Incredibile India. Il design del quotidiano e gli “oggetti viventi” di Doshi-Levien

Al Grand Hornu Images, in Belgio, la coppia anglo-indiana formata da Nipa Doshi e Jonathan Levien costruisce una geografia del design indiano attraverso una selezione di oggetti, tra modernità e tradizione. Da visitare, fra le tante proposte del festival Europalia, fino al 16 febbraio.

Weighing scales, bilance, © Europalia India, Serge Anton

L’India – e il design del Subcontinente – sono gli invitati d’onore dell’edizione 2013 di Europalia, kermesse biennale d’arte e cultura che prevede una variegata selezione di appuntamenti, tra mostre, spettacoli e conferenze, a Bruxelles e nelle città limitrofe. Nell’ambito della rassegna, il complesso del Grand-Hornu accoglie la mostra Living Objects. Made for India, che esplora gli oggetti di uso comune nel paese asiatico attraverso lo sguardo di Nipa Doshi (Mumbai, 1971; vive a Londra) e Jonathan Levien (Elgin, 1972; vive a Londra), duo creativo che ha alle spalle collaborazioni con brand importanti e premi, tra cui il Wallpaper Award nel 2007.
Gli oggetti esposti, raccolti e selezionati in giro per il Subcontinente, di preferenza nei bazar, sono utilizzati comunemente per attività che spaziano dalla cucina alla cura della casa o del corpo, fino alla preghiera e alla celebrazione di cerimonie. Oggetti del quotidiano, quindi, anche se sarebbe meglio dire “dei quotidiani”, data l’estrema variabilità degli stili di vita indiani, influenzati da diversi parametri, come la religione, la cultura, ma anche la provenienza geografica o l’appartenenza a una casta o gruppo sociale. In un Paese dove automobili di lusso e motociclette rombanti contendono il passo a tuk-tuk, pedoni e alle immancabili vacche sacre, in cui le disparità sociali sono enormi e l’intreccio di sacro e profano è talvolta difficilmente districabile, la vita quotidiana può assumere forme eterogenee. Gli stessi utensili possono essere, di volta in volta, tradizionali, e persino arcaici, oppure sorprendentemente moderni.

Nita Doshi e Jonathan Levien, © Peter Krejci
Nita Doshi e Jonathan Levien, © Peter Krejci

Inoltre, se è innegabile che stia emergendo un vero e proprio designscape indiano, con una nuova generazione di creativi apprezzata anche all’estero e la nascita di un comparto organizzato, con diverse istituzioni dedicate e più di cento scuole di arti applicate di livello universitario, con iniziative di ricerca in ambito accademico e progetti volti a sviluppare piattaforme di e-learning (come per esempio l’e-kalpa, Creating Digital-learning Environment for Design), l’India si distingue ancora dal mondo occidentale e globalizzato per il modo di produzione degli oggetti, che rimane molto legato a tecniche artigianali. Il lavoro manuale, minuzioso, coesiste con la produzione di massa di tipo industriale, rispondendo tuttora a criteri di sostenibilità economica. Quando il prodotto finito arriva nelle case, infine, indipendentemente dal fatto che sia stato fabbricato in serie oppure cesellato da un abile artigiano, sarà molto probabilmente destinato a subire un’ulteriore customizzazione, o personalizzazione, pratica corrente in una cultura nella quale l’improvvisazione è molto presente, in particolare quando si tratta di rispondere al meglio a bisogni individuali.
Tutti gli oggetti proposti rispettano il principio di ascendenza bauhausiana della stretta relazione tra forma e funzione. Doshi e Levien hanno fatto la scelta precisa di evitare l’estetica “kitsch e colorata” tradizionalmente associata all’India e ai suoi prodotti, mettendo in evidenza piuttosto l’essenza degli oggetti scelti e i rituali sofisticati che accompagnano il loro utilizzo. Il risultato è una giustapposizione coinvolgente di sacro e profano, artigianato e produzione industriale, austero e celebrativo. Essere al tempo stesso creatori della scenografia e curatori della mostra ha permesso ai due designer di “unire la percezione dello spazio a una selezione di oggetti, proponendo ai visitatori un’esperienza che sia al tempo stesso formativa, poetica ed evocatrice”.

Laundry scrubbing brushes, spazzole per il bucato, © Europalia India, Serge Anton
Laundry scrubbing brushes, spazzole per il bucato, © Europalia India, Serge Anton

Se il design indiano si organizza e guarda all’Occidente, pur conservando gelosamente il legame con la tradizione e le proprie radici culturali, l’interesse per l’universo creativo del subcontinente, con il suo paesaggio variegato e difficilmente riducibile a schemi o categorie, comincia ad essere alto anche in Europa, e in Italia. Lo ha già intuito Silvana Annicchiarico che, lo scorso anno, ha dato vita a una serie di focus sul design d’oriente tra cui la mostra New India Designscape, curata da Simona Romano con la collaborazione di Avnish Mehta.

Giulia Marani

Hornu // fino al 16 febbraio 2014
Living Objects. Made for India
a cura di Nipa Doshi e Jonathan Levien
SITE DU GRAND-HORNU
Rue Sainte-Louise 82
www.grand-hornu-images.be

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Giulia Marani
Classe 1983, genovese di nascita e di cuore. Dopo la laurea in comunicazione all’Università degli Studi di Milano, soccombe al fascino di Parigi, dove vive per sei anni, lavorando come ufficio stampa in ambito editoriale e nella redazione della rivista di architettura e design Architectures à vivre.