Lo storico dell’arte Massimo Carboni ricorda il critico recentemente scomparso. Analizzando l’incredibile modernità del suo approccio alle più svariate discipline e alla vita quotidiana in genere.

Avere di fronte l’opera critica ed estetica di Gillo Dorfles significa esplorare un mosaico a tinte screziate che disegna un multiforme percorso scientifico, culturale e creativo, e che include in prima persona l’intellettuale e l’artista che lo ha intrapreso, il suo stile di lavoro e il suo calibro etico.
È questo il carattere più evidente della sua intera opera. Cioè l’interna difformità che arricchisce e rende complessa la coerenza di una prospettiva metodologica di fondo mantenuta ben salda per tutto un lunghissimo itinerario; l’ampia, tempestiva, anticipatrice mobilità di interessi, riferimenti e contenuti in seno a un’unica linea strategica di studi; l’infaticabile e costantemente rinnovata curiosità intellettuale per il mondo, per il consorzio umano e per i suoi linguaggi artistici e non. Dunque la capacità di percepire, osservare, studiare i nuovi materiali che via via si propongono nel tempo storico. Una curiositas che ha trovato come unico suo limite quello biologico-naturale.
L’approccio interpretativo di Gillo Dorfles ha sempre accettato di assumere le stesse caratteristiche che nel tempo si trovava impegnato a studiare e classificare nei propri oggetti di indagine, nei contenuti di volta in volta prescelti: la mutevolezza, la variabilità, la transitorietà, la ripulsa ferma e definitiva di ogni verità rivelata e inoppugnabile. L’interno, fisiologico dinamismo è la sigla privilegiata del suo percorso intellettuale e pittorico: come se non esistesse un essere Gillo Dorfles, ma solo un divenire (di) Gillo Dorfles. Non gli interessa indagare l’“essenza” dell’opera d’arte; interessa indagare i modi delle sue multiformi apparizioni, la sua fenomenologia. E questi modi sono appunto e per definizione costantemente in divenire.

Gillo Dorfles
Gillo Dorfles

UN INFATICABILE ANALISTA

Ma Dorfles ha anche condotto, a partire dagli Anni Cinquanta e poi per decenni, un’infaticabile indagine di natura estetico-antropologica intorno alla nostra civiltà, sottolineandone gli aspetti mitici e rituali persistenti nel nocciolo stesso del processo di secolarizzazione che ha dato luogo al Moderno. Come dire l’incanto che sopravvive nel cuore del disincanto.
Dorfles ha sempre tentato di distinguere gli aspetti perniciosamente involutivi da quelli degenerativi, la mistificazione dall’evoluzione potenzialmente liberatrice. Qui sta la sua profonda, inaggirabile laicità: nell’analizzare criticamente – cioè, appunto, letteralmente, etimologicamente, distinguendo – la sopravvivenza del mito senza soccombervi, nel riconoscerla operante senza lusingarne i meccanismi. Ed è precisamente sotto questa prospettiva che Dorfles – nella sua qualità di osservatore e analista acuto non soltanto delle arti “maggiori”, ma anche dei modi e delle mode della nostra rutilante e talora vacua ipermodenità – si rivela uno specialista che si nutre di non specialismo, un portatore sano di una sana attitudine eclettica, un irregolare erudito, mille piedi al di sopra di ogni affettazione. Come Adolf Loos, l’altro grande mitteleuropeo che ai primi del Novecento, sulla sua rivista Das Andere, analizzava con assoluta competenza e serietà i problemi di etichetta e di abbigliamento, fornendo talora suggerimenti circa gli stili di vita e i comportamenti quotidiani più consoni alle circostanze, anche Dorfles – convinto quanto Loos che è nella vita quotidiana che dobbiamo cercare l’estetica del nostro tempo – si mostra attento alle nuances, al particolare, al dettaglio apparentemente futile. Ma solo apparentemente.
Ne emerge un ritratto antropologico della nostra civiltà spesso venato di magistrale perfidia. Dorfles è un analista infaticabile della moda e del conformismo, dell’ansia da status symbol e dell’ideologia pubblicitaria, dell’umorismo da Freud a Fantozzi e delle idolatrie massmediatiche. Maestro e battistrada indiscusso nella decifrazione delle oscillazioni del gusto, dei nuovi riti e dei nuovi miti della nostra contemporaneità sospesa tra artificio e natura (per evocare alcuni suoi fortunatissimi titoli, diventati quasi locuzioni proverbiali), mantiene l’oggetto da analizzare ben presente allo sguardo indagatore: una performance o l’incipiente disabitudine a una corretta punteggiatura, un quadro informale o un breve viaggio in metrò, un progetto di Mies van der Rohe o l’acquisto di un mobile “in stile” da parte del parvenu di turno. Costantemente attento, però, alla differenza tra i primi e i secondi.
Le sue analisi non nascondono la dialettica immanente e a suo modo inaggirabile dei processi culturali che ci coinvolgono e dei quali tuttavia sempre meno ci sentiamo protagonisti, superati da forze anonime e inscalfibili: e si pensi solo alla crescente rapidità dell’innovazione tecnologica e al feticismo ormai insopportabile che cresce esponenzialmente attorno a essa. Dorfles riconosce che nel Kitsch, negli assetti adulterati, nelle situazioni contraffatte, i risvolti ingannatori e feticistici si intrecciano inestricabilmente agli aspetti emancipatori. Ma ciò significa che tale situazione contraddittoria si è integrata alla creatività artistica, ad esempio attraverso il gioco della citazione ironica che si appropria del cattivo gusto riformulandone i parametri linguistici, formali, contestuali: da Andy Warhol a David Lynch.

Gillo Dorfles
Gillo Dorfles

MORALISMO CONTEMPORANEO

Dorfles, però, resta un inguaribile razionalista, tanto quanto più attentamente osserva e analizza il fondo mitologico e le proiezioni improprie della nostra esperienza mondana. Un razionalista inguaribile ma convinto di non dover guarire. Dunque la descrizione oggettiva e fattuale della situazione è costantemente accompagnata da un deciso, risoluto atteggiamento critico e insieme propositivo: dobbiamo prendere coscienza degli automatismi inconsci che danno inevitabilmente luogo alla feticizzazione del medium tecnologico, dobbiamo acquisirne quella consapevolezza che sola può evitare un atteggiamento ciecamente automatico. Facile a dirsi, difficile a farsi. E questo lo sa bene anche Dorfles. Il quale però, talvolta, mostra un’eccessiva fiducia sia nella possibilità di sceverare, distinguere, separare nettamente e una volta per tutte quelli che chiama gli aspetti negativi dagli aspetti positivi della tecnica, sia nella possibilità che ne discenderebbe di mettere a buon frutto i secondi scartando i primi.
Un anticlassico par excellence. Non soltanto. Per certi versi potrebbe considerarsi un moralista. Ma attenzione: non nel senso corrotto e imbastardito che il termine ha finito per acquisire nell’opinione comune, ma nell’accezione tecnica e tipologica, cioè in quanto autore appartenente a un preciso e ben identificato genere letterario che risale alla grande e prestigiosa tradizione storica della cultura scritta. Insomma, un moralista (del) contemporaneo. Ma, di nuovo, attenzione: un moralista nel senso alto e genuino del termine proprio perché riesce a non moraleggiare mai: alla descrizione impietosa di come siamo non segue mai la raccomandazione sopraccigliosa accompagnata dall’indice alzato su come dovremmo essere. Un moralista (questo è il tocco di classe, il suo vero àtout, questa la sua sprezzatura) che non ha mai avuto il problema di apparire moraleggiante, che non ha mai ceduto al ricatto di lusingare un goffo e affettato anticonformismo d’ordinanza. Gillo Dorfles è stato così autenticamente moderno che non si è mai preoccupato di dimostrarlo, tantomeno di convincerne chicchessia.

Massimo Carboni

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