Art-Design Gallery

Si contano ancora sulle dita di una mano, ma sono in costante crescita. Dietro le più note gallerie di art-design italiane del momento ci sono donne appassionate e curiose. Che hanno tramutato il loro amore per l’arte e la sperimentazione in un format di successo.

Secondome - photo Serena Eller
Secondome - photo Serena Eller

È tutta una questione di educazione. Così come si educa al gusto del bello, si può educare a riconoscere il design come disciplina artistica affine all’arte. A quest’ultima siamo abituati ad assegnare un valore rilevante, anche a livello economico. Mostre in importanti musei, critica specializzata e opere dai prezzi esorbitanti ci hanno insegnato ad attribuire al processo creativo un merito. Perché non dovremmo fare altrettanto con il design?
Hanno iniziato ad aprirci gli occhi quelle gallerie che si occupano di progettisti borderline che creano e operano sul confine che separa un oggetto d’uso quotidiano da un’opera d’arte. Edizioni a tiratura limitata, pezzi unici, oggetti-scultura, prodotti quotidiani ma con una storia che non comprende la serialità né il basso costo. E se per preconcetto il design viene considerato una disciplina maschile, guarda caso sono sempre donne le art director di questi nuovi spazi, contenitori di creatività e giovani talenti che si stanno diffondendo in Italia.
Luisa Delle Piane ha fatto da apripista nel 1994 con la galleria omonima di via Giusti a Milano, dove ha ospitato mostre non solo di design ma anche d’arte e gioielli. Il suo spazio in piena Chinatown è diventato presto un punto di riferimento per artisti e designer di tutto il mondo perché, oltre a essere sede espositiva, è anche luogo in cui si producono pezzi d’arredo esclusivi e su misura.
La prima però ad aver aperto un mondo a chi di design sapeva poco o nulla è stata Rossana Orlandi nel 2002: merito forse del suo stile eclettico e della sua personalità sopra le righe.
Talent scout proveniente dal mondo della moda, Orlandi ha creato una sorta di paese delle meraviglie in un antico cravattificio in via Bandello, sempre a Milano, con un giardino invaso da object trouvé e sale affollate da un apparente disordine.La stessa gallerista racconta che, al momento dell’apertura, non aveva le idee chiare su che cosa sarebbe diventato questo spazio: oggi è ora una delle gallerie più ambite.La fama di Rossana Orlandi precede infatti la fortuna dei designer della sua scuderia, che da semplici sconosciuti spesso vengono proiettati nello show business dell’art-design: ne sono un esempio Nacho Carbonell, Nika Zupanc – a cui ha dedicato un’intera ala durante lo scorso Salone del Mobile -, Maarten Baas e Álvaro Catalán de Ocón, solo per fare alcuni nomi. Non mancano gli italiani, come Lorenzo Damiani e Francesco Faccin. Recentemente Rossana Orlandi ha aperto le porte anche a un’azienda e a prodotti di tiratura industriale, vuoi perché l’azienda è Seletti, vuoi perché l’oggetto in questione è il servizio da tavola realizzato in collaborazione con Toiletpaper di Maurizio Cattelan.

Spazio Rossana Orlandi
Spazio Rossana Orlandi

Il capoluogo lombardo annovera anche una galleria di più antichi natali: Nilufar, sorta nel 1979 su progetto di Nina Yashar e specializzata nella ricerca di antichi tappeti persiani, tibetani e cinesi. Solo gradualmente ha iniziato a proporre componenti di design ideati da personaggi come Alvar Aalto, Charlotte Perriand e Jean Prouvé. Ed è storia recente quella che vede Nilufar lanciarsi in progetti con nomi contemporanei come Martino Gamper, che nel 2007, in occasione di Design Basel, ha segato gli arredi di Giò Ponti segnando una rottura, non solo metaforica, con il passato.
Ma la storia che ci appassiona maggiormente è legata alla giovane galleria romana Secondome, guidata dall’altrettanto giovane architetto Claudia Pignatale, che è riuscita a portare il buon design fuori dai confini milanesi.In pochi anni – dal 2006 a oggi – Pignatale ha trasformato quello che era nato come concept store in galleria, marchio e casa di produzione di design.Merito della “ricerca spietata” che la stessa art director ha avviato per trovare giovani brand e designer che portassero una ventata d’innovazione nel panorama della progettazione.Le prime collaborazioni portano il nome dei designer di Fabrica, che nel 2008 realizzano una collezione a tiratura limitata per Secondome.Pignatale ha un contatto molto diretto con i designer: si procede a quattro mani per sviluppare una collezione per la galleria e poi si contattano gli artigiani con cui seguire passo dopo passo la realizzazione dell’opera. È un lungo processo creativo di cui Claudia, grazie al suo background da progettista, segue tutte le fasi, senza dimenticare la più difficile: mantenere i costi di realizzazione contenuti, in modo che l’opera possa arrivare al pubblico a un prezzo accessibile.

 

Valia Barriello

 

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #19

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Valia Barriello
Valia Barriello, architetto e ricercatrice in design, si laurea nel 2005 presso il Politecnico di Milano, Facoltà di Architettura, con la tesi "Una rete monumentale invisibile. Milano città d'arte? Sogno Possibile". Inizia l’attività professionale collaborando con diversi studi milanesi di architettura fino a che la passione per gli oggetti quotidiani e il saper fare con mano la spingono verso il design e verso il mare. Inizia così un dottorato in Design presso la facoltà di Architettura di Genova che consegue nel 2011 con la tesi di ricerca "Design Democratico". La stessa passione la porta anche alla scrittura che svolge per diverse testate del settore e all’allestimento e curatela di mostre di design. Porta avanti contestualmente all'attività professionale la ricerca sui temi che ruotano intorno al design democratico all'autoproduzione e all'utilizzo di materiali di scarto. Attualmente lavora presso uno studio milanese, collabora con la NABA come assistente del designer Paolo Ulian e cura la rubrica di design per Artribune.