Arma a doppio taglio per antonomasia, i social network e internet possono contribuire al successo di un artista oppure affossarlo. Ecco due casi in cui la promozione di sé attraverso il web si rivela un’impresa non semplice.

Ogni rivoluzione culturale che si rispetti porta inevitabilmente con sé sia degli effetti positivi sia dei risvolti inaspettati, che spesso possono sollevare problematiche difficili da gestire. Il processo di democratizzazione di internet ovviamente non è avulso da un discorso simile e per quanto sia fautore di una condivisione capillare del sapere, con tutto ciò che di bello e innovativo ne consegue, ha inesorabilmente fornito a chiunque le condizioni adatte per esprimere qualsiasi parere anche al di fuori delle proprie competenze (come aveva già fatto notare Umberto Eco durante lo storico intervento avvenuto all’interno dell’Aula Magna della Cavallerizza Reale di Torino il 10 giugno del 2015).
I confini della conoscenza si sono espansi e perfino l’arte contemporanea, da inaccessibile e criptica, è riuscita ad avvicinarsi anche ai meno esperti facendosi strada tra community e servizi vari, adattandosi così anche ai cambiamenti delle regole del mercato. Dalla storica Deviantart in poi le piattaforme web, concepite per diffondere i propri lavori mettendo in relazione tra di loro i più disparati artisti, hanno iniziato a prendere sempre più piede. Tra il particolare tentativo di social network made in Italy Dantebus e i più freschi approcci verso una buona fetta di acquirenti d’arte occasionali, come Vizn oppure Wydr, vi è solo l’imbarazzo della scelta. Non sempre però i buoni propositi delle metodologie social riescono a creare chiarezza per una giusta fruizione delle opere o ad apportare nel mondo dell’arte delle novità qualitativamente interessanti, anzi, spesso possono rischiare di rivelarsi come mero pretesto per accentuare ancora di più l’ego di chi mette in pratica determinate strategie offuscando, in qualche modo, chi invece realmente si dedica alla produzione di arte contemporanea con piena cognizione di causa e onestà intellettuale.

Con tale opzione, l’idea di scambio democratico alla base di questi processi lascerebbe spazio a un’autoreferenzialità del tutto sterile: è questo il caso di Federico Clapis (Milano, 1987). Per chi non lo conoscesse Dr. Clapis (questo lo pseudonimo che lo ha reso celebre sul web) nasce fondamentalmente intorno al 2011 come creatore di contenuti per YouTube Italia attraverso il quale, tra candid camera spacciate per esperimenti sociali e videoclip musicali basati principalmente su doppi sensi a sfondo sessuale, è riuscito nel corso degli anni a totalizzare centinaia di milioni di visualizzazioni nonché a creare un foltissimo numero di seguaci. Nel 2015, però, qualcosa cambia e, attraverso la pubblicazione di un video dal titolo palesemente clickbait, L‘ADDIO di FEDERICO CLAPIS al pubblico di Facebook (che a primo acchito risuona come l’ennesima trollata), Clapis annuncia in maniera eclatante il suo ritiro dalle scene dell’intrattenimento telematico per dedicarsi interamente alla sua unica vera passione: l’arte! Il problema ovviamente non sussiste nella decisione di cambiare percorso oppure nell’atto di rivelare i propri veri interessi, ciò che non convince di operazioni simili è proprio la loro stessa modalità esplicativa accompagnata dalla prova lampante di star assistendo a una grossa trovata pubblicitaria. Ogni elemento presente nel video, infatti, sembra essere studiato a tavolino: dalla maglietta indossata (che sponsorizza a sua volta l’amico street artist Simone Fugazzotto), passando per la mimica facciale, il taglio dell’inquadratura principale e il montaggio che ripercorre tutto il suo passato mediatico. Da quel momento in poi si sono susseguiti altri video nei quali il vecchio Clapis sembra aver lasciato completamente spazio a un nuovo fenomeno intenzionato a portare avanti monologhi pseudo filosofici che, partendo dai propri lavori gonfi di retorica spicciola, attraversano argomenti di tendenza scomodando perfino la fisica quantistica e il veganesimo. Lo scorso novembre, sul suo nuovo canale di YouTube, è comparso Due anni dopo l’addio: una clip di due minuti e mezzo dove, sulle note di un pianoforte nostalgico, lo stesso Clapis fa il resoconto di questi ultimi anni trascorsi all’interno del circuito dell’arte contemporanea tra successi e soddisfazioni raggiunte, per poi concluderlo con un invito a tutti i suoi follower a seguirlo anche sul proprio profilo Instagram. In sostanza, la sensazione che si ha è quella di trovarsi di fronte a uno youtuber pentito che continua a fare lo youtuber, supportato tra l’altro da superstar del web, nonché esperti della comunicazione 2.0, quali Marco Montemagno, Fabio Rovazzi e Martina Dell’Ombra.

Seppure con qualche punto di contatto, è praticamente inversa la vicenda di Jacopo Cardillo (Frosinone, 1987), la cui abilità artistica è obiettivamente impossibile da paragonare con quella del caso precedente. Virtuoso e innovativo lavoratore della pietra, Cardillo, meglio noto come Jago, è stato consacrato dal popolo di internet poco meno di un anno fa, successivamente alla pubblicazione di un video monografico a lui dedicato prodotto dalla piattaforma giornalistica Fanpage.it. Nonostante la forza della passione autentica accompagnata da una certa dose di esperienza che caratterizza la sua produzione artistica, il giovane scultore ciociaro porta avanti oramai da anni una costante operazione mediatica atta a promuovere se stesso e il proprio lavoro. Questa tendenza altamente social, caratterizzata dalla pubblicazione di video selfie dove giudizi e considerazioni personali vengono espressi in maniera solenne con l’accompagnamento musicale (anche qui) di tracce malinconiche, può rivelarsi però un’arma a doppio taglio. Invece di valorizzare ancora di più le proprie opere, i toni utilizzati da motivatore/guru contemporaneo possono paradossalmente risultare superflui e controproducenti.
In conclusione, a differenza delle persone comuni, l’artista è detentore di una sensibilità particolare che gli dà la facoltà di non utilizzare le parole per comunicare ciò che lo porta ad avvertire l’urgenza di esprimere qualcosa; è il suo stesso operato a parlare per lui, il suo verbo sono il talento e la forza effettiva del risultato prodotto. Tutto il resto è solo marketing.

Valerio Veneruso

www.deviantart.com/
https://dantebus.com/
www.vizn.com/

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Autore Jago
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Valerio Veneruso
Artista visivo, VJ, grafico freelance e curatore indipendente, Valerio Veneruso nasce a Napoli nel 1984. Formatosi presso l’Accademia di Belle Arti, si sposta a Venezia dove nel 2012 si laurea in Arti Visive all’Università IUAV. 

Co-curatore delle prime due edizioni del festival di arti interattive Toolkit Festival (Venezia, 2011 – 2012) e del progetto editoriale Banane – Fanzine, in collaborazione con Davide Spillari, (2016). Sempre nel 2016 ha diretto il workshop L’occhio tagliato – il potere della manipolazione dell’immagine nell’era contemporanea (Circolo cinematografico The Last Tycoon, Padova). È stato assegnatario di un atelier presso la Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia per l’anno 2015/2016 dove ha potuto curare il ciclo di incontri TorchioTalks – Dialoghi tra arte grafica e arte contemporanea e la relativa mostra conclusiva TorchioFolks.
Recentemente ha vinto il premio per la migliore proposta grafica in occasione della 100ma Collettiva Giovani Artisti della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia.
  • marcocanz

    Articolo interessante.

    Notavo che nella bio del sito di Clapis è presente il testo “Celebre nel suo paese grazie ad una singolare strategia volta a promuovere le sue opere d’arte.
    Per cinque anni lavora “sotto copertura” producendo video comici virali, accumulando milioni di fan e visualizzazioni.”:
    Clapis è un genio del marketing ma dubito che 5 anni prima avesse pianificato di promuoversi come artista in questa maniera, mi pare una versione a suo favore della sua biografia che vuole lavare l’onta (semmai ce ne sia una) di essere noto come youtuber di cazzeggio.
    Semplicemente dopo aver avuto quel tipo di notorietà è stato nuovamente astuto nel passare alla fase successiva, dire che aveva un piano dall’inizio sarebbe come dire che Beppe Grillo cominciò la carriera di comico per avere la notorietà che in futuro gli avrebbe permesso di buttarsi in politica.
    Jago ha un talento indiscusso ed i suoi video da mentore in realtà non tolgono nulla al personaggio, anzi, Jago è il ragazzo di provincia che diventa Michelangelo, per questo piace, mostra molto della sua vita privata e diventa un modello anche per il ragazzo qualsiasi che non necessariamente è patito di arte. il messaggio è che l’artista non è un alieno ma un uomo comune.