Architettura chiama teatro. Intervista a Giancarlo Cauteruccio

A cosa serve insegnare le arti sceniche agli studenti di architettura? Alla V edizione, l’esperienza del laboratorio di teatro-architettura, nato dall'intesa tra la Compagnia Teatro Studio Krypton e DIDA-Dipartimento di Architettura dell'Università di Firenze, fornisce un patrimonio di “tensioni espressive” da integrare alla formazione canonica.

Nel quartiere fiorentino di Sant’Ambrogio, gli spazi dell’ex monastero di Santa Verdiana – fondato dopo il 1395, divenuto nel 1865 carcere femminile e, dagli Anni Ottanta, incluso tra le sedi della Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze – anche quest’anno si aprono alla città grazie al progetto-laboratorio Nel Chiostro delle Geometrie. A contrassegnare la quinta edizione dell’iniziativa – estesa da giugno a settembre e compresa nell’Estate Fiorentina 2018 – è il titolo, Mettete dei fiori nelle vostre Visioni: un omaggio al Sessantotto, come ha affermato il direttore artistico della rassegna, Giancarlo Cauteruccio, affiancato nella direzione scientifica da Carlo Terpolilli. Alla vigilia della presentazione del progetto speciale Dal Monte una Luce Aurorale ‒ in programma l’8 e il 9 settembre nell’eccezionale dimensione architettonica della Basilica di San Miniato al Monte ‒ abbiamo incontrato il regista Cauteruccio.

L’INTERVISTA

Dopo il successo di Muovere un cielo pieno di figure vive, lo spettacolo dedicato a Filippo Brunelleschi andato in scena all’Ospedale degli Innocenti nel 2017, in occasione delle celebrazioni per il Millenario di San Miniato al Monte si appresta a dirigere Dal Monte una luce aurorale. Cosa può anticiparci?
È un progetto che prende avvio dalla specificità architettonica della Basilica: a mille anni dalla sua fondazione, abbiamo voluto analizzarne tutte le caratteristiche e anche i suoi “misteri”. Sappiamo, ad esempio, che è la prima – e forse l’unica – al mondo a disporre dei motivi dello zodiaco sul pavimento della navata centrale. Possiamo considerarla come uno dei primi – e dei massimi – esempi di coniugazione del rapporto tra fede e scienza. Queste le premesse per introdurre Dal Monte una luce aurorale, un lavoro molto particolare: si basa su un mapping architettonico [ideato da Massimo Bevilacqua, N.d.R.] che esamina tutte le peculiarità della facciata architettonica del monumento, costruito nel punto più alto di Firenze. È una sorta di Partenone della città, un luogo dove si incontrano diverse energie, legate alla spiritualità, alla simbologia, ricco di fascino e segreti. Proprio su queste tematiche si sviluppa lo spettacolo, a partire dalla sua costruzione “fisica”. Nella prima azione, gli allievi del laboratorio di architettura del Chiostro inizieranno a lavorare fisicamente per edificare la Basilica: lo studente, che un giorno diventerà progettista, è quindi colui che conferisce anima alla performance. La conclusione è affidata a un incontro sulla questione dell’umano, sul suo riconoscimento, sulla necessità per le diverse culture di incontrarsi. In un certo senso, dunque, il luogo per eccellenza della bellezza diventa il luogo dell’incontro e del futuro.

Giancarlo Cauteruccio. Photo Francesco Martorelli

Giancarlo Cauteruccio. Photo Francesco Martorelli

Questo riferimento al tema dell’incontro sembra essere anche una delle chiavi di lettura del programma di Nel Chiostro delle Geometrie. Già a partire dal titolo, questa quinta edizione sembra orientata verso un maggiore impegno civile. Qual è lo spirito che ha scelto di assegnare al progetto?
Quest’anno il tema è proprio quello di pacificare il corpo con lo spazio. Non a caso, a giugno, il Chiostro è stato aperto da un’architettura di luce, un mapping destinato alla Chiesa di Santa Verdiana. Da lì siamo passati alla presentazione ‒ in anteprima ‒ del progetto Vatican Chapels, curato da Francesco Dal Co per la 16. Biennale di Architettura di Venezia. Analogamente, nell’incontro tra Stefano Arienti e Lorenzo Bruni, abbiamo voluto analizzare la questione dell’autorialità dell’artista visivo contemporaneo. Abbiamo quindi ospitato il sindaco di Cosenza, Mario Occhiuto, che con Giacinto Di Pietrantonio ha portato a Firenze l’esperienza di BoCs-Art, in una discussione sulla rigenerazione urbana. Sulle migrazioni ci siamo focalizzati con la performance Deserto e molti sono anche gli appuntamenti in arrivo.

Ci sarà anche un ricordo di Gillo Dorfles, scomparso da qualche mese…
Sì, insieme a Gianni Pettena, inoltre, creeremo un omaggio a Gillo Dorfles [martedì 18 settembre alle ore 21.00, nella Corte di Santa Verdiana, N.d.R.]: è stato grande maestro di tutto il Novecento. In Italia ancora nessuno lo ha celebrato; ho pensato che un tributo, fatto a Firenze, sarebbe stato molto importante. La serata si intitola Artificio e natura, nell’intervallo perduto. A partire dai titoli di due sue fondamentali pubblicazioni, racconteremo il suo ruolo imprescindibile nel panorama culturale non solo nazionale. Inoltre avremo Stefano Catucci della Facoltà di Architettura dell’Università la Sapienza, con una lezione/discussione sull’azione dei corpi come principio che ridefinisce i luoghi dell’abitare; Bruno Corà, con il suo “percorso rabdomantico nell’arte contemporanea da Burri a Ranaldi”; il live set per poesia e stampante ad aghi con Rosaria Lo Russo e Francesco Casciaro e il progetto Resistere. In questo caso, Pietro Gaglianò ha coinvolto quattro artisti ‒ Matteo Coluccia, Stefano Giuri, Daniela Pitrè e Gianluca Trusso Forgia – sulla questione del corpo e sulla performatività nell’arte.

Giancarlo Cauteruccio, Muovere un cielo pieno di figure vive. Photo Alessio Bianciardi

Giancarlo Cauteruccio, Muovere un cielo pieno di figure vive. Photo Alessio Bianciardi

Come nel 2017, anche il prossimo 25 settembre Nel Chiostro delle Geometrie sarà chiuso da uno spettacolo dedicato a Brunelleschi. Quali aspetti prenderà in esame questa nuova produzione?
Quello dedicato a Brunelleschi è un progetto biennale interamente dedicato alla sua opera. Concluderemo con lui perché era un uomo davvero proiettato nel futuro: ripetiamo l’esperimento del 2017, ma con modalità nuove e un impianto scenico inedito. L’attore Roberto Visconti si misurerà con la drammaturgia originale di Giancarlo Di Giovine, un testo che analizza vita e opera dell’artista, mettendo in evidenza il carattere e le intuizioni del maestro del Rinascimento. Rispetto allo scorso anno, abbiamo ulteriormente sviluppato il lavoro, misurandoci anche con la dimensione più raccolta della Chiesa di Santa Verdiana [lo scorso anno andò in scena all’aperto, a Piazza Santissima Annunziata, N.d.R.]; vogliamo offrire a più spettatori la possibilità di vedere l’opera, per questo sono previste delle repliche. Diverso è anche il ruolo degli studenti: lo scorso anno non erano coinvolti perché erano tutti impegnati nella parte allestitiva e tecnica; in questo caso saranno anche in quella rappresentativa. Nel 2019, probabilmente, lavoreremo su Leon Battista Alberti, avviando un nuovo percorso biennale.

Dopo cinque edizioni si può avanzare un primo bilancio del progetto. Come ha visto cambiare la risposta dei giovani coinvolti e della città stessa all’iniziativa? Dal suo osservatorio privilegiato, quale opinione sta maturando sulle prossime generazioni di architetti?
È un’esperienza praticamente unica nel panorama nazionale. Al quinto anno ha confermato l’interesse del pubblico e degli artisti coinvolti. Siamo davvero soddisfatti di come il progetto è riuscito a radicarsi nel tessuto culturale contemporaneo fiorentino e non solo; ormai riceviamo ospiti e spettatori non solo dalla Toscana. Il progetto ha acquistato un suo seguito. C’è un aspetto altrettanto importante che rileviamo: voler riportare le questioni dell’arte nell’architettura. Oggi assistiamo, in tutti i settori, in tutte le declinazioni, a una continua prevalenza della quantità a discapito della qualità; si preferisce restituire materiali facili, già noti. Noi stiamo cercando di guidare gli studenti che di anno in anno partecipano al laboratorio verso un rapporto nuovo con le arti, con il teatro, con la musica, con il pensiero, con la poesia. Ritengo che ogni studente, ma in particolare quello di architettura, abbia la necessità di sviluppare una visione interdisciplinare. Proprio perché così facendo, nel momento in cui sarà chiamato a progettare, si porterà dietro un patrimonio che gli consentirà di elaborare lo spazio dell’uomo con una consapevolezza matura. Questo è il senso del nostro laboratorio. Ed ecco perché tutto ciò che noi mostriamo al pubblico altro non è che il materiale che gli studenti elaborano e predispongono durante il corso. Alla fine loro si ritrovano con un’esperienza inedita rispetto al percorso di studio tradizionale, ma che vale 12 crediti: come un esame fondamentale. Pur uscendo dalla stretta specificità, questo laboratorio si integra al percorso di studio disciplinare orientando l’attenzione verso altre tensioni espressive. Anche così facendo ‒ io spero! ‒ forse riusciremo a creare una nuova generazione di architetti.

Valentina Silvestrini

www.teatrostudiokrypton.it/

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Valentina Silvestrini

Valentina Silvestrini

Dal 2016 coordina la sezione architettura di Artribune, piattaforma per la quale scrive da giugno 2012, occupandosi anche della scena culturale fiorentina. È cocuratrice della newsletter "Render". Ha studiato architettura all’Università La Sapienza di Roma, città in cui ha conseguito…

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