, è una dichiarazione di leggerezza e disimpegno che va contestualizzata e analizzata per quello che effettivamente è: una battuta. E infine credo che la mia età, se da un lato mi concede ancora (forse per poco) certe monellerie, dall’altro mi salvaguarda dall’essere identificato come uno dei tanti scontenti frustrati under35 che passano le giornate a prendersela col sistema invece che con loro stessi.

Dedichi un meme espressamente a noi di Artribune?
Sì, molto volentieri.  Mi sembra un bel modo per sancire definitivamente quella collaborazione che si manifesterà affidandomi una rubrica stile “Il Rompipallone di Gene Gnocchi” sul mondo dell’arte che (non) mi ha proposto la redazione.  No? ;)

Giulio Alvigini, Make italian art great again. Artribune

P.S. Ora mi prenderò una bella vacanza. Potrebbero essere quarantotto ore sabbatiche oppure un “The end” definitivo, questo non lo so. Potrei sembrare pigro ma ti assicuro che se provare a strappare un sorriso stanca, riuscirci con i meme ti seppellisce. Dal ridere. Concluderei con frasi ad affetto tipo “un bel gioco dura poco” o “le cose belle finiscono”, ma so che in molti poi mi attaccherebbero dicendomi: quindi tu, che diritto hai di smettere?

‒ Valerio Veneruso

www.instagram.com/makeitalianartgreatagain/?hl=it
https://giulioalvigini.com/

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AutoreGiulio Alvigini
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Valerio Veneruso
Artista visivo, VJ, grafico freelance e curatore indipendente, Valerio Veneruso nasce a Napoli nel 1984. Formatosi presso l’Accademia di Belle Arti, si sposta a Venezia dove nel 2012 si laurea in Arti Visive all’Università IUAV. 

Co-curatore delle prime due edizioni del festival di arti interattive Toolkit Festival (Venezia, 2011 – 2012) e del progetto editoriale Banane – Fanzine, in collaborazione con Davide Spillari, (2016). Sempre nel 2016 ha diretto il workshop L’occhio tagliato – il potere della manipolazione dell’immagine nell’era contemporanea (Circolo cinematografico The Last Tycoon, Padova). È stato assegnatario di un atelier presso la Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia per l’anno 2015/2016 dove ha potuto curare il ciclo di incontri TorchioTalks – Dialoghi tra arte grafica e arte contemporanea e la relativa mostra conclusiva TorchioFolks.
Recentemente ha vinto il premio per la migliore proposta grafica in occasione della 100ma Collettiva Giovani Artisti della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia.
  • Luca Rossi

    Che amarezza