L’architettura, l’autore, la collettività. Sergio Pace legge Giovanni Durbiano

Sergio Pace, docente di Storia dell’architettura al Politecnico di Torino, presenta il volume di Giovanni Durbiano, “Etiche dell’intenzione. Ideologia e linguaggi nell’architettura italiana”. Una occasione per discutere degli attuali paradossi dell’architettura italiana, della sua produzione, del suo insegnamento.

La cover del libro di Giovanni Durbiano

Qualora, nel volume di Giovanni Durbiano, si volesse a ogni costo cercare un denominatore che accomuni i molti protagonisti, e quindi identificare un elemento che di questi protagonisti costituisca carattere distintivo, si potrebbe rilevare come si tratti sempre di architetti abituati ad accompagnare il progetto a forme diverse di riflessione teorica e, spesso, di scrittura più o meno aforismatica. Nella biografia scientifica di molti di loro può accadere persino di rilevare che il numero di pagine a stampa equivalga a quello di tavole disegnate e – manco a dirlo – ecceda quello di cantieri conclusi: architetti nati “con la penna in mano”, parafrasando proprio uno di loro, Vittorio Gregotti.
Educati negli anni difficili intorno alla Seconda guerra mondiale, questi architetti hanno esordito tra le difficoltà di un mercato edilizio che ha lasciato loro – nonostante gli exploit di ciascuno, ricordati nei manuali di storia dell’architettura – uno spazio minuscolo di azione reale, per avventurarsi poi su un terreno insidioso com’è quello dove sono costrette a convivere professione d’élite e università di massa. Interrogarsi sul senso del proprio lavoro, così, è divenuto quasi un bisogno fisiologico, prima ancora di un atteggiamento culturale.
Il libro di Giovanni Durbiano è lo scritto di un architetto progettista che riflette sui limiti della propria disciplina, ma anche lo scritto di un architetto che prova a scomporre i linguaggi e le ideologie di altri architetti, nel caso specifico italiani e contemporanei. È un libro ma anche un metalibro, l’opera di un autore che intende indagare il senso dell’essere autore, in architettura, ricostruendo le storie (più che la storia) dell’architettura.
Al centro dell’universo instabile descritto da Durbiano è una figura controversa, un artefice quasi eroico la cui fucina produce tuttavia armi tutt’altro che invincibili o eterne: l’autore, anzi l’Autore, quale responsabile primo di ogni creazione. Ma chi è l’autore? La domanda rievoca un dibattito che risale agli Anni Sessanta francesi quando, all’ipotesi di una morte dell’autore suggerita da Roland Barthes nel 1967sulla scorta di suggestioni provenienti da Samuel Beckett riletto da Maurice Blanchot, Michel Foucault rispose nel 1969 ponendo la questione primigenia: Qu’est-ce qu’un auteur?. Nel momento in cui un testo qualunque è prodotto, secondo Barthes, il proprio autore quasi scompare per, da un lato, sovrapporsi ai propri personaggi e, dall’altro, lasciare il posto al lettore e alle sue intenzioni, senza nemmeno riuscire più ad afferrare quelle dell’autore, ormai dissolto: “Mon intention n’est que mon intention, et l’œuvre est l’œuvre”, secondo le parole di Paul Valéry.

Un'illustrazione dal libro di Giovanni Durbiano
Un’illustrazione dal libro di Giovanni Durbiano

Durbiano dichiara decaduta la questione della morte dell’autore, assieme al decadimento complessivo delle teorie post-strutturaliste di cui è stata emblema. Forse qui si può essere più prudenti. L’imprevisto vortice di circolazione delle idee e delle immagini, assicurato ad esempio dal web, fa sì che la nozione di autore sia diventata almeno di difficile perimetrazione, così come più arduo è diventato tracciarne i diritti. Durbiano però ha ragione quando afferma che l’architettura è rimasta uno degli ultimi territori dove l’autorialità sembra regnare indiscussa. Paradosso dei paradossi, questo, fin dal punto di vista epistemologico: il progetto e la costruzione dell’architettura potrebbero mai non essere pratiche collettive? Attribuire al solo Le Corbusier la villa Savoye è una semplificazione inaccettabile e nessun fantasma di autorialità riesce a negarlo.
Se tuttavia l’architetto contemporaneo ritiene indispensabile autorappresentarsi come Autore, occorre pure chiedersi in che modi ritenga possibile farlo. In molti casi l’essenza dell’autorialità è stata intravista nella dimostrazione di originalità, che è stata metro di paragone quasi unico della propria qualità autoriale, letteraria e progettuale in genere, laddove l’assenza di originalità è stata letta come un vizio insopportabile. Il rischio, da questo punto di vista, è tutto nell’ambiguità di un messaggio che, destinato a persuadere prima che a dimostrare, solo con difficoltà riesce a sottostare ai principi elementari del metodo scientifico, esibendo forse autorialità ma di rado autorità e, soprattutto, rinunciando quasi del tutto a ogni responsabilità politica del dire e del fare.
Da questo punto di vista, l’analisi di Durbiano – soprattutto nei saggi firmati con Alessandro Armando – è spietata: la conquista di uno statuto di autonomia per l’architettura ha significato l’abbandono di ogni forma di realismo, la chiusura e persino il ripiegamento su un sistema di sistemi formali che rinunciano ad aver contatto con la realtà. È tutto qui il paradosso di una cultura (come quella di Aldo Rossi) che parte dai convegni alle Frattocchie e finisce sulle cattedre della University of Miami: nonostante il tentativo di appoggiarsi alle scienze urbane per dotarsi di uno statuto scientifico, l’autonomia dell’architettura si traduce presto in una questione meramente formale e il mercato – grande scultore, al pari del tempo – riconosce alle architetture della Tendenza valore di paradigma stilistico, assai più che di metodo scientifico.

Aldo Rossi - Senza Titolo, 1976. Lotus 11
Aldo Rossi – Senza Titolo, 1976. Lotus 11

L’impasse è ancora tutto lì, come persino il paratesto di Etiche dell’intenzione pare voglia dimostrare. Sulla copertina bianca, una fotografia in bianco e nero ritrae un uomo che pare librarsi nel vuoto, forse in discesa ma forse anche in ascesa, come un supereroe dei fumetti. Si tratta del frammento decontestualizzato di un fotomontaggio di Yves Klein, Le saut dans le vide (1960), dove l’artista è ritratto nel momento in cui pare lanciarsi a corpo libero sull’asfalto di una strada parigina: la foto reale ritrae anche alcuni volenterosi giovanotti che reggono un telone su cui l’artista poi davvero atterrerà, senza farsi alcun male.
In un sistema di scatole cinesi, la verità cambia al cambiar dell’immagine, senza che questa abbia nessun contatto necessario con la realtà. Il dramma è possibile ma forse anche no, e l’immagine restituisce una delle tante allegorie del possibile, destinate a riprodursi su se stesse più che a ragionare sul reale. In questo senso, curiosamente torna alla mente la fotografia di Richard Drew, The Falling Man, scattata l’11 settembre 2001 davanti all’orrore delle Torri Gemelle in fiamme e divenuta subito icona tanto (involontariamente?) raffinata da suscitare, ancor più che sgomento, una quantità impressionante di altre opere d’arte. Da forma nasce forma, si direbbe: d’altra parte, di quel povero uomo in caduta libera si continua a ignorare la vera identità.

Sergio Pace

Giovanni Durbiano – Etiche dell’intenzione. Ideologia e linguaggi nell’architettura italiana
Christian Marinotti, Milano 2014
Pagg. 176, € 18
ISBN 9788882731465
www.marinotti.com