Intervista al conduttore di “Bella davvero”, il programma in onda su Radio2 dedicato al patrimonio culturale del Belpaese.

Com’è stato il tuo rapporto col mezzo radiofonico? Quando hai iniziato e come?
Dopo alcune esaltanti esperienze giovanili a Italia Radio (ricordo di aver seguito e raccontato i funerali di Federico Fellini, una grande emozione), ho iniziato a parlare di arte alla radio collaborando con Radio3 (Radio3 Suite, Tre soldi, Wikiradio), la voce più autorevole della cultura alla radio in Italia. La svolta però è arrivata quando Serena Dandini mi ha proposto di entrare nella squadra di #staiserena su Radio2, una radio molto più pop. È grazie a lei che ho imparato come si possono raccontare le meraviglie del nostro patrimonio culturale con ironia e leggerezza, senza prendersi troppo sul serio.

Non ti manca anche un po’ di tv? Quali sono le differenze nella produzione di contenuti e anche nel rapporto col pubblico?
Ma io continuo a lavorare in tv! Oltre a collaborare con Unomattina, Geo e Linea Notte, curo la rubrica AR-Frammenti d’Arte su Rainews24. Siamo arrivati alla quarta stagione, abbiamo girato oltre 150 puntate (dieci minuti dedicati a un capolavoro, un monumento, un borgo): un piccolo miracolo! Radio e tv sono due mezzi completamente diversi: le immagini tengono alta l’attenzione del pubblico e permettono di dare molte più informazioni, perché lo spettatore è concentrato sul racconto, mentre spesso la radio si ascolta facendo altro, quindi è molto più difficile selezionare e comunicare contenuti che lascino il segno.

Facciamo il ritratto di Bella davvero: quando è nata, cos’è, come si svolge e quando.
Nell’estate del 2015 il giornalista Emilio Casalini propone a Radio2 di trasformare il suo ebook Fondata sulla bellezza in un programma che racconti le bellezze del patrimonio artistico italiano. Il direttore Paola Marchesini e la capostruttura Laura Fortini decidono di coinvolgermi per un programma a due voci, che vada in onda il sabato e la domenica. Fin da subito abbiamo avuto chiaro che ogni puntata dovesse proporre un percorso a tema, che partisse dalle emozioni dei conduttori e stimolasse quelle degli ascoltatori. La radio ci permette di andare ovunque in poco tempo, immaginare di trovarsi ad Aquileia e dopo tre minuti a Cefalù, soltanto grazie al racconto dell’avventura del mosaico italiano. In questo trovo Bella davvero un programma molto contemporaneo, perché si muove nell’arte italiana con grande libertà, senza essere banale o superficiale. Un’avventura che da tre anni si svolge ogni sabato e domenica, in questo momento dalle ore 21 alle 22, in diretta.

Già parlare d’arte in tv è difficile. Farlo in radio, senza nemmeno il supporto delle immagini, dev’essere un’impresa. Come risolvi il problema?
Non è stato facile trovare la cifra giusta. Alla fine ho capito che in radio, piuttosto che descrivere un’opera d’arte, è molto più efficace raccontare come sia nata, chi l’abbia desiderata, cosa ci succede quando ci rechiamo a vederla. Avendo soltanto a disposizione la voce, è necessario trovare per ogni luogo una storia sola, un dettaglio, un episodio e concentrare l’attenzione su quello nei tre minuti a disposizione per ciascun intervento, tra un brano e l’altro. Soprattutto perché chi ascolta la radio non è concentrato su quello che ascolta e tra centinaia di parole ne trattiene pochissime.

Costantino D'Orazio
Costantino D’Orazio

Come scegli il tema da affrontare in ogni puntata? C’è una redazione dietro di te o sei solo?
Andando sempre in diretta, cerchiamo di prendere spunto dalla cronaca. I fatti della settimana, non solo quelli culturali, ci danno lo spunto per costruire il nostro percorso. Ci sono le elezioni? Noi parliamo dei monumenti italiani nati come strumenti di propaganda. C’è l’emergenza freddo? Noi raccontiamo gli arazzi e i camini più belli d’Italia. C’è la notte degli Oscar? Noi andiamo sui set dei film che hanno vinto la statuetta. Ci piace contaminare l’arte con la quotidianità e questo è possibile perché a Bella davvero abbiamo costituito un gruppo molto affiatato: Giovanna Romano, la curatrice, Claudio Licoccia, Roberto Bottaro e il regista Alessandro Provenzano. Nessuno di loro è un esperto d’arte, ma tutti sono appassionati e sanno tradurre i contenuti del programma in racconti che interessino anche a un pubblico vario e imprevedibile come quello di Radio2.

Che ruolo ha la musica all’interno del programma?
Radio2 alterna brani pop del momento e grandi classici della musica leggera, in un gioco continuo tra presente e passato recente. La musica contrappunta i nostri racconti e dà ritmo al programma. Quando è possibile, diventa anche uno spunto su cui lavorare.

Che feedback hai da parte della RAI e soprattutto degli ascoltatori? Hai dati in merito?
Confesso che non avrei mai scommesso sul fatto che un programma come Bella davvero potesse essere riconfermato per così tante stagioni su Radio2. E invece la rete ci ha creduto e ne ha fatto un appuntamento fisso del weekend. Questo, ovviamente, è dovuto anche al fatto che nella fascia oraria in cui andiamo in onda rispettiamo la media degli ascolti della rete e, soprattutto, riusciamo a coinvolgere un pubblico qualificato. I messaggi che arrivano durante la diretta sono sempre curiosi, colti, provocanti: gli ascoltatori di Radio2 sono molto più preparati di quanto si possa credere e Bella davvero soddisfa il loro desiderio di conoscere sempre meglio il nostro patrimonio.

Il programma, come da tradizione radiofonica, ha un budget presumibilmente molto ridotto: confermi?
A parte il sottoscritto e il regista, il programma è realizzato con risorse interne. Una produzione RAI al 100%!

Quale è stata la puntata che ti ha dato in assoluto più soddisfazione in tutti questi anni e perché?
Senza voler essere ruffiano, confesso che in ogni puntata mi sorprendo del livello e della passione che dimostrano gli ascoltatori. Sono i loro interventi a dare la cifra della riuscita di una puntata. Quella in cui abbiamo toccato il record di messaggi è stata l’estate scorsa, quando abbiamo chiesto agli ascoltatori di dirci quale colore vedono la mattina, appena aprono le loro finestre. Grazie a loro, siamo riusciti a raccontare la “cromodiversità” del nostro Paese, che poi è quello che lo rende unico al mondo.

Tu sei un divulgatore multimediale: lo fai in radio, in tv, ma anche con i tuoi libri e le tue mostre. Cosa non va in Italia da questo punto di vista? Perché è così difficile trovare un linguaggio che non semplifichi ma al tempo stesso sia inclusivo?
Le cose sono migliorate molto negli ultimi anni. Sono sempre di meno le mostre che non si impegnano a usare un linguaggio alla portata di ogni visitatore. Lo dimostra il successo di pubblico sempre maggiore dei nostri musei e delle nostre mostre. Il pericolo della semplificazione e del tradimento della storia è sempre dietro l’angolo, ma io sono convinto che per spiegare l’arte non esista soltanto la strada della presentazione asettica e presuntuosa dei risultati di una ricerca d’archivio o di una bibliografia ragionata. Si può partire dai documenti per dare vita alle opere e farle parlare anche a chi è mosso soltanto dalla passione, senza avere gli strumenti scientifici per ricostruire la storia dell’arte. Da oltre vent’anni questo è il mio mantra e credo che molto si sia fatto in questo senso negli ultimi tempi.

Come vedi Bella davvero fra altri tre anni?
Se la RAI non rinuncerà alla sua identità di servizio pubblico, io credo che Bella davvero avrà uno splendido futuro, perché risponde perfettamente alla missione di raccontare il nostro Paese e valorizzare il suo patrimonio. E poi, prendendo spunto da una celebre frase che Silvio Negro aveva coniato per Roma, “per conoscere l’Italia non basta una vita”…

‒ Marco Enrico Giacomelli

www.raiplayradio.it/programmi/belladavvero/

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.