Nasce Dis.art. Il collettivo newyorkese DIS lancia una piattaforma di video in streaming

DIS, il collettivo più strano e dis-funzionale del mondo dell’arte, si dà al video. E annuncia un nuovo progetto di televisione online che partirà all’inizio del nuovo anno. Ma a San Francisco c’è un’anteprima sotto forma di mostra.

Genre Nonconforming The DIS Edutainment Network, McKenzie Wark
Genre Nonconforming The DIS Edutainment Network, McKenzie Wark

È sempre stata un’entità anomala, DIS. Prima progetto editoriale, poi team curatoriale e infine soggetto artistico tout court, la creatura fondata a New York da Lauren Boyle, Solomon Chase, Marco Roso e David Toro nel 2010 continua a cambiare format espressivo. Dopo la discussa esperienza curatoriale alla Biennale di Berlino nel 2016, dove i quattro hanno realizzato una mostra incentrata sull’estetica di Internet in grado di dividere profondamente pubblico e critica, scatenando solo opinioni forti, sia di segno positivo che negativo, DIS ha annunciato una rivoluzione sulla sua piattaforma online. DIS Magazine, il sito web che ospitava strani servizi editoriali sospesi tra arte, fashion e filosofia, chiude definitivamente i battenti per lasciare spazio a una nuova creatura, che sarà visitabile da gennaio 2018 all’indirizzo dis.art. Mentre i contenuti storici del magazine verranno preservati come opera di net art dall’organizzazione Rhizome, la nuova piattaforma conterrà soltanto video trasmessi in streaming. Con la loro consueta ironia, unita al gusto per il remix delle fonti culturali, i quattro l’hanno definita “Il PBS (Public Broadcasting Service) per la Generazione Z,  Il secolo del sé che incontra Sesame Street, la teoria come strumento di auto-aiuto, una Scuola d’Arte che puoi vedere in streaming”.

Genre Nonconforming. The DIS Edutainment Network
Genre Nonconforming. The DIS Edutainment Network

L’EDUTAINMENT DEL FUTURO

Ma cosa andrà in onda sul nuovo canale? Inserendo il proprio indirizzo e-mail sull’home page è possibile visualizzare un trailer che offre un assaggio dei contenuti, seppur sintetico. Con un’estetica che oscilla tra il cinema sperimentale, il videogame, la pubblicità e il video virale, e uno stile comunicativo che indugia volentieri su toni surreali e satirici, DIS chiarisce piuttosto bene le sue intenzioni, almeno dal punto di vista concettuale. “Abbiamo scelto il video perché vogliamo che le conversazioni che si svolgono nei territori dell’arte contemporanea, dell’attivismo, della filosofia e della tecnologia possano raggiungere un’audience più vasta, in un modo che solo la tv può fare”, scrive il collettivo. Tra gli highlight segnaliamo una serie di brevi filmati in stile educational presentati dal teorico australiano Mckenzie Wark, famoso per aver firmato, nel 2004, un testo seminale come A Hacker Manifesto e più in generale per la sua ventennale ricerca nel campo della media theory. Nei video proposti da DIS, Wark spiegherà i concetti fondamentali dell’opera dei suoi filosofi preferiti, e lo farà comparendo sotto la bizzarra forma di “testa parlante”. Stando ad Artnet, che per primo ha dato la notizia, ci saranno anche degli interventi di altri artisti, come quello di Darren Bader, nel quale un reporter si aggira per le strade rivolgendo alle persone l’insolita domanda “cos’è un uovo?” e registrando le loro, altrettanto insolite, reazioni; un reportage di Jacob Hurwitz-Goodman e Daniel Keller sul movimento del Seasteading, che propone la costruzione di piattaforme autoregolate in mezzo al mare, paradisi libertari fuori dalla giurisdizione degli stati nazionali; e infine un video-saggio dell’artista e teorica Aria Dean che approfondisce la sua ricerca sulla rappresentazione della “blackness” all’interno della cultura degli internet meme.

UN DEBUTTO OFFLINE

Dis.art debutterà online nel 2018, ma alcuni contenuti sono già visibili (offline) al de Young Museum di San Francisco, che fino a giugno ospita la mostra Genre-Nonconforming: The DIS Edutainment Network, all’interno della quale è possibile gustarsi in anteprima questa parodia semi-seria sul tema della formazione e dell’edutainment online. Quello che la mostra vuole proporre è, dichiaratamente, “una contro-strategia al momento storico paradossale della post-verità, un panorama culturale fatto di clickbaiting che ha trasformato la disinformazione e la sovraesposizione in condizioni generalizzate”.

– Valentina Tanni

http://dis.art

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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Attualmente insegna Digital Art al Politecnico di Milano. Dal 2011 collabora con Artribune.