A tu per tu con Beatrice Galilee. Dalla Triennale di Lisbona

Fino al 15 dicembre si tiene a Lisbona la terza edizione della Triennale di Architettura. Fuori i soliti nomi, dentro giovani progettisti sperimentali. Arte, teatro, performance e politica. Una manifestazione ricca di eventi ma con poca architettura, il che rischia di tenere fuori il grande pubblico. Ne abbiamo parlato con la giovane curatrice inglese Beatrice Galilee, vincitrice di una call pubblica lanciata tre anni fa.

Beatrice Galilee

Da dove viene l’idea di questa edizione della Triennale di Architettura di Lisbona?
Nel mio lavoro mi ha sempre interessato quello che in architettura veniva fatto dai non addetti ai lavori. Pensiamo ad esempio che il destino delle città, della loro conformazione, dipende quasi esclusivamente dalla politica territoriale, o che i committenti hanno ormai il controllo totale di tutto il processo progettuale. Gli architetti vengono per ultimi. Le decisioni sono principalmente influenzate dal cliente, dall’area, dalle leggi. Tutto questo ha un enorme impatto sull’architettura e abbiamo cercato di parlarne nelle tre mostre che costituiscono la Triennale di quest’anno, Future Perfect, The real and other fictions e The Institute effect. Soprattutto perché sono argomenti poco presi in considerazione nelle mostre di architettura.
Come giovani curatori, la cosa interessante era mettere in piedi un evento che parlasse dell’architettura come qualcosa di più grande. E lo abbiamo fatto usando un format sperimentale, come se la mostra fosse un progetto essa stessa. Il nostro approccio vuole essere innovativo in termini di format, cercando di oltrepassare i confini di quello che comunemente viene inteso per “esposizione”. Le mostre di architettura secondo me dovrebbero essere occasioni per sperimentare anche cose estreme.

Secondo te perché tre anni fa, tra tutte le proposte, la giuria della Triennale ha scelto proprio il tuo concept e non qualcosa di più convenzionale?
Penso che questo sia ciò di cui ha bisogno la città di Lisbona. Per questa edizione volevano una manifestazione internazionale, giovane, con nomi nuovi. Non le stesse facce o le solite stelle dell’architettura. Sono stati entusiasti della proposta e non si sono preoccupati della giovane età del team curatoriale. Quando ho vinto il concorso avevo appena 29 anni e non hanno avuto problemi ad affidarmi l’intera ideazione dell’evento. Molto probabilmente perché come istituzione avevano voglia di andare oltre quello che solitamente ci si aspetta da loro. Dopo una seconda edizione molto controllata e con grandi investimenti, volevano lanciarsi in qualcosa di sperimentale e probabilmente il momento di crisi che stiamo vivendo li ha spinti a essere più flessibili.

Future Perfect - Triennale di Lisbona 2013
Future Perfect – Triennale di Lisbona 2013

E forse è il momento migliore per sperimentare in eventi come questi…
Il punto è che non ci potevamo permettere di fare qualcos’altro. Questa è una mostra fatta di energia, di volontà, di desideri. Se avessimo semplicemente messo insieme dei progetti, creando una piattaforma per architetti che già hanno visibilità nel mondo, non ci sarebbe stata tutta questa motivazione nel farla, e ci sarebbero voluti molti più soldi.

Che budget avevate a disposizione?
Non ne avevamo uno prestabilito. All’inizio aspiravamo a un certo budget, ma non siamo riusciti a raggiungere la somma, così abbiamo tagliato, ma non bastava. Il problema è che non abbiamo avuto i fondi europei, circa 200mila euro. Alla fine non è rimasto quasi nulla. Tutto quello che vedi nelle tre mostre principali è prestato, scambiato, offerto. Il tutto è costato meno di 100mila euro: senza l’investimento personale di tutti non ce l’avremmo mai fatta. Quello che siamo riusciti a fare è davvero incredibile.

Girando per le mostre è possibile vedere performance, ascoltare poesie, pezzi teatrali, guardare sculture, oggetti d’arte, scenografie. Tutti ingredienti fondamentali di questa terza Triennale di Lisbona. E l’architettura dov’è?
Penso che la cosa interessante sia pensare che l’architettura è il modo in cui viene vissuta, attraverso ad esempio le relazioni che le persone creano negli edifici. Abbiamo cercato di trasmettere un’idea ampia, aperta. L’architettura può controllare il modo in cui percepisci lo spazio. Questo non vuol dire che per raccontarla si debba solamente descriverla attraverso il suo aspetto. Vuol dire invece creare un senso. A volte l’architettura non si ottiene solo con gli edifici, non richiede necessariamente muri, non è qualcosa che ha bisogno di un progetto. E infatti questo ormai è il modo in cui lavorano gli architetti. Non ci sono più lunghe file di clienti che aspettano. È molto importante invece capire che valore possono avere ad esempio le voci, le performance. Tutte cose che ti fanno cambiare il modo di vedere lo spazio.

The Real and Other Fictions - Triennale di Lisbona 2013
The Real and Other Fictions – Triennale di Lisbona 2013

L’architettura può essere un riparo, ma anche un teatro. Lo spazio può essere fatto di contatti, di conversazioni. La mostra The real and other fictions, ad esempio, parla proprio di questo: il modo in cui percepisci lo spazio è influenzato dai ricordi, dalle conversazioni che hai avuto in quello spazio. I muri sono come spugne, vai in una determinata stanza e ti ricordi cosa è successo. Attraverso i muri, Mariana Pestana [la curatrice della mostra, N.d.R.] ha cercato di ricreare i ricordi di quello che in quel vecchio edificio, ora abbandonato, c’era quando era nel pieno della sua attività.

Un’idea interessante ma non pensi che possa essere di difficile comprensione per un pubblico di non addetti ai lavori?
Ovviamente questa non è una mostra dove impari qualcosa sulle architetture che si trovano in giro per il mondo, ma dove fai esperienza dell’architettura in un modo diverso. È sicuramente una mostra sperimentale, concettuale, ma è anche una mostra abbastanza accessibile al pubblico comune. Puoi anche non capire la complessità che c’è per esempio nelle idee molto tecnologiche della mostra Future Perfect, nonostante questo chiunque può esserne attratto e farle proprie anche se a un livello meno approfondito. Quello che abbiamo cercato di avere in tutte le mostre è una forte dimensione pubblica e allo stesso tempo un livello di critica più approfondita, che è accessibile principalmente agli addetti ai lavori.

Zaira Magliozzi

http://www.trienaldelisboa.com/en/

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Zaira Magliozzi
Architetto, architecture editor e critico. Dalla sua nascita, fino a Marzo 2015, è stata responsabile della sezione Architettura di Artribune. Managing editor del magazine di design e architettura Livingroome. Corrispondente italiana per la rivista europea di architettura A10. Dal 2006 cura la rubrica “Corrispondenze” nella rivista presS/Tletter. Pr e project manager di progetti dedicati alla comunicazione del design e dell’architettura per l’agenzia di comunicazione SignDesign. Ha scritto per The Architectural Review, L’Arca, Il Giornale dell’Architettura, Il Gambero Rosso, Compasses, Ulisse e Quaderno di Comunicazione. Membro del Consiglio direttivo di IN/ARCH Lazio. Dal 2009 fa parte del laboratorio presS/Tfactory, legato all’AIAC - Associazione Italiana di Architettura e Critica - per l’organizzazione di eventi, workshop, concorsi, corsi, mostre e altre iniziative culturali legate al mondo dell’architettura.