Luce e suono, in dialogo al roBOt Festival. Intervista con Marco Cecotto

Continua il ciclo di interviste ai partecipanti del roBOt Festival del 2014, con un’intervista all’artista Marco Cecotto, che ha fatto parte della selezione call4roBOt. Nella serata di giovedì 2 ottobre ha presentato in una sala gremita di pubblico del Palazzo Re Enzo la performance “Squeezing Sounds Out of Light”. In cui, grazie a dispositivi tecnologici, ha creato una relazione diretta tra luce e suono, in un’atmosfera solenne quanto magica.

Quella di quest’anno è stata la tua prima partecipazione al roBOt Festival. Come descrivi questa esperienza?
Sicuramente essere stato selezionato è un bel riconoscimento: il roBOt gode di un’ottima e meritata reputazione per quanto riguarda l’offerta artistica, e vedere il mio nome nel programma è stato motivo d’orgoglio.

Puoi parlarci di Squeezing Sounds Out of Light?
In Squeezing Sounds Out of Light utilizzo sensori d’intensità luminosa per controllare il suono, e il suono per controllare la luce, innescando in questo modo un’interazione e una retroazione tra luce e suono. È nata nel 2012, quando Marco Trulli e Claudio Zecchi (curatori di BJCEM) mi chiesero una performance da portare a Nottingham per il WEYA: in realtà all’epoca non facevo performance, la mia attività artistica era interamente basata sulle installazioni sonore o multimediali interattive.
Ma l’occasione era ghiotta, e c’erano alcuni miei lavori, concepiti per poter interagire “fisicamente” con il materiale video di videomaker o vj che, proprio perché progettati per integrarsi al lavoro di altri artisti, non avevo ancora esplorato in tutte le loro potenzialità. Decisi di assemblare tutti questi progetti hardware e software in un unico corpo – una specie di “mostro di Frankenstein” fatto di fotoresistenze, circuiti, e patch in Pure Data – e di cominciare a sondarne le capacità espressive, concentrandomi soprattutto sulle potenzialità di modulazione e controllo del suono tramite la luce, e sulla natura teatrale di tali operazioni.

Hai portato questo lavoro in altre location, quindi ti chiedo: che importanza può avere l’ambiente che ti circonda mentre stai eseguendo la performance?
Le condizioni luminose dell’ambiente che mi circonda giocano un ruolo cruciale: SSOOL richiede il buio più completo come situazione ottimale di partenza, sia da un punto di vista tecnico (maggiore è la luce già presente nella stanza, minore è la sensibilità dei miei strumenti) che esperienziale: ritrovarsi in un ambiente buio, o dove la visibilità è fortemente limitata, credo ci renda più sensibili ai suoni, e stimoli la nostra capacità di ricreare esperienze complesse a partire da oggetti sonori. Quindi, paradossalmente, più la location scompare, maggiore è l’amplificazione emotiva con cui raggiunge lo spettatore attraverso il riverbero di luce e suono.

Squeezing Sounds Out of Light, Marco Cecotto al roBOt 07 (foto di Samuele Grando)
Squeezing Sounds Out of Light, Marco Cecotto al roBOt 07 (foto di Samuele Grando)

Guardandoti durante la performance si ha la sensazione di osservare una sorta di alchimista al lavoro, attorniato da luci, suoni e forze invisibili. Cosa ne pensi?
Penso che questa sensazione in parte sia dovuta al fatto che ho lavorato molto sulla correlazione tra gli effetti luminosi e quelli sonori, in modo tale che la loro interazione desse effettivamente allo spettatore la sensazione di una vera e propria trasmutazione del suono in luce e della luce in suono. In parte però credo sia di nuovo riconducibile all’oscurità, a una condizione di visibilità ridotta. Durante la performance quel poco che si vede è sempre intermittente, oscillante, sfuggente – e quindi ambiguo, misterioso. In questo scenario il suono può effettivamente sembrare, come dici tu, una forza invisibile, un qualcosa di vivo, indipendente, oscuro, portato alla luce lì in quel momento tramite i miei macchinari.
Alla fine è solo una questione di messa in scena, ma mi piace l’effetto che ha: ho sempre detestato i live di musica elettronica dove chi si esibisce sta fermo dietro al computer e sembra controllare le email – per niente coinvolgenti, tanto vale spegnere le luci!

Il tema centrale di questo roBOt era la memoria digitale. In quale modo credi che il tuo lavoro si sia inserito in questa ricerca?
La strumentazione che utilizzo per la performance può essere sinteticamente descritta come una serie di dispositivi tecnologici eterogenei, provenienti da un passato più o meno recente e da ambiti disciplinari differenti, che interagiscono scambiandosi informazioni in un ambiente digitale. In questo senso il digitale nel mio lavoro può essere visto come uno strumento per collegare passato e presente: non una forma di archiviazione della memoria, ma un mezzo di riattivazione e riconfigurazione del già noto.

Filippo Lorenzin

http://www.robotfestival.it/
http://marcocecotto.com/

 

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Filippo Lorenzin
Filippo Lorenzin è un critico d’arte contemporanea e curatore indipendente. Si interessa principalmente del rapporto tra arte, tecnologia e società, seguendo un percorso in cui confluiscono discipline come l’antropologia, la psicologia e la storia. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Venezia e allo Iuav, sviluppando un interesse nelle ricerche artistiche che si confrontano con le problematiche derivanti dalle modalità di interazione tra individui, contesti culturali e strumenti. Ha realizzato numerosi studi riguardanti il rapporto tra arte contemporanea, Internet e pubblico online, affrontando casi come il crowdfunding e le mostre d’arte virtuali. Affascinato dal confronto diretto, predilige la forma dell’intervista in quanto occasione per discutere e imparare.