Venezia. L’emergenza migranti alla Biennale di Architettura

Nel 2015 sono state 63,5 milioni le persone in fuga da guerre, violenze e povertà. Ed è questa una delle sedici battaglie individuate dal curatore Alejandro Aravena per la Biennale di Architettura.

15. Mostra Internazionale di Architettura Venezia 2016 - Reporting from the Front - photo Irene Fanizza
15. Mostra Internazionale di Architettura Venezia 2016 - Reporting from the Front - photo Irene Fanizza

L’attualissima questione migratoria non è solo al centro delle cronache quotidiane, ma anche delle riflessioni compiute in luoghi istituzionali come la Biennale di Venezia. Lo dimostra la serie di progetti legati all’emergenza migranti esposti nell’ambito della Biennale di Architettura diretta da Alejandro Aravena.

DA CALAIS ALLA GERMANIA
Con la sua imponente presenza, un glaciale blocco marmoreo invade l’ingresso delle Sale d’Armi dell’Arsenale. Riproduzione in scala reale di un rifugio improvvisato nel campo profughi di Calais, il contributo di Sam Jacob Studio per il Padiglione delle Arti Applicate è la potente testimonianza alla XV Biennale di Architettura di Venezia dell’emergenza migranti. In prima linea ai Giardini, così come in Europa, si colloca la Germania, che a un’attenta analisi delle “Arrival City” nazionali affianca una selezione di architetture dell’accoglienza. Fra mobile house, container ed edifici low-cost efficaci ma anonimi, si distingue il social hub per gli 8.000 rifugiati ospitati nello storico aeroporto berlinese di Tempelhof. Prossima all’inaugurazione, la leggera struttura in legno dei Gorenflos Architekten raccoglierà sotto un’unica copertura semitrasparente spazi per il gioco e il lavoro, lo sport, l’educazione e anche un giardino d’inverno.

15. Mostra Internazionale di Architettura Venezia 2016 - Padiglione Austria UnCommon Space - the next ENTERprise-architects - photo Paul Kranzler
15. Mostra Internazionale di Architettura Venezia 2016 – Padiglione Austria UnCommon Space – the next ENTERprise-architects – photo Paul Kranzler

AZIONE SUL CAMPO
A un report dal fronte, l’Austria preferisce l’azione sul campo, finanziando tre interventi per accogliere richiedenti asilo a Vienna. Notevoli i moduli in legno dei the nextENTERprise-architects, che trasformano un edificio per uffici dismesso in luogo di co-abitazione per 140 fra giovani profughi e studenti. Versatili “stanze nelle stanze” che, aprendosi, permettono agli ospiti di definire liberamente spazi privati e collettivi. Alle Corderie, l’emergenza immigrazione diventa occasione per ripensare lo sviluppo delle città europee. Incorniciato dall’emblematica scritta Neubau, l’enorme plastico in polistirene dei BeL Architekten illustra in cinque casi studio le potenzialità dell’edilizia incrementale. Dato uno scheletro strutturale neutro e un kit per l’auto-costruzione, i residenti completano l’edificio secondo il proprio background culturale: un modello urbano per milioni di migranti, che coniuga la scarsità dei mezzi alla qualità architettonica.

15. Mostra Internazionale di Architettura Venezia 2016 - Reporting from the Front - photo Irene Fanizza
15. Mostra Internazionale di Architettura Venezia 2016 – Reporting from the Front – photo Irene Fanizza

L’ARCHITETTURA CHE FA LA DIFFERENZA
Il ruolo giocato dal linguaggio nei processi di integrazione è rimarcato dal belga Alexander D’Hooghe (ORG) nel masterplan per il quartiere multietnico di Anderlecht. Rifiutando la specificità di uno stile a favore di forme archetipiche, la struttura in “pannelli platonici” fa del nuovo mercato – prima opera realizzata del piano – un “monumento per una società aperta”. Declinata in proposte interessanti ma allo stato embrionale in Finlandia, in un’evocativa installazione in Albania e nelle nobili ma confuse intenzioni del collettivo greco #ThisIsACo-op, la complessità dell’emergenza migranti è invece in questi quattro progetti affrontata con audacia e concretezza. Diversi per scala, tempi e tipologia, ricordano come, nel lungo percorso dall’accoglienza all’integrazione, gli architetti sono chiamati a offrire, oltre che un riparo dignitoso, spazi di vita, inclusione e socialità. Solo in questo modo “l’architettura”, citando Aravena, “ha fatto, fa e farà la differenza”.

Marta Atzeni

www.labiennale.org

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Marta Atzeni
Interessata alle intersezioni fra l'architettura e le arti, si è laureata in Architettura presso l’Università degli Studi Roma Tre con una tesi teorica sui contemporanei sviluppi delle collaborazioni fra artisti e architetti. Collabora con l’AIAC nell’organizzazione di eventi, mostre e workshop; è parte del network di GVultaggio Architecure & Design.
  • angelov

    A mali estremi, estremi rimedi; ma questi lo sono davvero?
    La sensazione è che questi architetti ed intellettuali, avendo sempre vissuto all’interno di strutture privilegiate, qualsiasi cosa venga da loro progettata è destinata a rimanere nel regno e nella dimensione dell’utopia e della teoria.
    E ad ogni contatto con queste reali e crude tematiche, ci sarà la sensazione di un allontanamento e di uno sfasamento insanabile ed opposto rispetto a quanto atteso.
    Questa di cui si parla, è una emergenza ed una catastrofe di dimensioni bibliche, destinata a trasformare le cose, anche al di la delle capacità comuni di accettazione le più ottimistiche.

    • Caterina Porcellini

      La mia sensazione, invece, è che non si conoscano abbastanza i casi – e ce ne sono – di architetti che invece lavorano sul campo. Abbiamo in mente le Vele di Scampia – bellissimo progetto di edilizia sociale/popolare che è fallito anche per la sua concezione top-down – ma non abbiamo presente tutto il discorso sulla progettazione condivisa dai residenti e sulla co-costruzione, partendo dalla piccola scala.
      Stiamo parlando di architetti e progettisti che non vanno solo in cantiere, come dovrebbero fare tutti: vanno in zone di guerra, analizzano, progettano e costruiscono. Se c’è una cosa che ho apprezzato di questa Biennale, è l’essere molto poco teorica e molto tecnica: si vedono materiali, si vedono tecniche costruttive, si vedono casi e soluzioni.
      Intanto, per darti un’idea di cosa intendo con “architettura sul campo”, ti rimando al progetto di Cameron Sinclair, già fondatore di Architecture for Humanity: http://cameronsinclair.com/#about-marquee

  • Fedemanc

    Sempre l’occhio al buco e non alla ciambella, mi raccomando! Gli danno la casetta lego a spese della collettività, gli bombardano le case vere nella loro terra, li aiutano a sloggiare per finire di fare i loro sporchi comodi e poi vanno a convincere il mondo di essere buoni e progressisti.
    E per gli architetti da economia bellica c’è tanto lavoro, ti immagini quanti ordini e quanti soldini? C’è da vergognarsi.