Design per lo Spirito

Il design si prepara a sdoganare l’ultimo tabù della progettazione. Che non è legato, come si potrebbe pensare, a liberare pruderie, già ampiamente indagate, ma a temi religiosi e sacri. Insomma, anche i rosari si sgranano meglio se sono di design.

Marco Ferreri - iRosario

Il design del sacro è stato da tempo messo da parte, ibernato in forme antiche che, per rispetto o timore di una profanazione, non vengono modificate. Gli oggetti di chiesa, ideati come portatori di un messaggio di fede, non riescono più a comunicare con il proprio pubblico, ovvero i fedeli, a causa della loro completa arcaicità.
Ma qualcosa inizia a cambiare, piccoli e impercettibili movimenti, segni di dialogo tra la chiesa e i designer, dimostrano che si possono aprire numerose strade nel campo della progettazione del sacro. Ricordiamo la mostra Cruciale di Giulio Iacchetti, presentata durante il Salone del Mobile 2011 presso il Museo Diocleziano, in cui il designer milanese ha esposto diverse interpretazioni del crocifisso. Non erano certo oggetti pensati per un ipotetico fedele, ma la lettura e reinterpretazione di un oggetto che è diventato simbolo, un’icona.
Un ulteriore e importante passo è stato compiuto quest’anno dallo studio veneziano Labìt Architetti Associati (Francesca Basaldella, Mauro Cazzaro e Massimo Checchin) che ha organizzato una mostra collettiva, Aveamen. Design per lo spirito, interamente dedicata alla riprogettazione del rosario.
Il rosario è da sempre lo strumento più utilizzato dal fedele, è a tutti gli effetti un oggetto con una funzione pratica: aiuta a tenere il conto delle preghiere ed è utilizzato con diverse forme e un differente numero di grani da più religioni, non soltanto dal cattolicesimo. Il gesto di snocciolare i grani scandisce la preghiera e il tempo, ed è proprio questa pratica rituale che è stata reinterpretata da 27 designer italiani e internazionali.

Labìt Architetti – Cero

Come apripista nella progettazione di rosari di design ricordiamo i Joevelluto con il progetto RosAria, del 2004 per Opos, un rosario usa e getta costruito con la carta millebolle da imballaggio: ad ogni grano si fa scoppiare una bolla. Per la mostra Aveamen, allestita in una galleria tra le calli veneziane, troviamo ben venti nuovi rosari.
Le forme e le tipologie di questi innovativi progetti di design religioso sono tra le più disparate, e alcune lanciano nuove gestualità. Ma andiamo con ordine: ci sono alcuni rosari che hanno integrato alla perfezione oggetti della nostra contemporaneità che abbiamo sempre sotto mano, come le cuffie per ascoltare la musica o gli auricolari del telefono (Marco Ferreri, iRosario). A questi accessori per dispositivi mobili sono stati semplicemente aggiunti i grani… e il rosario è fatto.
Altri hanno tradotto simboli religiosi come il pane, la condivisione del corpo di Cristo, e hanno preparato un rosario commestibile. Riccardo Blummer ha voluto mettere alla prova l’intero corpo del credente costruendo una ruota ad altezza umana, in cui il fedele può entrare e camminare per farla scorrere a ogni preghiera. Sul fianco della ruota una sfera si muove in un percorso concentrico fino a svolgere l’intero rosario. I Labìt Architetti hanno probabilmente osservato le consuetudini di chi recita il rosario ogni giorno e hanno notato che il fedele accende sempre una candela, allora perché non trasformare proprio la candela stessa in un rosario? Il tempo di vita della candela equivale a quello di recita delle preghiere.

Ginette Caron – Rosary Card

Non mancano poi i rosari utili, con una doppia funzione, come il rosario a bastone di Paolo Orlandini, in cui piccole sfere in rilievo o intarsiate permettono di mantenere il conto delle preghiere, o il rosario-metro di Marco Zito e Gianfranco Vasselli.
Se si osserva coralmente l’intero progetto, si intuisce l’entusiasmo dei progettisti di volersi cimentare in un argomento fino ad oggi considerato quasi rischioso come il design religioso e la sfida di attribuire un valore sacro ad un oggetto. Come sottolinea Marco Sammicheli nell’introduzione al catalogo, “l’urgenza è risacralizzare l’esistente e creare le condizioni per rendere parlante il sacro contemporaneo

Valia Barriello

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Valia Barriello
Valia Barriello, architetto e ricercatrice in design, si laurea nel 2005 presso il Politecnico di Milano, Facoltà di Architettura, con la tesi "Una rete monumentale invisibile. Milano città d'arte? Sogno Possibile". Inizia l’attività professionale collaborando con diversi studi milanesi di architettura fino a che la passione per gli oggetti quotidiani e il saper fare con mano la spingono verso il design e verso il mare. Inizia così un dottorato in Design presso la facoltà di Architettura di Genova che consegue nel 2011 con la tesi di ricerca "Design Democratico". La stessa passione la porta anche alla scrittura che svolge per diverse testate del settore e all’allestimento e curatela di mostre di design. Porta avanti contestualmente all'attività professionale la ricerca sui temi che ruotano intorno al design democratico all'autoproduzione e all'utilizzo di materiali di scarto. Attualmente lavora presso uno studio milanese, collabora con la NABA come assistente del designer Paolo Ulian e cura la rubrica di design per Artribune.