L’abito non fa l’architettura

Può esistere un’architettura priva di pelle, di rivestimento? Può, in altre parole, esistere un’architettura “nuda”. La risposta di Valerio Paolo Mosco è affermativa. Ma occorre fare alcune distinzioni. E ci vuole un libro intero per esporne le ragioni.

BIG-Bjarke Ingels Group - National Gallery of Greenland - 2010 - Nuuk, Groenlandia

In un MAXXI B.A.S.E. piuttosto affollato, la scorsa settimana è stato presentato il nuovo libro – edito da Skira – di Valerio Paolo Mosco, Nuda Architettura. Tra i conferenzieri convocati a dare un parere sul volume, Franco Purini, Aldo Aymonino, Paolo Conti e Gabriele Mastrigli.
Il libro è strutturato come un catalogo ragionato dell’architettura degli ultimi dieci anni (diviso in sei capitoli che descrivono delle categorie o, meglio, delle consistenze) e che si compone di due macroparti ben distinte: una prima, teorica, che include una prefazione di Henry Francis Mallgrave, un lucidissimo saggio dell’autore e una postfazione di Hans Ibelings che si pone, tra gli altri, il problema etimologico della differenza tra nude e naked.
Nel mezzo, una fitta carrellata di immagini – quasi tutte realizzazioni europee con un occhio al Sudamerica e all’Asia – che però sembrano avere meno forza comunicativa degli scritti (il che fa pensare a quanto questo sia un testo profondamente teorico e ideologico) poiché pongono un problema ontologico non trascurabile: può davvero esistere la nudità in architettura?

Valerio Paolo Mosco - Nuda Architettura

Probabilmente no, se la si considera come la mancanza di involucro, di pelle, di rivestimento. In quanto rappresentazione del costruire, la mancanza di un rivestimento indicherebbe un’architettura non finita, parziale. Se invece ci si pone la questione dal punto di vista puramente filosofico, il discorso intrapreso da Valerio Paolo Mosco è molto più profondo e affonda le sue radici nel pensiero di Walter Benjamin (Nuda vita) e di Giorgio Agamben (homo sacer). La nudità diventa perciò metafora, urgenza, bisogno di tornare verso un’architettura più frugale, più lirica, primitiva e vernacolare. C’è la necessità di una nuova estetica globale che faccia dei passi indietro rispetto agli eccessi stilistici degli ultimi anni, che conceda nuovi spazi al dubbio, alla collettività, all’architettura come essenza che ha bisogno di essere vissuta per esistere.
Una nuova struttura semantica, cioè, che rinunci ai gesti violenti della realtà urbana e alla monumentalità iconica di certe opere, e che riconduca al sacro, all’essenziale, al vero significato delle cose.

Giulia Mura

Valerio Paolo Mosco – Nuda Architettura
Skira, Milano
Pagg. 320, € 34
ISBN 9788857210810
www.skira.net

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Giulia Mura
Liceo classico E.Q.Visconti, laurea triennale in Arredamento e Architettura di Interni presso l’Università la Sapienza – Valle Giulia con tesi sperimentale in museografia (prof.ssa Daniela Fonti e Rossella Caruso), e master in “European Museology” presso la Iulm di Milano (prof. Massimo Negri) . Da qualche anno collabora con il prof. Luigi Prestinenza Puglisi , con cui collabora presso il laboratorio PresS/T factory nel ruolo di organizzatrice di Mostre ed Allestimenti presso la Casa dell’architettura- Acquario Romano, nonché come giurata nei concorsi e assistente all’Università Ludovico Quaroni, facoltà di disegno industriale. Scrive per www.presS/Tmagazine.it, per la rivista araba Compasses (www.compasses.ae) e per Artribune (www.artribune.com). Attualmente impegnata come junior curator per la seconda edizione di Worldwide Architecture, edizioni Utet e consulente museologia al museo Mafos ( Museo e Archivio di Fotografia storica), Roma.