Maidan tent: il progetto di due architetti italiani per il campo profughi greco di Ritsona

Sconfiggere il “trauma migratorio”, comune tra i rifugiati che tentano di raggiungere l’Europa, dotando i luoghi deputati alla loro accoglienza di spazi pubblici votati alla socialità: la “sfida” di due giovani progettisti passa anche per il crowdfunding.

È tutto impresso nel nome il senso dell’operazione promossa dagli architetti Bonaventura Visconti di Modrone (Milano, 1986) e Leo Bettini Oberkalmsteiner (Bolzano, 1989), insieme a una serie di partner e con il patrocinio dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Agenzia Collegata alle Nazioni Unite). La loro “Maidan tent” punta infatti a introdurre, nell’impianto seriale e alienante dei campi profughi, la dimensione aperta, sicura e ospitale di una piazza coperta: in varie lingue, tra cui l’arabo, il termine “maidan” indica proprio la “piazza”. Ma facciamo un passo indietro. Nella primavera 2016, i due progettisti si sono recati nel campo di Ritsona, in Grecia; ad accompagnarli, anche il fotografo Delfino Sisto Legnani che sul luogo ha realizzato la campagna che vi mostriamo in questo articolo. Grazie alla disponibilità dimostrata dalle ONG attive in quel territorio, nel corso dei successivi sopralluoghi gli architetti hanno potuto constatare gli effetti del cosiddetto “trauma migratorio”. Un’esperienza che li ulteriormente motivati ad agire in prima persona, spinti dalla volontà di dare un contributo per “lenire” le conseguenze di quella “particolare esperienza psichica dovuta all’interruzione violenta e radicale del normale flusso emotivo della vita personale e sociale”, come indica lo psichiatra-psicoterapeuta Giuliano Limonta, consulente volontario del progetto e direttore del Dipartimento di salute mentale Asl di Piacenza. ”Il trauma migratorio comporta infatti lo sradicamento e il distacco dai luoghi di nascita, l’impossibilità di crescere all’interno di una vita comunitaria organizzata e stabile, l’esposizione a eventi di rischio e di pericolo durante il viaggio, oltre a una grave condizione di disadattamento nei luoghi di transito e in quelli di permanenza temporanea.”

MAIDAN TENT from Maidan tent on Vimeo.

IL PROGETTO

Una volta realizzata, nei suoi 200 metri quadri di superficie, Maidan tent – certificata ISO – sarebbe in grado di accogliere più di 100 persone contemporaneamente. Definita da un tessuto resistente all’acqua, al vento e al fuoco, posto in copertura e ancorato a supporti in alluminio, tale struttura dispone di otto settori autonomi, articolati attorno a un nucleo centrale. Una soluzione in linea con la richiesta di svolgere una pluralità di impieghi nello stesso tempo: ricevere cure mediche e psicologiche, pregare, organizzare un’attività per i bambini, acquistare e vendere beni, imparare, insegnare e altro ancora. Di facile montaggio, durevole e trasportabile come una tenda tradizionale, si discosta dalle versioni convenzionali per la sua distintiva configurazione. “Il nostro obiettivo – indicano i progettisti – è creare uno spazio pubblico, non una grande casa, con una forma appropriata che risponda a esigenze di tipo psicologico, oltre che formali”. In questo senso vanno interpretati lo sviluppo circolare e l’apertura su tutti i lati: un incoraggiamento a varcare la soglia, senza stabilire gerarchie o percorsi preferenziali.

Maidan Tent, Render, Simon Kirchner

Maidan Tent, Render, Simon Kirchner

LA RACCOLTA FONDI

Oltre al coinvolgimento di vari soggetti che volontariamente stanno offrendo il proprio know-how a servizio del progetto, Maidan tent ha ottenuto il supporto di alcune organizzazioni internazionali senza fini di lucro. Si tratta dell’austriaca “ECHO 100Plus NGO”, della svedese “I AM YOU” e dell’italiana “Maisha Marefu ONLUS, spinte dalla comune convinzione che l’attuale assenza di strutture per svolgere attività o semplicemente per distrarsi, comunicare, condividere possa essere superata anche in questo modo. Sul sito generosity.com è stata lanciata una raccolta fondi finalizzata a dare concreta realizzazione all’operazione. “Lo spazio fa parte delle nostre memorie, del nostro presente e del nostro futuro, in breve fa parte della nostra esistenza”, sottolineano ancora i due progettisti. “Lontani dai propri luoghi di appartenenza, i profughi sono spaesati e disorientati. Davanti a questo scenario avvertiamo l’obbligo morale di aiutarli nel concepire uno spazio che possa lenire almeno in parte la loro sensazione di sradicamento. Non stiamo parlando dello spazio vitale ma di quello che nasce quando si crea una comunità. Spesso la persona si ritrova costretta a vivere all’interno di un gruppo diverso dal proprio a causa di determinate situazioni politiche; una condizione che implica, fra l’altro, la perdita della libertà e la precarietà spaziale. Come architetti non riusciamo a trasformare la politica in etica messa in pratica, ma possiamo provare a contribuire per migliorare le condizioni di vita nei campi”.

– Valentina Silvestrini

www.maidantent.org
www.generosity.com/community-fundraising/let-s-help-people-living-in-ritsona-refugee-camp—2

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Valentina Silvestrini

Valentina Silvestrini

Dal 2016 coordina la sezione architettura di Artribune, piattaforma per la quale scrive da giugno 2012, occupandosi anche della scena culturale fiorentina. È cocuratrice della newsletter "Render". Ha studiato architettura all’Università La Sapienza di Roma, città in cui ha conseguito…

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