Al suo terzo Fuorisalone, BASE ha scelto di trattare uno dei temi più discussi e trasversali di oggi: il city making. A raccogliere la sfida è stato il poliedrico studio Raumplan e “Trouble Making. Who’s making the City?” è il titolo del percorso espositivo che hanno curato. Abbiamo chiesto a Pietro Bonomi – co-fondatore di Raumplan insieme a Nicolò Ornaghi, Giacomo Scandolara e Gabriele Donini, a cui si aggiungono in seguito Andrea De Nicola, Matteo Maggi, Giacomo Viviani e Francesco Zorzi – di raccontarcelo.

Una breve introduzione. Raumplan: chi siete? Quali sono le esperienze progettuali che vi hanno portato a parlare di città 3.0?
Raumplan è un gruppo di persone che afferiscono a discipline diverse e che lavorano insieme nell’ambito della curatela e dell’exhibition design. Da qualche anno ci occupiamo, nel contesto del Salone del Mobile, di argomenti anomali rispetto alla narrazione corrente del design di prodotto. Per esempio, l’anno scorso con Capitalism Is Over abbiamo affrontato i cicli economici che investono l’ambiente costruito e l’impatto della finanziarizzazione sul lavoro e sugli spazi. La mostra è stata ben recepita e successivamente siamo stati contattati da BASE per lavorare su un tema a loro caro, ovvero il city making.

Trouble Making. Who’s making the City?: un titolo che è già un manifesto. Quali sono i riferimenti critici che vi hanno guidato?
Il discorso si è fin da subito organizzato attorno ad alcuni opposti dialettici: spaziale/virtuale, pianificazione/proliferazione. Soprattutto però ci interessavano gli effetti concreti del conflitto tra i flussi (di capitali, di informazione, di persone) che attraversano la città e i luoghi. I “luoghi” non sono solo gli spazi fisici, ma tutto ciò che non è completamente eradicabile da uno specifico territorio/comunità e non può essere reso fluido: strutture e realtà storiche, sociali, architettoniche, legislative ma anche individuali che resistono (o non resistono) al passaggio vorticoso dei ‘flussi’. Con Trouble Making abbiamo voluto porre l’attenzione su alcuni fenomeni che, a diversa scala, “fanno città” pur essendo tendenzialmente a-spaziali e apolidi: finanziarizzazione, capitalismo delle piattaforme e home sharing, disintermediazione economica e informativa, Internet of Things e tecnologie smart.

Louis De Belle + Giacomo Traldi, Tour de Force, 2018, still da video
Louis De Belle + Giacomo Traldi, Tour de Force, 2018, still da video

Qual è, secondo voi, la direzione che sta prendendo in questo momento il city making, soprattutto nel dilagare delle operazioni di rigenerazione urbana? E quali le linee guida che dovrebbe seguire?
Il city making può essere pensato come una specie di sostituto “smart” e “partecipato”, come si ama dire, dell’urbanistica. Nessuna direzione “scientifica” o politica, nessuna gerarchia, nessuna mediazione: siamo tutti city maker, consapevoli o meno. L’intuizione ha certamente qualche fondamento. In una società di massa, informatizzata e massimamente integrata, i cambiamenti delle città sono l’esito di una moltiplicazione e di una proliferazione di iniziative individuali e fenomeni collettivi che non stanno sullo stesso piano, che spesso non dialogano fra loro, eppure si connettono e concorrono a formare la realtà urbana.

È un processo senza intoppi?
No, e infatti c’è un grande assente in questo quadro teorico, ed è il conflitto – sebbene i troubles non siano nel frattempo scomparsi dalla realtà. La disciplina urbanistica incorporava in sé l’idea di una costruzione della città che fosse mediazione giusta o almeno legittima tra le forze in causa, operata dalla rappresentanza politica e dai professionisti competenti. Tolta la mediazione del conflitto, resta solo il conflitto senza mediazione. Di qui la nostra provocazione: chi, davvero, fa la città? È verosimile che, in un simile contesto, i “piccoli” city maker possano occuparsi di qualcosa di più delle briciole lasciate dai “grandi”? Abbiamo perciò chiesto agli artisti invitati chi fossero, per loro, i “grandi” (e non sempre riconosciuti) attori dei cambiamenti della città e di indagare come questi agiscono sulla dimensione urbana e anche su quella domestica.

Quali sono le regole d’oro che avete dedotto dalla connessione tra la vostra esperienza e quella degli artisti partecipanti per interpretare il dilagante fenomeno dello sharing?
Anzitutto ci è sembrato che fosse necessario indagare il fenomeno non tanto dal punto di vista del consumatore – il quale si limita ad apprezzare la caratteristica comodità ed economicità dei servizi offerti dalle piattaforme dello sharing – ma dal punto di vista del lavoratore e del produttore. Perciò ci siamo occupati dei rider di Foodora e Glovo, ritratti nelle fotografie di Louis De Belle, dei locatori di Airbnb (grazie al lavoro di Calib.ro, Donato Ricci e Òbelo), dei servizi e dei modelli di business di piattaforme e social network con i contributi di Ayr, Delfino Sisto Legnani e Giga Design Studio + Superinternet. Ne emerge una rete di legami in cui fenomeni apparentemente paralleli – sharing economy, capitalismo delle piattaforme, gig economy, logistica avanzata – sembrano tendere verso l’integrazione in un sistema unico, che ridisegnerebbe non solo la distribuzione delle merci e le modalità di consumo, ma anche le condizioni e il mercato del lavoro.

Raumplan, Trouble Making. Who’s making the City_. Photo Delfino Sisto Legnani
Raumplan, Trouble Making. Who’s making the City_. Photo Delfino Sisto Legnani

Tecnologia e connessione continua. Come queste reti virtuali alterano l’interazione sociale e conseguentemente la concezione urbana di spazio di condivisione?
Un altro progetto in mostra, curato da Louis De Belle insieme a Giacomo Traldi, riguarda il turismo su gomma e i sightseeing bus. “Sightseeing”, ovvero, letteralmente, “vedere vedute”: i bus turistici offrono un’esperienza della città predefinita e standardizzata, che prescinde dai legami sociali che si sviluppano nelle strade secondarie e si appiattisce su un paesaggio iconico e brandizzato, da indicizzare sui social (“è stato qui”) e immortalare nei selfie. Gli smartphone scattano fotografie di una città che si è già autoridotta a fotografia da cartolina (simile alle immagini quasi ironicamente riprodotte sugli stessi pullman), mero asset fisico per il marketing dei suoi beni immobili.

Che cosa resiste all’azione dei grandi city maker?
Credo che esista un’indisponibilità strutturale dei luoghi e delle persone a essere resi del tutto fluidi: non li puoi spostare, manipolare e riprodurre come i capitali, i dati o le informazioni. Le persone e i luoghi hanno una storia e una “fisicità”: mentre la storia e la fisicità di una banconota sono indifferenti in relazione al suo valore, il valore di una persona o di un luogo ne dipende in maniera preponderante.

Flavia Chiavaroli

Milano // fino al 22 aprile 2018
Via Bergognone 34
http://base.milano.it/troublemaking/

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #42 ‒ Speciale Design

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Flavia ChiavarolI
Architetto, exhibition designer e critico freelance. Osservatrice attenta e grande appassionata di architettura ed arte moderna e contemporanea riporta la sua esperienza nell’organizzazione di workshop, collabora con artisti e fotografi e aggiornando i principali social network. Dal 2012 si occupa di progettazione di mostre ed eventi.