L’avvitamento perfetto secondo Carlo Contin

Lo studio di un semplice incastro a secco ha portato il designer Carlo Contin a sviluppare una vera e propria collezione di prodotti. Artribune ha ricostruito la storia di questa ricerca con l’autore.

Carlo Contin, Avvitamenti

La ricerca, questa sconosciuta, dovrebbe essere il punto di partenza per ogni nuovo prodotto di design che si rispetti. Ma, negli ultimi anni, designer e aziende, accecati dalla frenesia di immettere sul mercato oggetti sempre nuovi, hanno dimenticato quanto sia essenziale partire da solide basi. Fortunatamente ci sono ancora progettisti che basano gran parte del loro lavoro proprio sulla ricerca, spendendo tempo e denaro nell’investigare tutte le possibili sfaccettature di un unico argomento.
L’ultimo lavoro di Carlo Contin (Limbiate, 1967), scoperto in occasione della mostra Avvitamenti curata da Stefano Maffei e Andrea Gianni presso lo spazio Subalterno, è l’esempio che stavamo aspettando: una ricerca sulla vite in legno. Il designer racconta che, studiando i possibili incastri a secco, la memoria è tornata all’infanzia: “Mi sono ricordato del vecchio tavolo da falegname che usava mio padre, con la morsa con quella grossa vite di legno che mi ha sempre incuriosito”. Gli esempi illustri di Castiglioni e Magistretti non hanno scoraggiato il designer, anzi lo hanno spronato ad attualizzare il tema: La vite in legno era già stata usata nel campo del design, ma in modo estemporaneo, io ho cercato di farne una ricerca sistematica analizzando diverse tipologie portando avanti quelle in cui l’uso della vite aveva un senso”.

Carlo Contin, Avvitamenti
Carlo Contin, Avvitamenti

L’incipit di un lavoro di ricerca non è mai semplice come appare, infatti dall’idea di partenza scaturita nel novembre del 2012 e dai primi pezzi, presentati in una piccola mostra a Torino, a oggi Carlo Contin ha dovuto ricominciare: “Il primo test pubblico è stato un fallimento, la gente pensava che la tornitura a vite fosse solo una decorazione, non ne capiva il motivo fino in fondo. Tornato a casa sono ripartito da zero buttando via tutto e ripartendo da capo”.
E il riscontro del pubblico non è stata l’unica difficoltà. Portare avanti una ricerca in prima persona significa anche non usufruire dell’appoggio di un’azienda e doversi rivolgere alle maestranze artigiane che, schiacciate dall’industria, non sono più pronte a sopperire a richieste specifiche come una volta: “Inizialmente pensavo fosse facile trovare chi tornisse le viti, ma dopo essermi rivolto a diversi tornitori in zona ho scoperto che è una lavorazione ormai persa, dato che le viti in legno (usate un tempo nelle morse dei falegnami) sono state totalmente soppiantate da quelle in metallo. Nel momento in cui il progetto si è bloccato ho capito che dovevo andare assolutamente avanti perché mi piaceva l’idea di cercare di stimolare una manualità che si sta perdendo e che nel design italiano ha sempre fatto la differenza. Alla fine sono riuscito a trovare un tornio apposito per questo tipo di lavorazione a una fiera di macchine per il legno e tramite il produttore sono risalito a chi lo avesse acquistato (credo ce ne siano due in tutta la Brianza)”.

Carlo Contin, Avvitamenti
Carlo Contin, Avvitamenti

La via dell’autoproduzione diventa quindi l’unico sbocco naturale: “La mia ricerca è nata in modo assolutamente libero senza pormi alcun traguardo, non pensavo di riuscire a creare una collezione completa. Al momento non so quale sarà il destino di questi oggetti, mi piacerebbe portarne avanti alcuni, una strada potrebbe essere quella dell’autoproduzione nel momento in cui dovessi trovare dei canali distributivi. Mi piacerebbe arricchire la collezione, esistono diverse idee che sono rimaste sulla carta, se ce ne sarà l’occasione proverò a svilupparle”.
La parte più stimolante di una ricerca è che non si può mai mettere in maniera definitiva la parola fine.

Valia Barriello

http://www.carlocontin.it/

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Valia Barriello
Valia Barriello, architetto e ricercatrice in design, si laurea nel 2005 presso il Politecnico di Milano, Facoltà di Architettura, con la tesi "Una rete monumentale invisibile. Milano città d'arte? Sogno Possibile". Inizia l’attività professionale collaborando con diversi studi milanesi di architettura fino a che la passione per gli oggetti quotidiani e il saper fare con mano la spingono verso il design e verso il mare. Inizia così un dottorato in Design presso la facoltà di Architettura di Genova che consegue nel 2011 con la tesi di ricerca "Design Democratico". La stessa passione la porta anche alla scrittura che svolge per diverse testate del settore e all’allestimento e curatela di mostre di design. Porta avanti contestualmente all'attività professionale la ricerca sui temi che ruotano intorno al design democratico all'autoproduzione e all'utilizzo di materiali di scarto. Attualmente lavora presso uno studio milanese, collabora con la NABA come assistente del designer Paolo Ulian e cura la rubrica di design per Artribune.