Moda. Nike e Rei Kawakubo

Vera e propria icona internazionale, il “baffo” della Nike ha ammaliato stilisti di ogni provenienza. È successo anche alla giapponese Rei Kawakubo, che però ha saputo imporre le sue regole.

Machomai sneaker boot by Nike
Machomai sneaker boot by Nike

Piega tutto, travolge tutto, ingloba tutto. È lo swoosh il più potente tra i marchi di abbigliamento del pianeta. Ha fagocitato nomi dello star system internazionale e messo la sua catena dorata a quelli del fashion d’alta gamma.
Ci ha provato anche con lei, Rei Kawakubo, 76 anni, da decenni regina incontrastata del pret-a-porter internazionale. Rifiutata alle sfilate di Milano nei primi Anni ‘80, capace di resuscitare quelle di Parigi immediatamente dopo, omaggiata con una gigantesca personale, Rei Kawacubo/Comme des garcons. Art of the In-Between, dal Metropolitan Museum lo scorso anno. Prima di lei questo onore era stato riservato a un solo designer vivente, Yves Saint Laurent.
E poi una multinazionale con sede a Portland (Oregon), capace di un fatturato da 30 miliardi di dollari l’anno, le chiede una collaborazione. Che se ne fa un gigante del genere delle idee di una signora giapponese che veste sempre di nero da almeno quarant’anni? Certo non saranno i numeri di vendita a contare. E allora l’allure? Quella sì. Rei fa notizia e i suoi 5 Dover Street Market (Londra, New York, Tokyo, Singapore e Pechino) sono veri e propri luoghi di culto per la setta del fashion. Kawakubo ci vende i suoi stessi prodotti, ma in spazi tutto sommato ristretti. Insieme però ‒ caso unico ‒ promuove quelli dei suoi discepoli (Junya Watanabe), onora quelli degli amici (Alaïa, Galliano, Vetements…) e si diverte a inserire oggetti di iper brand (Gucci) trattati allo stesso modo di un no brand. A lei nessuno dice di no.
Nemmeno lo swoosh, che pure ha appena concluso collaborazioni con la crèm de la crèm dei fashion designer interazionali. Virgil Abloh (Louis Vuitton uomo), Kim Jones (Dior uomo), Riccardo Tisci (Burberry), Jun Takahashi (Undercover)… tutti si sono inchinati allo swoosh, tutti hanno studiato le sterminate collezioni prodotte a getto continuo e hanno decorato, adattato, omaggiato questo o quel modello.

Rei Kawakubo
Rei Kawakubo

UN GESTO CONTROCORRENTE

Lei no. Non è partita dalla macchina per il piede che dal 1971 Nike ha affermato in tutto il mondo, non ci ha spruzzato sopra un po’ del suo stile proprio come hanno fatti tutti gli altri. Kawakubo ha fatto esattamente il contrario: è partita da una calzatura tra le più classiche del suo look, un ankle-boot di cuoio nero con tacco grosso, e lo ha quasi coperto gettandogli sopra una tomaia con il suo bel super swoosh.
Nike disegna ogni prodotto con programmi computerizzati avanzatissimi. Nike produce con linee robotizzate. Nike sviluppa tecnologie per evitare ogni forma di assemblaggio e cucitura. Kawakubo, con un gesto, nega tutto questo. Le parti della sua sneaker hanno cuciture a vista e il vero decoro è una tomaia della scarpetta che Nike ha battezzato Machomai boxing boot– L’oggetto è bruttino? Le categorie di bello e brutto comunemente intese non hanno mai interessato Rei Kawakubo. L’oggetto è un pezzo d’arte concettuale da 1300 dollari che finirà nelle vetrinette dei musei della moda o sulle cattedre delle migliori scuole di fashion design del mondo, questo è sicuro.
Un avvertimento: anche se a guardare il suo sito parrebbe il contrario, Rei Kawakubo non si è mai considerata “un’artista pura”: troppo intelligente.
Gli artisti puri nella moda sono stanche invenzioni dei media. A partire dal prossimo settembre, infatti, Nike commercializzerà nuovi modelli delle linee Air Max 180 e Cortez nati da questa collaborazione.

Aldo Premoli

www.comme-des-garcons.com

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive tra Catania e Cernobbio. E poi New York e Londra, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio, che fornisce consulenze di comunicazione ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Blogger di Huffington Post e Artribune, ha fondato a Catania, con Maurizio Caserta ed Emma Averna, l’Associazione Mediterraneo Sicilia Europa e a Noto il Centro Studi sulle migrazioni che porta lo stesso nome. Dirige inoltre la piattaforma on line SudStyle.it.