Dialoghi di Estetica. Parola a Francesca Chiacchio

Il 21 giugno 2017 mare culturale urbano ha ospitato Noi, tondi pirotecnici, un disegno vivente e partecipativo coordinato da Francesca Chiacchio per/con Cenni di Cambiamento, complesso di social housing della zona ovest di Milano. I modi della partecipazione, i rapporti tra gli spazi e i corpi, le possibilità espressive sono taluni dei principali temi del suo progetto, ilpalinsesto, basato sul proficuo scambio tra dimensione teorica, pratica e relazionale. In questo dialogo abbiamo approfondito con lei questi temi e la sua idea di coordinazione di situazioni.

ilpalinsesto, (extract) 1, performance, ParcDesign, Brussels, 2016 (c) Bram Goots
ilpalinsesto, (extract) 1, performance, ParcDesign, Brussels, 2016 (c) Bram Goots

Iniziamo da ilpalinsesto, un progetto molto articolato che raccoglie un po’ tutti i tuoi interessi: il lavoro sui colori, l’uso del corpo, le dimensioni dell’espressione… Come si sta sviluppando questo tuo programma in divenire?
ilpalinsesto è all’origine di tutto. A oggi è un po’ come la “scatola” di un prestigiatore! Oltre a essere un programma di varietà artistico è un metodo di lavoro e una forma di aggregazione collettiva. In altre parole è una società ludica, come quella di un bambino che stabilisce il territorio di gioco nel quale un barattolo può essere una piscina olimpionica.

Perché hai scelto di chiamare il tuo progetto ilpalinsesto?
Il palinsesto è per antonomasia uno “spazio” nel quale coesistono diversi dati. Solo in Italia definiamo l’organizzazione dei programmi televisivi e radiofonici con il termine palinsesto. In altre lingue, per esempio in inglese, anziché sul fattore spaziale si pone l’accento su quello temporale, per cui si parla di time schedule (tutto questo è spiegato molto bene da Luca Barra in Palinsesto). L’idea del palinsesto per me è legata non solo alla programmazione ma anche alla molteplicità di possibilità che può offrire in quanto struttura intercambiabile e sovrapponibile.

Possiamo dire allora che pubblicità e televisione siano due degli elementi di sfondo del tuo progetto?
Alcune delle mie scelte, soprattutto sui colori e le composizioni visive, risentono sicuramente delle mie esperienze da telespettatrice. La televisione italiana, in particolare quella degli Anni Ottanta e Novanta, è tra i miei riferimenti così come lo sono la Bauhaus e la storia dell’arte.

Francesca Chiacchio
Francesca Chiacchio

Qual è il principale tema su cui lavori esaminando l’uso italiano del palinsesto?
Direi la coerenza. Davanti alla televisione non ci poniamo il problema delle continue interruzioni dovute alle pubblicità, a teatro una cosa del genere sarebbe inaccettabile. Uno dei miei obiettivi è tornare all’idea “astratta” dello spazio televisivo per giustificare l’incoerenza in uno spazio performativo. Le performance che coordino potrebbero essere dei prodotti potenzialmente televisivi poiché nascono dalla stessa logica. In fin dei conti, però, non lo sono per niente.

Tu hai una formazione da storica dell’arte, esperienze da curatrice, e in questa fase stai estendendo le tue ricerche sul piano della produzione artistica. Quanto influisce il passaggio dalla teoria alla pratica sul tuo modo di lavorare?
Il mio obiettivo non è inventare qualcosa, non voglio aggiungere niente a quel che già abbiamo in arte. Ho bisogno di creare un linguaggio condivisibile, che non richieda un background da intellettuali, ma piuttosto che solleciti lo sguardo quotidiano tra chi condivide la scena e chi la osserva. La mia formazione teorica e l’esperienza come coordinatrice orientano sicuramente il mio modo di lavorare. Però, il fatto stesso di fare arte – voglio dire, operare praticamente – mi permette di avere una sensibilità che prima non avevo.

Quali possibilità ti offre questa nuova sensibilità?
Da una parte, si tratta di poter riconoscere molto meglio i modi di fare arte e l’ironia che spesso accompagna taluni progetti – mi capita soprattutto quando vedo il lavoro di altri giovani artisti. Dall’altra, vuol dire riuscire a superare la teoria attraverso la pratica, ossia poter indagare l’arte direttamente facendola.

Come definiresti la tua pratica?
Il mio è un lavoro di coordinazione, di conduzione di situazioni, di assemblaggi “viventi”. Creo una struttura grafica nella quale tutto è possibile! L’anticamera di questo modo di lavorare sono stati alcuni progetti curatoriali in cui realizzavo delle drammaturgie.

Palinsesto, performance, Dexia Art Center, Brussels, 2016 (c) Francesca Chiacchio
Palinsesto, performance, Dexia Art Center, Brussels, 2016 (c) Francesca Chiacchio

Il tuo lavoro prevede il coinvolgimento di diversi performer, professionisti e non. Se dovessi indicare una caratteristica che li accomuna, quale potrebbe essere?
La maldestrezza, semplicemente perché siamo tutti maldestri, chi più chi meno, attraverso il corpo o la parola! Da quando mi sono riconosciuta maldestra, mi piace sostenere gli altri nell’indagine sulla propria goffaggine, al punto da considerarla una qualità piuttosto che un difetto. È quello che crea la personalità di ognuno. È un gesto mancato rispetto all’ordinario, la conseguenza di eventi imprevedibili; è una fonte inventiva, un elemento di sensibilizzazione e umanità in senso culturale e educativo. E, soprattutto, è quell’ingrediente che rallenta una società la cui efficacia è garantita dalle regole.

La coordinazione e lo sviluppo dei progetti non avvengono solo attraverso il tuo lavoro.
Assolutamente no, prevedono numerose collaborazioni. La struttura attuale de ilpalinsesto è quella di una compagnia itinerante, composta da artisti visivi, amanti dello sport, performer… Insieme lavoriamo per creare opere che possano adattarsi al contesto di intervento e che rispettino le loro competenze artistiche. L’opera perciò è modellata tanto sul contesto quanto sulle loro abilità che possono essere musicali, interpretative, grafiche, coreiche ecc.

Da dove trae origine questa impostazione operativa che prediligi per i tuoi progetti?
Dalla natura stessa dell’arte che considero come la risposta di una società ossia come un risultato delle relazioni e delle possibilità che nascono anche dai diversi modi di collaborare e di creare qualcosa insieme. L’arte è il riflesso di ogni momento storico e si esprime utilizzando tutti i mezzi che ha a disposizione. A volte li anticipa, spesso li supera e qualche volta li critica.

Noi, tondi pirotecnici, backstage, mare culturale urbano, Milano, 2017 (c) Alessandro Polenta-Nicola Barbieri
Noi, tondi pirotecnici, backstage, mare culturale urbano, Milano, 2017 (c) Alessandro Polenta-Nicola Barbieri

Veniamo a Noi, tondi pirotecnici, l’improvvisazione collettiva che hai condotto nel complesso di Cenni di Cambiamento: come hai lavorato per la sua riuscita?
A Cenni è stato fondamentale il rapporto con gli abitanti. Una relazione che si è consolidata gradualmente dal mio arrivo al giorno della performance. Non si è trattato solo di condividere il progetto ma di entrare in sintonia con le loro storie, il loro quotidiano, le loro vite. Ognuno dei partecipanti è stato fondamentale per il progetto: senza un tondo, l’immagine avrebbe perso qualcosa. La relazione con loro è cresciuta lentamente proprio perché nutrita dalla condivisione di un obiettivo comune: la realizzazione del disegno.

Come ti sei coordinata con i partecipanti?
“Siate tondi, come preferite esserlo”. Agli abitanti di Cenni ho detto questo, lasciando poi che loro potessero esprimersi liberamente. Abbiamo lavorato in particolare sui colori e le geometrie che, al pari di vegetali e numeri in altri occasioni, sono elementi decisivi per l’impostazione di un codice e l’individuazione di possibili variazioni espressive.

In questa performance spicca in particolare un oggetto che avevano tutti i partecipanti: la cuffia da piscina. Nella sua semplicità, segnala la presenza dei tondi e allo stesso tempo è un prezioso tassello del tuo disegno vivente.
Sì, è un oggetto semplice che però porta con sé diverse questioni. Con una cuffia da piscina sulla testa ci si sente sempre un po’ in imbarazzo, un po’ brutti in fondo. In un certo senso, sembra di essere messi a nudo: il tessuto mette in risalto le forme della testa, il viso e i suoi lineamenti sono ancora più visibili…

Per questa, così come per altre tue performance, un elemento imprescindibile è il disegno. Perché è così importante?
Per me il disegno è fondamentale. È il mezzo che mi permette di tradurre il pensiero in immagini. Se non me ne servissi, non saprei come esprimermi. Il disegno è anche un modo per salvare l’improvvisazione, per fissarne l’origine senza comunque vincolarne gli esiti.

Photos a la plage, fotografia, Zoagli, 2016 (c) Martina Moor
Photos a la plage, fotografia, Zoagli, 2016 (c) Martina Moor

Perché un lavoro abbia successo, dai più importanza alla dimensione progettuale o a quella della realizzazione formale?
Sono entrambe importanti. Io però ho bisogno di poter condividere il processo di creazione che credo non sia altro che una logica, una strategia. Lo considero come un gioco che ha le sue regole. Nel momento in cui è possibile coglierle, proprio perché c’è un sistema che permette di poter far parte del gioco, allora è anche possibile capire qual è il meccanismo dell’opera.

In che cosa consiste questa possibile condivisione?
Condividere il processo è un po’ come riuscire a entrare nella testa di chi ha creato un’opera. Si tratta di una possibilità che ritengo fondamentale. Per chi crea, vuol dire poter rendere esplicita e trasparente una logica personale. Per chi sperimenta un lavoro può voler dire cose diverse: si può rimanere sul piano della curiosità o su quelli del divertimento e dell’imbarazzo… sono tutti fattori che determinano la comprensione del lavoro, ma che rivelano anche le possibilità dell’infantilismo.

Che cosa intendi dire?
Che c’è la possibilità di sbarazzarsi temporaneamente di alcuni limiti che caratterizzano in particolare il nostro modo adulto di affrontare le cose. Il segno che la logica del lavoro è stata compresa è dato dal modo in cui le persone vi partecipano. Alcuni adulti sono talmente coinvolti che si lasciano andare al gioco proprio perché riscoprono la loro dimensione fanciullesca, sembrano uscire dalla performance felici!

Consideriamo un momento le geometrie e i colori: in che cosa consiste il lavoro su di essi?
È un lavoro sull’essenziale, non sono interessata all’esagerazione delle forme. I colori nella loro scansione primaria mi permettono di dare risalto alla loro genesi. In generale il colore è una sorta di pretesto per stabilire una modalità di approccio. O meglio, un punto di partenza per costruire una conversazione che sviluppa in seguito grazie alle associazioni e alle geometrizzazioni.

Di che cosa si tratta?
Mi interessa prendere le distanze dalla spettacolarizzazione. Il punto non è tanto che alla parola “rosso” corrispondano, per esempio, i movimenti dei tondi rossi. L’obiettivo è piuttosto che il pubblico possa osservare per un certo periodo di tempo dei corpi accettandoli per quello che sono nella naturalezza dei loro movimenti. È un tema che sto approfondendo e sul quale tornerò di nuovo anche a settembre con un lavoro sul disegno vivente all’Edicola Radetzky di Milano…

Che cosa è stato possibile creare con il disegno vivente che avete realizzato a Cenni?
Penso che il risultato più importante sia stato quello di aver favorito i rapporti e l’appartenenza a una comunità che, alla fine, è astratta e surreale: la comunità dei tondi pirotecnici!

Davide Dal Sasso

www.ilpalinsesto.com

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Davide Dal Sasso
Davide Dal Sasso è membro di LabOnt, il Laboratorio di Ontologia fondato da Maurizio Ferraris, e sta ultimando il dottorato di ricerca in Filosofia presso l'Università degli Studi di Torino. Le sue ricerche vertono in particolare sulla ricomprensione filosofica del concettualismo, sul ruolo della rappresentazione nelle diverse forme d’arte, sulle nuove possibilità esperienziali offerte dalle arti contemporanee e sulla riconfigurazione del discorso filosofico su di esse. È l’ideatore del format di discussione interdisciplinare "Dialoghi di Estetica" e della omonima rubrica di filosofia e arte attiva dal 2012 su Artribune. Ha curato la nuova edizione di Ermanno Migliorini, "Conceptual Art" (Mimesis, Milano-Udine 2014).