Sempre più “sostituti” della televisione, i new media giocano un ruolo di primo piano anche nella (ri)produzione di opere artistiche. E allora in rete ci si può imbattere in un raro filmato che chiama in causa Duchamp.

A che cosa servono davvero i new media? E soprattutto, è possibile realmente produrre un’operazione artistica valida usando i new media? Sono interrogativi che per ora attendono ancora risposta. Tuttavia, sia pur meno velocemente di quanto ci si sarebbe aspettati, alcuni neodispositivi mediali, come Youtube, stanno curvando la nostra percezione temporale – non tanto nel senso di un’accelerazione futuristica, ma di un’“ipermediale” espansione nel passato (per usare le parole di Richard Grusin in The YouTube Reader, un saggio del 2009 che stranamente attende ancora di essere tradotto in Italia).
Spesso mi capita di ripetere che, vent’anni fa, per tenere una conferenza su arte e cinema, toccava trascinarsi dietro chili di videocassette, riavvolte al punto esatto della scena da commentare, nel perenne timore, spesso fondatissimo, che il videoregistratore non funzionasse. Era però già una rivoluzione poiché, sia pure in una qualità spesso indecente, si potevano vedere (e soprattutto rivedere) scene di film che prima si potevano cogliere una volta sola (se si era fortunati) alle repliche di qualche cineclub. La grande Laura Mulvey, facendo riferimento alla tecnologia più recente del dvd, ha dimostrato non solo che i modi di fruizione delle immagini in movimento sono cambiati, ma anche come questo cambiamento si sia riflesso nelle forme di approccio artistico al cinema. Durante una conferenza alla Tate Modern di Londra, nel dicembre 2002, Mulvey ha mostrato diverse volte di seguito la medesima sequenza di Lo specchio della vita (Imitation of Life) di Douglas Sirk (1958), per far vedere come qualunque spettatore può cogliere particolari fuggevoli che in una visione tradizionale sarebbero certamente sfuggiti anche al critico più scrupoloso.

UN TEMPO OBLIQUO

Ma Youtube, Vimeo, o il meraviglioso ubuweb, hanno fatto qualcosa di molto più rivoluzionario: hanno fatto esplodere una nuova temporalità ubiquitaria, permettendo al passato di tornare a essere non solo presente, ma onnipresente. Un caso recente è Rebel Ready-Made, il filmato, realizzato nel 1966 per BBC da Tony Powell, in occasione della retrospettiva di Marcel Duchamp alla londinese Tate Gallery. Se si tiene conto che in questa retrospettiva l’opera capitale di Duchamp, cioè il Grande Vetro (ovvero La sposa messa a nudo dai suoi scapoli, anche), era presentata sotto forma di una “copia” realizzata da Richard Hamilton (a sua volta geniale esponente della Pop Art inglese), se ne capisce subito la strategica importanza. Quello di Powell dunque non era solo un documento di prima mano su Duchamp e la sua arte, ma anche una testimonianza praticamente insostituibile sul “dispositivo espositivo” della mostra stessa.
Ora, per anni mi sono chiesto dove avrei potuto ritrovare questo documento, sepolto forse negli archivi della BBC o in qualche videoteca, disperando comunque di poterlo mai vedere. Fino a quando, per puro caso, poche settimane fa mi sono reso conto che semplicemente qualcuno (per la precisione uno che si fa chiamare Pheidias, come il più classico degli scultori!) ha reso disponibile, virtualmente per sempre, l’intero video. E che razza di video!

Marcel Duchamp con Il Grande vetro
Marcel Duchamp con Il Grande vetro

UNA PORTA DIMENTICATA

Al di là dell’interesse storico, Powell dà molta importanza all’allestimento della mostra e non manca di riprendere la collocazione di un oggetto che a lungo è stato sottovalutato dagli esegeti duchampiani. Si tratta di una copia fotografica della celebre Porte de rue Larrey, 11, la porta che, nello studio parigino di Duchamp, alternativamente apriva o chiudeva la camera da letto e il bagno. Come nel caso del Grande Vetro, non siamo davanti semplicemente a una replica, ma a una ben precisa strategia di “trompe-l’œil”, cosa che diviene immediatamente evidente osservando le immagini di Powell: date le dimensioni a scala 1:1, infatti, nemmeno nelle riprese si capisce subito se la Porta sia reale o fotografica. Paradossalmente dunque il medium più nuovo del mondo (Youtube) cade nella trappola del medium più anziano (la tv), che a sua volta esibisce non la “verità” dell’arte, ma tutta l’ambiguità avuta in dote da un medium ancora più vecchio (la fotografia). In questo gioco di specchi allora, chi “rimedia” chi? Chi, soprattutto, è più nuovo di chi, o meglio, qual è la vera novità, qui, se non il ritornare della “potenza del falso”?
Diavolo d’un Duchamp, e delle sue porte sempre mezze aperte…

Marco Senaldi

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #37

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua inserzione sul prossimo Artribune

Dati correlati
AutoreMarcel Duchamp
CONDIVIDI
Marco Senaldi
Marco Senaldi, laureato in filosofia, a partire dagli anni 80 si occupa di critica e teoria dell’arte contemporanea. Negli anni 90 ha insegnato Estetica al Politecnico di Milano e allo IULM; è stato docente di Fenomenologia dell’Arte Contemporanea e di Estetica all’Accademia di Belle Arti “Carrara” di Bergamo; dal 2003 insegna Cinema e Arti Visive all’Università Statale di Milano Bicocca. Suoi testi e saggi sono apparsi in numerosi cataloghi e volumi collettivi (AA.VV., Scrivere sul fronte occidentale, Feltrinelli, 2002; A. Somaini, a c. di, Il luogo dello spettatore, Vita e pensiero, 2005, N. Dusi, A. Spaziante, a c. di, Remix Remake, Meltemi 2006, ecc.), oltre che in riviste d’arte e design (Juliet, Flash Art, Exibart, Tema Celeste, Around Photography, Arte Mondadori, Interni, FMR) e quotidiani (il manifesto; Corriere della Sera; D-donna- la Repubblica). Sul free magazine Exibart Onpaper cura dal 2005 la rubrica hostravistoxte. Ha tradotto e curato l’edizione italiana di testi di Gilles Deleuze, (Spinoza, filosofia pratica, Guerini 1991), di Arthur Danto (L’abuso della Bellezza, Postmediabooks, 2008) e Slavoj Žižek (Il Grande Altro. Nazionalismo, godimento, cultura di massa, antologia di scritti, Feltrinelli, 1999; Benvenuti nel deserto del reale, Meltemi, 2002; L’epidemia dell’immaginario, Meltemi, 2004; Credere, Meltemi, 2005; Il cuore perverso del cristianesimo, 2006). E’ stato autore di primi programmi televisivi culturali dedicati all’arte contemporanea per Canale 5 e Italia Uno (L’Angelo, 1994/95; Le notti dell’Angelo, 1995/97) e Rai Tre (Onda Anomala; 1998/99; Cenerentola, 1999/2000), e collabora tuttora con RadioRai Tre Suite. Ha curato diverse mostre d’arte contemporanea tra cui Cover Theory. L’arte contemporanea come re-interpretazione, (maggio-giugno 2003), catalogo Libri Scheiwiller, Milano, 2003; Il marmo e la Celluloide – Arte contemporanea e visioni cinematografiche, Villa La Versiliana, Marina di Pietrasanta (catalogo Silvana editoriale, 2006); Paolo Gioli (in programmazione presso Treinale Bovisa), ottobre 2010. Da molti anni tiene conferenze e incontri in Italia e all’estero (Arte contemporanea e filosofia, Spazio Oberdan, Milano, maggio 2007; Art and Tv, Symposium “Visual Construction of Cultures”, Zagreb, nov. 2007; Festival Architettura, Roma, MACROfuture, 2010, ecc.). E' membro fondatore del gruppo di ricerca sull'immaginario contemporaneo GRICO; è membro della Società d'Estetica Italiana (SIE); fa parte delle reti accademiche Cinéma et Art contemporaine, Sorbonne Nouvelle Paris 3, e NECS European Network for Cinema and Media Studies.