Il manifesto laico di Miu Miu

Da Milano a Parigi, in autunno si consumano le presentazioni delle collezioni primavera/estate del prossimo anno. E stavolta è stata Miu Miu a stupire.

Tra settembre e ottobre finiscono, una dopo l’altra, le due settimane della moda più importanti del semestre – prima Milano e poi Parigi – in un vero e proprio tour de force per gli addetti ai lavori e per i guest.
Milano culmina nell’inno a un nuovo glamour etico celebrato dai Green Carpet Fashion Awards con una festona superblindata al Teatro alla Scala, dove sono stati premiati i nomi più importanti della moda italiana da personaggi come Colin Firth (nonché marito di Livia Giuggioli Firth, prima promotrice dell’evento), Annie Lennox e Naomi Campbell. Parigi cala invece il sipario sulla drammaturgia fashion di Chanel, che non sa più cosa inventarsi come sfondo per collezioni che lasciano alla scenografia il compito di stupire il pubblico: questa volta la cascata d’acqua e le mura delle Gole del Verdon dentro il Grand Palais.
Il prêt-à-porter e l’alta moda si passano il testimone, ma a volte non c’è un vero motivo stilistico per il quale si sfila in una città o nell’altra: le collezioni si confondono, non ci sono più regole se non nel rispetto dell’esecuzione o della tradizione storica del brand.

Miu Miu. Collezione primavera estate 2018

Miu Miu. Collezione primavera estate 2018

SPIRITO LIBERO E RESPONSABILITÀ

Talora si compare in entrambe le città con due linee diverse dello stesso gruppo. È il caso di Prada, che sfila a Milano e a Parigi con Miu Miu, la linea che porta il nome abbreviato e raddoppiato di Miuccia Prada. Un marchio nato nei primi Anni Novanta e che, come dice lei stessa, vuol essere “espressione di uno spirito libero più naïf, contro l’establishment della moda, per raccontare la volontà di trovare una libertà di pensiero e togliersi dalla prigione del brand, del marchio e del lusso”. Un esercito libero che affianca quello più istituzionale ma che, non per questo, agisce meno responsabilmente: ha maggiore agilità ma altrettanta forza interpretativa, gioca ma non scherza.
Questo senso di responsabilità è un concetto difficile da assimilare al mondo della moda, soprattutto ora, quando tutto è concesso purché sia visibile e quando l’aspetto sano del lavoro viene spesso risolto con l’uso dei materiali o con l’etica. Ma Prada riesce a fare di più: riesce a essere portavoce di una filosofia seria che definiremmo laica, in un mondo onirico pieno di religioni che perdonano qualsiasi scelta. Le scelte di Miu Miu seguono una precisa strategia comunicativa, dichiarano attenzione al contemporaneo, cercando di portare nelle trame del fashion contenuti più complessi come la condizione femminile, un tema che purtroppo si evolve con forme di violenza ordinaria, come quella domestica, e straordinaria, nella vita professionale.

Miu Miu. Collezione primavera estate 2018

Miu Miu. Collezione primavera estate 2018

DA VENEZIA A PARIGI

Così a Venezia, al Festival del Cinema, quest’anno Miu Miu ha presentato il 14esimo film della serie di cortometraggi Women’s Tales, opere di cineaste contemporanee chiamate a descrivere la femminilità: The End of Illusion di Celia Rowlson-Hall analizza il fenomeno dell’affarismo che sfrutta la paura, di chi realizza spettacoli per distrarci dalla realtà che ci circonda. Nello stesso senso, la collezione Miu Miu che sfila a Parigi è un manifesto politico e dichiara che la bellezza non è un privilegio ma una cosa normale, e si esprime nel nostro modo di essere, nelle nostre scelte, nella condivisione del lavoro e della vita di ogni giorno. Una dichiarazione politica e filosofica scritta con i visi di tante ragazze diverse grazie al casting multietnico, con l’allestimento minimal firmato ancora una volta da AMO – lo studio di architettura e design guidato da Rem Koolhaas e che opera in tutto il mondo con primaria attenzione all’ambiente – e con la scelta di un luogo com il Palais d’Iéna e con la collezione stessa.
Così, la collezione primavera/estate 2018 sfila nell’edificio del 1937 progettato da Auguste Perret, uno dei primi sperimentatori con il cemento armato; un palazzo che nasceva come Museo dei lavori pubblici e che conserva nell’atrio una monumentale scala a ferro di cavallo sospesa. Intorno a questo capolavoro di soluzione architettonica si muove Catasta, l’allestimento di AMO che manipola e altera la formalità del luogo. Un cumulo di mattoni crea un sistema di livelli frammentati che posizionano gli ospiti a diversi gradi di vicinanza alle modelle, in una fila ininterrotta di sedie in plastica che accentua il contrasto fra materiali umili e insoliti insieme. Un ammasso che amplifica l’estraneità dell’evento al luogo, accentuata dai filtri che alterano la luce apparentemente naturale. Un lavoro perfetto di trascrizione della visione di Prada, di creazione di uno scenario capace di contenere e raccontare, così come lo fanno gli abiti, rendendo importante la semplicità: una collezione portabile ma non banale, che usa materiali straordinari come il pizzo per rendere eccezionale la quotidianità di gonne e tuniche, che doppia altri materiali per aiutarli a esaltare una delicatezza ancora immatura e sincera.
Un invito a sdrammatizzare, ma soprattutto a riportare a una dimensione energica e allegra quella categoria di cui parlano tutti oggi, come dichiara la stessa Miuccia Prada dopo la sfilata: “Sento che oggi c’è bisogno di rieditare quella spontaneità di pensiero. Bisogna toglierci dall’ossessione del lusso, parola che secondo me non ha più senso, e io non la sopporto più, come pure l’espressione ‘Millennial’, termine abusato da tutti. Questi giovani sono ridotti e sfruttati come una categoria commerciale. Sembra che nessuno si preoccupi più se i giovani studiano”.

Clara Tosi Pamphili

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #40

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Clara Tosi Pamphili

Clara Tosi Pamphili si laurea in Architettura a Roma nel 1987 con Giorgio Muratore con una tesi in Storia delle Arti Industriali. Storica della moda e del costume, ha curato mostre italiane e internazionali, cataloghi e pubblicazioni. Ideatrice e curatrice…

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