BlackBOX. A Milano, design e innovazione made in Melbourne

Che cosa ci fanno sessantaquattro scatole nere nella Chinatown milanese? Complice Expo, svelano il pragmatico (e misconosciuto alle nostre latitudini) design australiano, attraverso altrettanti oggetti-simbolo. In una mostra digitale e interattiva che sfrutta la tecnologia Bluetooth Low Energy. Abbiamo intervistato il curatore, Ian Wong.

La coppa traforata Cohncave, disegnata da Susan Cohn per Alessi
La coppa traforata Cohncave, disegnata da Susan Cohn per Alessi

Il primo mito da sfatare è che l’allestimento di una mostra di design implichi necessariamente l’esposizione di oggetti fisici, che ci si debba muovere tra tavoli, sedie, lampade. Il secondo è che l’Australia non sia una terra feconda per quanto riguarda la progettualità. Digitale e interattiva, la mostra BlackBOX – Design and Innovation | Melbourne Australia, visitabile fino al 15 maggio alla Fabbrica del Vapore, prova a spazzare entrambi i pregiudizi a colpi di tecnologia.
L’allestimento è minimalista: 64 scatole nere illuminate da un fascio di luce blu e disposte secondo una griglia 8×8, che ricorda la topografia del centro di Melbourne, rappresentano altrettanti oggetti emblematici del design e del know-how tecnologico della città australiana. All’interno di ogni scatola, una moneta che funziona come un marker e permette di visualizzare, su iPhone o iPad e tramite un’app, una serie di contenuti digitali dedicati a un progetto “made in Melbourne”. Non c’è niente di tangibile, dunque, se non gli stessi contenitori e i marker, che riproducono il design delle monete in circolazione da cinquant’anni sul Continente Rosso. La comunicazione avviene grazie al Bluetooth Low Energy, una funzionalità della tecnologia wireless bluetooth progettata per connettere applicazioni e dispositivi entro un raggio d’azione ridotto.
Gli oggetti selezionati appartengono ad ambiti diversissimi tra loro, in un range che abbraccia strumenti scientifici come lo spettrofotometro ad assorbimento atomico, classici del design degli Anni Cinquanta come le sedie di Featherstone e successi recenti come il portauovo e il cucchiaio Scoop disegnati da Helen Konrtouris per Alessi, ma anche veri e propri simboli nazionali, dai tram di Melbourne alle bottiglie di birra Victoria.
Ian Wong, il curatore della mostra, che si divide tra l’Australia e l’hub di ricerca di Suzhou, in Cina, dove insegna Design Industriale agli studenti di un master co-gestito dalla locale Southeast University e dall’australiana Monash University, ci ha spiegato perché.

Le monete australiane, disegnate da Stuart Devlin nel 1964, hanno ispirato la forma del marker contenuto nelle scatole nere
Le monete australiane, disegnate da Stuart Devlin nel 1964, hanno ispirato la forma del marker contenuto nelle scatole nere

Il focus della mostra è su sessantaquattro oggetti emblematici del design australiano, e della città di Melbourne in particolare. Con quale criterio sono stati scelti?
La mia preoccupazione principale è stata quella di concentrarmi su oggetti che non fossero effimeri, che fossero usati ancora oggi. Altri esempi, pur splendidi, di design australiano sono stati esclusi dalla selezione perché non hanno avuto la stessa tenuta. Alcuni oggetti resistono allo scorrere del tempo perché rappresentano una tradizione, come la palla ovale di cuoio rosso con la quale si gioca il football australiano, che è la stessa dal 1882, altri per ragioni ambientali o culturali. Ci sono molti oggetti che hanno a che fare con il raffreddamento o la conservazione di cibi e bevande, perché l’Australia ha un clima particolarmente caldo e uno stile di vita che prevede che si trascorra molto tempo all’aria aperta.

La selezione comincia con il sistema di refrigerazione meccanica per la produzione del ghiaccio, inventato da James Harrison nel 1851, che è anche la data della prima Esposizione Universale della storia, a Londra. Si tratta di un omaggio a Expo?
In realtà no, è una coincidenza. Mi piace, però, l’idea di interpretare a modo mio quello che era il senso delle Esposizioni Universali di quel periodo, e che credo sia il senso anche di questa Expo milanese: mettere in evidenza ciò che è nuovo, comunicare le esperienze rilevanti del proprio Paese a chi non le conosce.

Disegnata nel 1994 da Marc Pascal, la lampada Worvo è ormai un classico del design australiano
Disegnata nel 1994 da Marc Pascal, la lampada Worvo è ormai un classico del design australiano

Perché ha scelto come simbolo la scatola nera?
Quando mi è stato chiesto di curare una mostra sulle innovazioni australiane, vivevo in Cina. In quel periodo ho sentito parlare moltissimo della scomparsa del volo MH370 e della ricerca, infruttuosa, della scatola nera dell’apparecchio. Ho realizzato che nessuno intorno a me sapeva che la scatola nera fosse stata inventata a Melbourne [da David Warren, nel 1954, N.d.R.] e che molti non avevano idea di come fosse fatta realmente. Mi è sembrato che questa ambiguità facesse della scatola nera il simbolo ideale per una ricerca come la mia, che si propone di portare alla luce e far conoscere al pubblico qualcosa che, al di fuori del mio Paese, è sconosciuto ai più.

Qual è lo scopo della ricerca?
Spero che il mio lavoro sia solo l’inizio, che altri lo usino come un punto di partenza per altre ricerche correlate. Mi auguro che questa selezione sia una sorta di diario digitale, un archivio della creatività e dell’innovazione australiane. E conto molto sull’effetto sorpresa, sul fatto che il visitatore possa riconoscere oggetti noti, come la scatola nera, e rendersi conto che sono stati progettati in Australia. A quel punto magari si incuriosirà e vorrà sapere il nome del designer che li ha creati. Molti di questi progettisti – Robert Pataki, l’inventore della multi-presa, Gerard Mussett, Phillip Slattery – sono famosissimi in patria, ma non in Europa.

Ian Wong
Ian Wong

Molti dei pezzi che ha selezionato per la mostra sono “smart”, ma non somigliano agli oggetti di design che siamo abituati a trovare esposti nei musei. Esiste un design australiano? Se sì, quali sono i suoi tratti peculiari?
Il design australiano, e la scuola di Melbourne in particolare, è più pragmatico. I designer hanno un approccio più pratico, si interrogano molto sulla funzione, su come il prodotto verrà usato. Inoltre si muovono spesso a cavallo tra più ambiti diversi, spaziano dal mobile al design industriale. In Australia, poi, la creatività e la produzione rimangono molto vicine, anche perché non c’è stato il grosso crash dell’industria manifatturiera che avete conosciuto in Europa. Trattandosi di un Paese isolato, e visto che il trasporto delle merci è costoso, in molti casi si preferisce ancora produrre sul posto. Spesso si dice che gli oggetti creati dall’industria rispondono a una logica di obsolescenza programmata, ma il mio lavoro curatoriale procede in senso contrario: cerca di dimostrare che il design di alcuni oggetti può essere eterno.

Giulia Marani

Milano // fino al 15 maggio 2015
BlackBOX – Design and Innovation | Melbourne Australia
a cura di Ian Wong
FABBRICA DEL VAPORE
Via Procaccini 4
info@54words.net
www.blackboxmelbourne.com

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/44538/blackbox-design-and-innovation-in-melbourne/

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Giulia Marani
Classe 1983, genovese di nascita e di cuore. Dopo la laurea in comunicazione all’Università degli Studi di Milano, soccombe al fascino di Parigi, dove vive per sei anni, lavorando come ufficio stampa in ambito editoriale e nella redazione della rivista di architettura e design Architectures à vivre.