Parola a Giuseppe Alleruzzo, ideatore dello spazio espositivo pistoiese giunto al decimo anno di attività. Una lunga chiacchierata e qualche bilancio, con lo sguardo rivolto al futuro.

Chi è Giuseppe Alleruzzo?
Figlio di un pittore

Dieci anni di SpazioA: la cosa migliore e la cosa peggiore che ti è capitata.
Le cose migliori sono di gran lunga le più numerose, quelle peggiori non le ricordo.

Un bilancio complessivo dell’esperienza, finora.
Il bilancio è molto positivo, continuo a divertirmi tanto, ed è quello che auguro a me stesso anche per i prossimi anni.

Come sei partito e com’è ora il tuo staff?
Ho cominciato con l’importante esperienza di Uscita Pistoiauno spazio non profit ancora attivo. Subito dopo aver lasciato un lavoro “sicuro” che ho fatto per venticinque anni, nel 2008 è nata SpazioA. Adesso lo staff è composto da quattro persone compreso me, e altri collaboratori esterni.

Com’è cambiata la città in questo decennio?
Vivo a Pistoia da quasi trent’anni e quando sono arrivato era una città dormiente, con un turismo indiretto proveniente dalle vicine Firenze, Lucca e Pisa. Parliamo dei primi Anni Novanta, anni in cui Palazzo Fabroni ha vissuto il suo momento di maggior splendore, con mostre molto importanti (Pistoletto, Kounellis e Castellani, per esempio), questo però è un lontano ricordo. Possiamo senz’altro dire che Pistoia ha molti capolavori d’arte del passato da non perdere e alcuni gioielli di arte contemporanea per i quali dobbiamo ringraziare Giuliano Gori, che è stato per anni vicepresidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia. Negli anni della sua carica, sono state donate alla città e al territorio tante importanti opere. Ora Pistoia è una città molto più viva di quando sono arrivato, con tanti giovani che la frequentano e tanta movida. Chi viene a trovarci per la prima volta scopre una città che non conosceva e rimane molto sorpreso, affascinato, e ci ritorna volentieri. Inoltre, nel 2017 Pistoia ha avuto un importate riconoscimento: è stata nominata Capitale italiana della cultura.

Katarina Zdjelar, My lifetime (Malaika), 2013, exhibition view, SpazioA, Pistoia
Katarina Zdjelar, My lifetime (Malaika), 2013, exhibition view, SpazioA, Pistoia

Una riflessione e/o un aneddoto riguardo al tuo rapporto con gli artisti?
Gli artisti sono la ragione principale per cui ho iniziato questa avventura e per cui vale ancora la pena continuare.

Stessa domanda, ma guardando ai curatori. E una terza sui collezionisti.
Ho avuto la fortuna, in questi dieci anni, di incontrare tante persone a cui devo molto, tra cui molti curatori con i quali mi sono confrontato e ho collaborato, e tanti collezionisti che, al di là della loro posizione sociale ed economica, si sono rapportati all’arte e agli artisti con tanta semplicità e voglia di apprendere, ponendosi spesso con una tale umiltà che prima di conoscerli non avevo immaginato potessero avere. Questo è il vero potere dell’arte.

Qual è la tua valutazione delle fiere a cui partecipi (o a cui non partecipi più, o alle quali vorresti partecipare)?
Le fiere sono state molto importanti all’inizio di questo percorso, e lo continuano a essere, anche in considerazione della nostra posizione geografica un po’ periferica. Sono però molto critico sulla loro eccessiva diffusione, che ha catalizzato l’attenzione su di esse, allontanando il pubblico dalle gallerie. Mi auguro che in futuro riprenda la voglia di visitare le mostre dal vivo e nei luoghi più deputati.

Come immagini SpazioA fra altri dieci anni?
Per adesso non riesco a vederlo tanto diverso da com’è, anche se è evidente che ci sarà un’evoluzione, la stessa però che c’è nelle persone.

Dora Budor, Margaret Honda, Matthew Lutz Kinoy, Laure Prouvost, Reza Shafahi, Waiting for the sun, 2017, exhibition view, project space, SpazioA, Pistoia
Dora Budor, Margaret Honda, Matthew Lutz Kinoy, Laure Prouvost, Reza Shafahi, Waiting for the sun, 2017, exhibition view, project space, SpazioA, Pistoia

Chiudiamo con un ricordo di tuo padre, pittore di cui negli ultimi anni hai promosso le opere con grande successo.
Ricordo che da bambino andavamo insieme nei campi, dove lui passava molto tempo a disegnare. Sinceramente solo da pochi anni ho cominciato a prendere piena consapevolezza del suo lavoro, ovvero da quando ho deciso di occuparmene personalmente, dopo che altre gallerie lo hanno fatto nel passato. Sono molto grato a Davide Ferri che mi ha aiutato in questo percorso di consapevolezza, curando nel 2016 la sua prima mostra a SpazioA e guidandomi anche nel superamento di un certo imbarazzo di figlio. I risultati di questo lavoro su di lui sono anche molto sorprendenti, con richieste e interesse dall’Italia e dall’estero e proposte di progetti di mostre internazionali che sto valutando.

Per festeggiare i dieci anni hai scelto una formula atipica: non una mostra autocelebrativa ma una due giorni che richiama lo spirito di Uscita Pistoia. Ci racconti cosa ci dobbiamo aspettare e cos’era Uscita Pistoia?
La mostra ci sarà e sarà fondamentale. Saranno esposte opere degli artisti della galleria, che per l’occasione saranno tutti presenti a Pistoia. Saranno previste, inoltre, performance, musica e visite guidate alla scoperta della città. Come dici bene tu, lo spirito è ancora quello di uno spazio non profit come Uscita Pistoia, nato in una delle zone industriali della città, a pochi chilometri dal centro, in uno spazio che è stato in passato il mio studio quando facevo l’artista. Lì ho cominciato a ospitare delle mostre con altri artisti, che generosamente, fin dall’inizio, mi hanno dato fiducia. Le mostre erano una preziosa occasione di incontro tra artisti, con i quali ci trovavamo qualche giorno prima, ad allestire tutti insieme.

Marco Enrico Giacomelli

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.