Musica e tecnologia: il Met in HD

Wagner e il “Crepuscolo degli dei”. Per il giorno di San Valentino. Succede alla Metropolitan Opera, ma pure su 60 schermi sparsi per l’Italia e poi in altri 54 Paesi del mondo. L’opera per tutti, grazie alla tecnologia. E non è una registrazione.

Richard Wagner - Götterdämmerung - photo Ken Howard/Metropolitan Opera

Da alcuni mesi, grazie alla tecnologia, si può assistere, in diretta e in alta definizione, a una scelta di rappresentazioni del Met. Il programma è in funzione con successo già da quattro anni in 54 Paesi (e in 1.600 sale) tra cui Russia, Israele, Cina, Cipro, Repubblica Domenicana, Marocco, Slovenia e Saint Thomas nelle Isole Vergini. Con l´Italia si sono aggiunti 40 grandi schermi, diventati 60 nell’arco di un mese, a ragione del successo dell´iniziativa (nonostante non ci sia quasi stata pubblicità). Si possono prenotare i posti online, il prezzo è contenuto (15 euro a poltrona) e c’è il bello della diretta.
Perché sinora l’Italia era rimasta fuori? Da un lato, i “teatri di tradizione”, quelli più piccoli e in gran misura di provincia, temevano la concorrenza tra un Barbiere di Siviglia casereccio e uno spettacolo del Met. Dall’altro, è nato il circuito solo italiano, quello dei micro-cinema, per lo più sale parrocchiali dismesse in piccoli centri che mostravano l’opera in diretta da teatri italiani oppure in dvd su grande schermo. Naturalmente il Met sfoggia allestimenti e voci che in Italia solo La Scala può permettersi.

Richard Wagner - Götterdämmerung - photo Ken Howard/Metropolitan Opera

Chi difende l’esistente perde sempre. Nel caso specifico, le esperienze del Met digitale negli altri Paesi mostrano che lo strumento non fa perdere pubblico all’opera dal vivo, anzi ne porta di nuovo, giovane. In Italia i primi due spettacoli hanno raccolto circa 5mila spettatori. E il numero è andato via via crescendo, soprattutto grazie al passaparola: grande attesa per il Götterdämmerung di Wagner in programma per oggi con la regia di Robert Lepage, che ha comportato la costruzione di un nuovo palcoscenico al Met e per effetti speciali sfida i film di Spielberg. Dirige il genovese Fabio Luisi e il cast è di primissimo livello. L’impianto tecnologico è notevolmente superiore a quello della Rai, come hanno potuto osservare tutti coloro che il 4 dicembre hanno visto il Don Giovanni inaugurale e hanno anche assistito a una recita nella sala del Piermarini.
Soprattutto, l’esperienza (del Met, ma anche del micro-cinema) è segno di un improcrastinabile riassetto del settore, che il ministro Ornaghi ha annunciato di voler completare entro il 31 dicembre. Dal 2001 al 2010 i teatri lirici italiani hanno accumulato perdite per oltre 250 milioni di euro; i debiti hanno raggiunto i 282 milioni. Nello stesso periodo, il totale dei contributi pubblici (Fus più Enti territoriali) è passato da 332 a 344,7 milioni di euro; i privati hanno contribuito con una media di 42,5 milioni di euro l’anno; gli incassi da botteghino hanno raggiunto gli 84,5 milioni di euro (rispetto ai 72,2 milioni di euro nel 2001).

I costi totali di produzione sono arrivati a 528,4 milioni di euro; quelli per il personale sono passati da 280,5 a 316,6 milioni. Una rappresentazione lirica in Italia costa il 140% in più rispetto alla media dell’eurozona, il 250% della media dell’Unione europea. Nel 2009 i nostri teatri hanno messo in scena in media 77 recite d’opera ciascuno (dalle 125 della Scala alle 25 del San Carlo) contro le 226 recite della Staatsoper di Vienna, le 203 dell’Opernhaus di Zurigo, le 184 dell’Opéra di Parigi, le 177 della Bayerische Staatsoper di Monaco o le 161 della Royal Opera House di Londra.
Per poter continuare ad andare all’opera, occorre che non sia un lusso, ossia che si riducano i costi e si aumenti la produttività. Lo si può fare riducendo il personale in eccesso e concentrando il balletto in una compagnia nazionale. Inoltre, occorre chiedere che almeno il 70% degli spettacoli sia in co-produzione (creando un cartellone nazionale e andando verso il teatro di repertorio), che i teatri virtuosi vengano premiati con stanziamenti aggiuntivi nell’esercizio successivo, e che gli amministratori di quelli che chiudono il bilancio in rosso cambino mestiere (e siano passibili di azione di responsabilità). In questo quadro, il Met e il micro-cinema preparano il pubblico del futuro.

Giuseppe Pennisi

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Giuseppe Pennisi
Ho cumulato 18 anni di età pensionabile con la Banca Mondiale e 45 con la pubblica amministrazione italiana (dove è stato direttore generale in due ministeri). Quindi, lo hanno sbattuto a riposo forzato. Ha insegnato dieci anni alla Johns Hopkins University e quindici alla Scuola superiore della pubblica amministrazione; per periodi più brevi a Salerno e a Palermo. Ha scritto una dozzina di testi di economia, pubblicati in Italia, Gran Bretagna, Svizzera e Germania, ed è editorialista economico di un paio di quotidiani. Da quando aveva l'età di 12 anni la sua passione è l'opera lirica (specialmente del Novecento e meglio ancora se contemporanea coniugata con electroacustic e live electronics). Ha contagiato la moglie e in parte i figli. Vaga, quindi, da teatro a teatro. Con un calepino a righe e una matita rossa. Il riposo forzato è in una barcaccia.