Peso e natura in Giappone

Nel 1995 il terremoto di Kobe orienta il Giappone a una differente idea di sviluppo, rivelata dal dibattito sullo spostamento della capitale da Tokyo a Gifu. Da una megalopoli a un piccolo centro. Un evento che fa da sfondo all’apparizione di “un tipo nuovo di architetto”.

Luisa Lambri, Casa das Canoas 2, 2003

È Toyo Ito a definire così Kazuyo Sejima, la musa dei suoi Dwellings for a Tokyo Nomad Woman, quando allestirà una reazione estetica al terremoto nel padiglione giapponese alla Biennale di Venezia del 2000, ospitando i lavori di Kosuke Tsumura, Hellen van Meene, Yayoi Deki.
Tsumura disegna abiti-guscio, avvertendo la necessità di riduzione dell’esistenza ai soli ambienti rassicuranti, espressa da più di un milione di hikikomori che vivono autoisolandosi per lunghi periodi e lavorando su un tema di fondo del post-Kobe, quello della sopravvivenza legata al rapporto con la natura. Hellen van Meene e Yayoi Deki guardano alle adolescenti cariche di bigiotteria che, indicando un nuovo oggetto del desiderio, ridacchiano la parola ‘kawaiii!’. Un gesto superficiale ma collegato con una capacità velocissima di identificare la bellezza.
Facile concentrarsi sulla magrezza della recente architettura giapponese ed essere cinici verso processi di assunzione di responsabilità, soprattutto in Italia, dove la reazione alla distruzione naturale e poi amministrativa de L’Aquila nel 2009 è stata quella ridicola di una temporanea indignazione collettiva. Stabilire un’armonia col pianeta non consolata da termini come sostenibilità-km0-consumo di suolo, ma che operi attraverso tattiche originali, è un obiettivo sul quale in Italia si esercita una grassa ironia. Sejima è indifferente alle questioni di peso. Direttrice della Biennale di Venezia nel 2010, selezionando la quota italiana sceglie Luisa Lambri e Lina Bo Bardi, due immaginari luminosi ma supportati da una certa concretezza.

Lina Bo Bardi, Museo di Arte, San Paolo del Brasile
Lina Bo Bardi, Museo di Arte, San Paolo del Brasile

Nel 2012 il padiglione giapponese ospita un’altra reazione post-catastrofe (terremoto e tsunami di Sendai) quando molti dei progettisti in mostra erano nel frattempo passati per SANAA. Queste Relations – titolo del libro di Florian Idenburg sui rapporti tra Sejima e altre generazioni di architetti – indicano come il modo esile di Sejima non sia un apparato formale scontato, quanto una intuitiva interpretazione della contemporaneità. La versione affinata del kawaiii!
Se pure Ishigami vince un Leone d’oro con un progetto aereo che nessuno vede perché distrutto nottetempo da un gatto, Fujimoto, Hogan, Elding Oscarson, Idenburg declinano la loro esperienza presso SANAA in modo differente. Proprio Idenburg lo precisa rispondendomi nel 2010 per Klat Magazine: “I grew up in Calvinistic Holland, I think we need to leave the world in a better state then we find it. In that sense I am moralistic, and I see some sort of soft moralism in the work of SANAA. Why I was interested in the work was it’s incredible sense of positivity. For me this was a breath of fresh air after an era of Koolhaasian cynicism, and relativism. I do not think we can continue this project in a similar way, as it I am not a Japanese woman, but a dutch guy”.

Luca Diffuse

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #17

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Luca Diffuse
Sono un architetto e scrittore. Nel 2010 ho aperto Writing extended explanations, la mia agenzia di architettura con base a Roma. Mi piace lavorare a piccoli progetti. Architetture capaci di diffondere nella città un approccio poetico alla vita negli spazi publici. Un approccio che definisco a partire dai comportamenti che mi colpiscono di più, come quando le persone sognano ad occhi aperti. Scrivo delle brevi storie su questi momenti che mi capita di osservare e queste storie poi diventano progetti, attraverso cui introdurre in modo delicato nella vita quotidiana delle persone alcune delle sensibilità che mi sembrano più preziose della ricerca architettonica contemporanea. L’uso delle illustrazioni e del disegno mi aiuta molto a trovare il carattere evocativo e sospeso che mi interessa. Questo è il modo in cui ho scritto e disegnato alcuni miei progetti di ricerca come Greenhouse Outtakes o Headphones Park, concorsi come A Lo-fi Nature e workshop come Wild Grass ed anche alcune delle gallerie d’arte che ho realizzato a Roma. Ho ricevuto diversi riconoscimenti per il mio lavoro (vedi link al cv) e sono stato premiato in numerosi concorsi. Partecipo ad alcune piattaforme di ricerca come ad es. Lo-fi architecture, producendo libri, mostre, workshop. Ci sono degli estremi che mi interessano come: intimo/esposto, ambiguo/normale, nitido/confuso, alta/bassa definizione, stanze/parchi. Questi estremi mi interessano non tanto in se quanto per le dinamiche che sono capaci di innescare. Allo stesso modo ricerco per la mia vita ed il mio lavoro una alternanza tra periodi di concentrazione e produzione e periodi di apertura e comunicazione.