Un’immagine rotta in triangoli. Conversazione con Jamie Martinez

Colombiano di origini, è a New York da quindici anni. Abbiamo intervistato Jamie Martinez a proposito della sua pratica artistica, del suo web magazine, dei progetti in corso e di come la Grande Mela sta cambiando.

Jamie Martinez, La Aguila
Jamie Martinez, La Aguila

Sei nato in Colombia e cresciuto a Cali. Quindi con la tua famiglia ti sei trasferito negli Usa all’età di tredici anni. Quando sei arrivato a New York?
Il 1° giugno del 2000. La miglior decisione che abbia mai fatto nella mia vita.

Fra i tuoi bagagli c’era già il Triangolismo?
Ho realizzato il primo dipinto fatto di soli triangoli nel 2004. Il quadro era il ritratto di una donna rotto in triangoli.

Invece, quando Artefuse, il tuo web-magazine, è arrivato nella tua vita?
Artefuse è stato fondato nel 2009. Diamo larghissimo spazio agli opening di New York. In particolare, andiamo a caccia di artisti emergenti. I grandi nomi non hanno bisogno della nostra luce. Perché aggiungere parole sui vari Koons di oggi? La nostra missione è essere presenti all’opening del Basquiat di domani.

Jamie Martinez - photo Olya Turcihin
Jamie Martinez – photo Olya Turcihin

Oggi sei un artista, un publisher e il manager di Show-room, un triangolo che richiede molta energia. Perché hai scelto di insistere su questa figura geometrica per le tue opere?
Sono sempre stato ossessionato dalla forza, potenza, simbolismo e mistero del triangolo. Mi ispira ogni giorno e trovo che può essere utilizzato in molti modi diversi. Le possibilità sono infinite.

Perché il bisogno del neologismo ‘triangolismo’ per definire la tua arte e cosa intendi con questo termine?
Ho coniato il termine Triangulism per esprimere la mia convinzione che il triangolo è la più importante forma geometrica. Il mio processo prevede de-costruire ogni immagine in triangoli che esplorano forma e struttura del mio soggetto fino ad arrivare al suo vero significato. Le opere di questa mia serie trattano la convalida delle immagini, la nostra ossessione per i nostri smartphone e il rapporto fra arte e tecnologia. Quando si guarda i miei quadri di persona, non si vede l’immagine chiara. La convalida visiva di ogni immagine arriva con la tecnologia e solo attraverso di essa si possono vedere chiaramente i dettagli del mio lavoro.

Jamie Martinez - Hunt for Inspiration - veduta dell'opening presso la Galerie Protégé, New York 2015 - photo Olya Turcihin
Jamie Martinez – Hunt for Inspiration – veduta dell’opening presso la Galerie Protégé, New York 2015 – photo Olya Turcihin

Qual è il processo compositivo?
Tutto è iniziato con l’idea di trovare una serialità per le mie opere che però mi garantisse una continua originalità. Il punto di partenza di una mia opera è quasi sempre un’immagine trovata su Internet, quindi mi concentro sulla loro de-costruzione attraverso l’uso di triangoli. L’immagine, se vista dal vivo, è frammentata; se vista attraverso il filtro di un tablet o di uno smartphone, ritrova interezza. Dopo che le posti online, le opere continuano in una vita propria fatta dalle interazioni dei social media.

Quando sei arrivato alla scoperta che i tuoi soggetti de-strutturati da triangoli trovano la messa in fuoco, una nuova struttura se visti attraverso il telefono?
La prima volta che provai a fotografarne uno. Fu una sorpresa anche per me.

Jamie Martinez - Hunt for Inspiration - veduta dell'opening presso la Galerie Protégé, New York 2015 - photo Olya Turcihin
Jamie Martinez – Hunt for Inspiration – veduta dell’opening presso la Galerie Protégé, New York 2015 – photo Olya Turcihin

Alla Galerie Protégé è in corso (fino al 23 aprile) il tuo primo solo show a Chelsea, un momento cruciale per la carriera di ogni artista. Come sei arrivato alla selezione finale delle opere?
Insieme al mio curatore, Oscar Laluyan, per Hunt for Inspiration abbiamo scelto una selezione di dipinti a olio che rappresentassero la mia definizione di Triangolismo, quindi ho presentato per la prima volta opere che sono il risultato della mia attuale fase di sperimentazione: tele astratte realizzate con tessuti e immagini digitali che richiamano il processo iniziale del mio lavoro e rappresentano il concetto di “formare prendendo forma”.

Stai già visualizzando il passo successivo per la tua arte?
Vedo opere che abbiano più forme e dettagli da realizzare con una lunga manualità attraverso dipinti a olio.

Qual è l’approccio giusto da suggerire agli spettatori del tuo show?
In primo luogo, suggerirei di visitare la mostra senza alcun supporto tecnologico, così da apprezzare l’artigianalità dei miei lavori, quindi li inviterei a rivedersi la mostra con in mano il proprio telefono e scoprire i lavori in dettaglio attraverso la tecnologia. Si tratta di quadri concettuali che vogliono far sentire lo spettatore come co-protagonista del processo.

Jamie Martinez e Monique Mantell all'opening presso la Galerie Protégé, New York 2015 - photo Olya Turcihin
Jamie Martinez e Monique Mantell all’opening presso la Galerie Protégé, New York 2015 – photo Olya Turcihin

Prossimi progetti sul piatto?
Sto lavorando con la collezionista d’arte di fama mondiale Beth Rudin DeWoody e Christopher Y. Lew [curatore che ha nel suo cv collaborazioni con il Whitney e il PS1, N.d.R.] su un progetto pubblico che si chiama Off the Grid: Innovations in contemporanea Abstraction. Il progetto si svolge sul futuro West Village Triangle Park. Le mie opere, insieme a quelle di altri artisti, verranno riprodotte e visualizzate su larga scala per un minimo di sei mesi, mentre il parco subirà un drastico cambiamento dovuto alla sua ristrutturazione. Sono molto entusiasta di lavorare con questi curatori così quotati e non vedo l’ora che il progetto inizi. Mancano poche settimane ormai.

New York è ancora il posto ideale per un artista?
Sì, rimane il posto ideale, anche se è sempre più costoso e la città è cambiata radicalmente in questi ultimi vent’anni. New York mi dà molta ispirazione, senza la quale è difficile fare buona arte. Inoltre, mi piace andare per gallerie e vedere un sacco di arte che mi può influenzare. Non importa che tipo di arte fai, New York rimane il posto dove abitare.
Il grosso problema è lo studio dove lavorare. A prezzi ragionevoli ne sono rimasti pochissimi.

Alessandro Berni

artefuse.com
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