Brain Drain. Parola a Emanuel Giannotti

Ricercatore in urbanistica, Emanuel Giannotti ha svolto le sue ricerche di dottorato in America Latina. E ora prosegue gli studi post-doc in Cile. Il racconto della sua esperienza.

Emanuel Giannotti

Come sei arrivato in Cile?
Sono arrivato la prima volta nel 2008 a seguito della borsa di studio ottenuta per la mia ricerca di dottorato, condotta con l’Università IUAV di Venezia. Volevo fare una ricerca sull’America latina. Sono poi tornato altre due volte, nel 2009 e nel 2010, perché la ricerca si è proprio focalizzata sul caso cileno.

Dove e come lavori?
L’anno scorso ho fatto domanda per una borsa di post-dottorato, finanziata dall’istituzione cilena che promuove la ricerca, il CONICYT, un organo del ministero dell’educazione. Ogni anno questa istituzione bandisce vari concorsi per finanziare ricerche (post-dottorati di 2 o 3 anni), aperti agli stranieri. I requisiti sono: avere un titolo di dottorato e avere un’istituzione patrocinante (nel mio caso è l’Università Cattolica).

L'ex-carcere di Valparaiso, recentemente trasformato in centro culturale
L’ex-carcere di Valparaiso, recentemente trasformato in centro culturale

Quali le differenze più evidenti?
Le università in Cile si stanno moltiplicando, soprattutto quelle private, la cui qualità a volte lascia molto a desiderare. Quindi il panorama è molto eterogeneo. La mia esperienza è sempre stata legata all’Università Cattolica (e in particolare alla facoltà di architettura, design e studi urbani), istituzione di lunga tradizione e con un sistema accademico solido e ben strutturato. Conosco di più il settore della ricerca che quello della didattica.
I finanziamenti più cospicui sono legati a CONICYT e altri sono messi a disposizione dalla stessa università. Al contrario dell’Italia, dove gli assegni di ricerca sono gestiti dalle unità accademiche di ogni università, i fondi di CONICYT sono messi a disposizione tramite vari bandi nazionali, diretti a diverse categorie di ricercatori e professori. Per un giovane ricercatore, quindi, l’accesso ai fondi è diretto, senza mediazione delle strutture accademiche. Questo permette molta più libertà. Lo svantaggio rispetto all’Italia è che spesso, per poter accedere a questi fondi, bisogna avere una posizione strutturata (in genere avere un contratto per 22 ore di insegnamento settimanali).

Com’è la comunità scientifica cilena?
La mia borsa finanzia l’attività di ricerca e non corsi di aggiornamento, però incentiva la partecipazione a convegni e la diffusione della ricerca che sto facendo. Questo facilita il contatto con altre persone che si occupano di temi simili. Inoltre, il fatto di essere all’interno dell’Università Cattolica ha facilitato molto il mio inserimento in una rete di ricercatori. Il campus è piccolo, però raccoglie molti professori e ricercatori di ottimo livello, provenienti anche da altre discipline (storici, geografi, sociologi, antropologi ecc.). L’università è molto ben inserita all’interno di una rete con molti vincoli in America Latina e con alcune relazioni in Europa e negli Stati Uniti. Questo è evidente per il numero di professori invitati per lezioni, seminari o corsi.

Murales a La Legua, in ricordo di alcuni desaparecidos
Murales a La Legua, in ricordo di alcuni desaparecidos

Com’è vissuta la cultura in Cile?
Domanda difficile… L’economia cilena è una delle più attive in America Latina e ha una chiara connotazione liberale. Questo ha aspetti positivi e negativi. A volte il finanziamento di attività culturali e di ricerca è lasciato all’interno di logiche di libero mercato, e questo ha provocato non poche critiche. Le proteste degli studenti, che si sono ripetute negli ultimi 2-3 anni, ne sono una chiarissima espressione. Molte risorse, anche nel campo dell’innovazione e della ricerca, si muovono nei campi dove l’economia cilena è più forte: ad esempio l’industria mineraria, quella agro-pecuniaria, la pesca o l’industria forestale. Inoltre, va detto che la società cilena è molto più polarizzata di quella Europa e l’offerta culturale è per lo più consumata dagli strati medio-alti. Ciò premesso, bisogna riconoscere che l’attività culturale di Santiago è molto cresciuta e migliorata e, secondo me, ha raggiunto un buon livello.
Ma la produzione culturale cilena va al di là di quella “ufficiale”. C’è una cultura popolare alternativa, che a volte si mischia con quella “alta”, spesso con uno sfondo di forti rivendicazioni sociali: esempi famosi sono i gruppi e i cantautori degli Anni Sessanta-Settanta, ad esempio Violeta Parra, Victor Jara o gli Inti-Illimani (recentemente c’è stata una grande celebrazione in centro per i cinquant’anni de Los Jaivas). Anche oggi la cultura popolare emerge, soprattutto attraverso la musica, con gruppi che fanno un misto di hip-hop, rock e reggaeton.

Cosa pensi della politica culturale e universitaria italiana?
Sono venuto in Cile per diversi motivi, che coinvolgono i miei interessi personali, le mie curiosità intellettuali e la mia vita privata. Le ragioni sono state varie anche in relazione al lato economico e professionale. Di certo l’attuale situazione dell’Italia ha pesato nella decisione. Ha pesato anche la situazione dell’università italiana, che secondo me ha un buon livello, però sta attraversando un periodo di crisi. È di certo evidente la saturazione di molte facoltà e la scarsità di risorse, che ogni anno diventa più evidente.
Però non credo che sia solo una questione economica. Credo che sarebbe necessaria una profonda discussione a riguardo, ma la cosa significherebbe rimettere in discussione posizioni di interesse e procedure consolidate. La tanto criticata riforma della Gelmini aveva tentato, ad esempio, di cambiare le procedure concorsuali per la selezione della docenza, però, per il poco che so, non mi sembra che sia cambiato molto.

Santiago del Cile vista dal Cerro San Cristobal
Santiago del Cile vista dal Cerro San Cristobal

Ti manca qualcosa dell’Italia?
A me sembra che le modalità di ricerca e le pratiche professionali siano abbastanza diverse nei due Paesi. Il Cile sta cercando di aumentare la propria competitività, ma spesso lo fa ascrivendosi a procedure e standard internazionali, che alla fine sono quelli elaborati negli Stati Uniti, in un modo che a volte è a-critico. Dall’altro lato, questo comporta un rigore nella metodologia che spesso manca in Italia, almeno nelle scienze sociali.
Se mi manca qualcosa dell’Italia, è il confronto rispetto ad alcuni temi che qui non sono molto dibattuti.

A quali condizioni torneresti in Italia?
È difficile dirlo. Credo che sia soprattutto una questione di opportunità professionali, che al momento non mi sembrano numerose in Italia.

Neve Mazzoleni

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Neve Mazzoleni
Neve Mazzoleni ha una laurea in Lettere Moderne - Storia e Critica delle Arti conseguita all'Università degli Studi di Milano, un master in Management of Art and Culture della Trentino School of Management e un master in Social Innovation, Social Business & Project Innovation (MES) di ASVI Social change. Dal 2006 lavora per UniCredit come art manager e curatrice della collezione corporate. Scrive per il Giornale delle Fondazioni, Arte&Impresa, CheFare. Ha scritto per Fizz, Tafter e Doppiozero. È iscritta alla seconda laurea in Filosofia all'Università degli Studi di Milano.
  • artlife5

    molto interessante