Moda. Storia di Simon Porte, in arte Jacquemus

La parabola creativa di Jacquemus, nome d’arte dello stilista Simon Porte. Fra determinazione e minimalismo.

Simon Porte in arte Jacquemus, dettaglio
Simon Porte in arte Jacquemus, dettaglio

Quella di Simon Porte in arte Jacquemus è più la poetica della sottrazione romantica che il minimalismo come esercizio estetico. “Non è niente ma è tutto”: così Simon descrive la sua visione.
Sicuramente dal suo debutto a soli diciannove anni ha tracciato una linea di controtendenza nel panorama della moda brutalista e normecore degli ultimi anni. Simon Porte è esattamente il contrario: non si proclama underground, non attinge da nessuna subcultura se non dalla sua, ha invece un amore spassionato per gli abiti e per le donne, e alle donne – con le sue linee asciutte ma gentili, con i suoi tagli asimmetrici, con i flash di geometrie surrealiste negli accessori e nelle scarpe – sta restituendo grazia e femminilità, sottolineando il corpo con tagli netti e sensuali, facendolo riemergere dagli infagottati capi oversize, allontanandolo da ogni ridondanza genderfluid. Gli aggettivi più giusti da usare per Jacquemus sono freschezza e spontaneità. Il suo entusiasmo e la sua spensieratezza appaiono tutte nelle sue seguitissime storie Instagram.

Debutta con una collezione minimalista quasi clinica, ma in realtà, come racconta, “il minimalismo è stato più una necessità che un concept studiato””.

Simon Porte è nato nel sud della Francia, tra Marsiglia e Avignone, da una famiglia di contadini; ha da sempre sentito la moda come un sogno, un linguaggio per raccontarsi, ma ha mantenuto la sua infanzia, l’ingenuità e la purezza di un mondo quasi rousseauviano che traspare sempre tra le corde del suo stile e della sua comunicazione. Dopo un anno trascorso con grandi sacrifici da parte della famiglia in una scuola di moda a Parigi, Simon è profondamente deluso dal mondo della capitale. In seguito alla perdita di sua madre decide di abbandonare la scuola e di lanciare il suo marchio Jacquemus (un omaggio al cognome da nubile della madre). Debutta con una collezione minimalista quasi clinica, ma in realtà, come racconta, “il minimalismo è stato più una necessità che un concept studiato”. Non aveva molti soldi e, dopo aver comprato i tessuti che cercava al Marché Saint Pierre, trovò un piccolo laboratorio di una donna che confezionava tende; le chiese di fargli una gonna a vita alta, senza bottoni, ma con una zip laterale e senza le tasche, perché tasche e bottoni non poteva permetterseli. Con la terza collezione, interamente in lana cotta, tagli a vivo e pochissimi dettagli, viene notato da Rei Kawakubo a Tokyo in uno showroom che lo rappresentava. Lui ovviamente non c’era: non poteva permettersi il viaggio. Incontrare lei e il suo compagno Adrian Joffe gli ha cambiato la vita. A Joffe chiede un lavoro, non in ufficio stile ma in negozio, dove lavorerà per due anni tutti i giorni, mentre crea la propria collezione di notte. Due stagioni dopo, Joffe inizia a ordinare la sua collezione per Dover Street Market a Londra, vendendola con grande successo.

Nonostante l’animo commerciale che non ha mai nascosto, perché ha sempre dichiarato di voler vendere quello che mostra in passerella, Jacquemus è oggi il vero radicale, perché sta facendo ciò che realmente ama e nel modo più autentico”.

La sua collezione uomo è una fra le più attese della fashion week uomo parigina, annunciata durante l’ultima sfilata donna con l’uscita del designer stesso con indosso la felpa con scritto L’Homme Jacquemus, dopo aver alimentato la curiosità dei fan Instagram con l’hashtag #newjob. Nonostante l’animo commerciale che non ha mai nascosto, perché ha sempre dichiarato di voler vendere quello che mostra in passerella, Jacquemus è oggi il vero radicale, perché sta facendo ciò che realmente ama e nel modo più autentico.

Stefania Seoni

www.jacquemus.com

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #43

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Stefania Seoni
Stefania Seoni è una giornalista freelance e docente nel corso di Art Direction nel master di Fashion and Texile design in Naba. Dopo le prime collaborazioni con varie testate di moda (Elle Italia, Zero, Cabinet Corea)ha iniziato il suo percorso con Diane Pernet, curando la prima edizione alla Triennale di Milano di ASVOFF, il primo festival itinerante di Cinema e Moda. Con Diane Pernet ha inoltre curato la sezione emergenti di Asvoff, realizzato in collaborazione con Vogue Italia. Reporter per cinque anni in Italia per il blog Asvof, ha seguito e segue i designer emergenti. Si occupa attualmente di copywriting per diversi brand, scrive di moda e arte per il magazine tedesco Zoo.