I disastri della guerra secondo Pouya Afshar. O di un giovane artista iraniano a Los Angeles

A Los Angeles trovi l’arte dove meno te la aspetti. A due passi da Venice Beach, passeggiando tra surfisti e altri numerosi tipi da spiaggia, ti capita di incontrare la Shulamit Gallery, aperta nel 2012 con un programma focalizzato su artisti del Medio Oriente. Nel panorama delle gallerie losangelene, prevalentemente orientate su artisti occidentali ben inseriti nel mercato, colpisce la scelta di dare invece spazio a un giovane iraniano. Abbiamo intervistato Pouya Afshar.

Untitled, 2013

Nato a Teheran nel 1984 e trasferitosi negli Stati Uniti nel 2000, Pouya Afshar ha frequentato i corsi di animazione del California Institute of the Arts e si è poi specializzato in animazione digitale all’UCLA. Ma l’industria hollywodiana non l’ha mai interessato. Il suo primo incontro con l’arte è stato segnato dalle riproduzioni delle opere di Käte Kollwitz, che i suoi genitori avevano in casa. Ha insegnato all’Art Institute of California e alla Marymount California University, e nel 2013 ha vinto il primo premio al Farhang Foundation Short Film Festival, tenutosi al LACMA, con la serie animata Rostam in Wonderland.
Presentato alla Shulamit Gallery questa primavera, Romance With The Crow I Killed è un corpus di lavori costituito da diciotto disegni, due sculture e una videoanimazione. Lo stile di Pouya è sofisticato ed espressionista; i volti dei generali della guerra sono sfigurati dalla lebbra e il loro sguardo buca la superficie del foglio. Arafat, Sharon, Hussein sono ritratti come spaventapasseri, mentre Pinochet e Karadžić vengono punti da una zanzara-pene che infetta gli uomini con l’ossessione per le armi e la guerra.

Il titolo di questa mostra fa riferimento a un fatto autobiografico. Puoi raccontarcelo?
Fa riferimento a un fatto accaduto quando avevo circa dieci anni. Sono nato e cresciuto durante la guerra tra Iraq e Iran. Quando la guerra finì, la città si riempì di annunci che invitavano i ragazzi a imparare a usare le armi, perfino a scuola si tenevano dei corsi. I ragazzi avevano molta familiarità con le pistole. A casa avevamo un giardino, dove spesso i corvi andavano a mangiare la frutta. Mio nonno, che era stato un soldato, mi ordinò di uccidere un corvo con la pistola. Mi resi conto allora di cosa significasse uccidere un essere vivente e doversi poi disfare del cadavere. è stata la mia prima esperienza con la morte, uno choc che mi ha segnato profondamente e che ho sentito il bisogno di rielaborare parecchi anni dopo. Così è nato il primo grande disegno di questa serie, Romance With The Crow I Killed: ho iniziato a disegnare dal lato destro e sono andato avanti in modo processuale, lavorando con le immagini scaturite dai miei ricordi della guerra. Non ci sono riflessioni politiche particolari, è solo ciò che ricordo. Anche se vi si trovano personaggi politici e riferimenti alla cultura popolare di quel periodo.
Il mio metodo è in parte conscio, in parte inconscio; le immagini scaturiscono come un flusso che si autogenera. Il processo creativo è stato più importante del risultato finale: una sorta di auto-terapia, un modo per rivivere quell’esperienza da adulto, per riuscire a relazionarmi con essa.

Ci sono anche figure prese dalla tradizione della miniatura persiana.
Esatto. E sono sempre messe in relazione con il popolo, la cultura delle masse. In uno dei disegni, la figura femminile ispirata alle miniature è in posizione speculare rispetto alla donna con il burqa. Perché durante la guerra, all’inizio degli Anni Ottanta, il velo non era ancora obbligatorio per le donne. Ci sono molti altri personaggi femminili, perché oggi le donne in Iran hanno un ruolo importante – nella vita quotidiana, nella politica, nell’arte – e questo contributo sta crescendo.

Pouya Ashfar - The War, 2014
Pouya Ashfar – The War, 2014

Cosa vuol dire oggi per un giovane artista vivere e lavorare in Iran?
Anche se attualmente non vivo lì, so che la situazione è più aperta. Le giovani generazioni vogliono occuparsi di arte, possono accedere a maggiori informazioni grazie a Internet. Al tempo stesso l’Occidente si mostra interessato all’Iran, anche se a mio parere per ragioni sbagliate: c’è ancora troppa ricerca dell’esotico e questo non mi piace. Vorrei che il lavoro degli artisti iraniani fosse approfondito meglio, ma è positivo il fatto che questo interesse stia crescendo.
L’Iran è un Paese molto religioso, il flusso di investimenti nel mercato artistico non è paragonabile a quello occidentale e per un artista può essere difficile viverci, ma le cose stanno cambiando.

Cosa vuol dire invece vivere a lavorare a Los Angeles? Cosa pensi della scena artistica losangelena? È vero che, come sembra, si sta sviluppando in fretta?
Sì, è vero. Sono arrivato qui subito dopo le scuole superiori, quindi ho vissuto questo processo dall’inizio. Esordire come artista a Los Angeles è stata davvero una sfida non facile, soprattutto per la mentalità di questa città: c’era la tendenza a non voler esporre lavori che disturbano o mostrano troppa profondità di contenuti. Ma in effetti negli ultimi due anni le cose stanno cambiando. Sono stato molto felice di poter lavorare con questa galleria, per esempio, che invece s’interessa a questo tipo di lavoro.
Certo qui non è come a New York: per molti miei colleghi artisti è difficile trovare una galleria, ma questa città si sta aprendo anche all’arte che ha radici in una cultura differente da quella americana. Il LACMA ad esempio ha un dipartimento dedicato all’arte islamica e molte persone che vi lavorano sono venute a vedere la mia mostra. Ma la mia impressione è che preferiscano lavori provenienti direttamente dall’Iran e che non contengano elementi di disturbo.

In effetti questa mostra è molto forte e coraggiosa e potrebbe disturbare chi ragiona secondo i parametri del politically correct.
Non so, forse non vogliono mostrare gli aspetti negativi di ciò che è successo negli ultimi decenni in Iran. Tuttavia questo corpo di lavori non è strettamente politico. è piuttosto un modo per rielaborare la mia memoria di quegli eventi. Infatti lo stile e la composizione cambiano a seconda se il disegno riguardi la guerra, di cui ho avuto esperienza, oppure la rivoluzione del 1979, che non ho vissuto se non attraverso i racconti degli altri e le immagini trovate sui giornali dell’epoca. Alcuni elementi poi fanno riferimento ai murales che decorano attualmente Teheran, e che hanno sostituito le immagini di guerra, di generali e martiri: oggi prevalgono le decorazioni “flower and bird style”, tutto è più colorato, la città si è spogliata del grigio, c’è più verde.

Pouya Ashfar - Untitled, 2013
Pouya Ashfar – Untitled, 2013

Quanto il tuo disegno è influenzato dallo stile della miniatura persiana?
Abbastanza. Ho studiato per molti anni lo Shahnameh (Libro dei Re) di Ferdowsi. Il protagonista della serie animata che ho realizzato, Rostam in Wonderland, è uno dei personaggi di quel poema. La serie è stata diffusa tramite Internet ed è molto popolare in Iran: racconta di questo eroe, Rostam, che si ritrova catapultato nell’Iran di oggi, costretto a riconciliare la tradizione con la cultura moderna e le questioni sociali attuali che interessano tutti gli iraniani.

In che direzione si muoverà ora la tua ricerca?
Come si vede già nel video in mostra, sto cercando di sviluppare una fusione tra i disegni e l’animazione.  Mi trasferirò a Boston per insegnare in un college e lavorare al prossimo progetto, un video dove gli stessi personaggi che vedi in questi disegni saranno animati, mentre il pubblico potrà controllarli e interagire con essi.

Emanuela Termine

www.pouyaafshar.com
www.shulamitgallery.com

 

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Emanuela Termine
Emanuela Termine (Roma, 1978) è storica dell’arte e curatrice. Ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università La Sapienza di Roma, con una tesi sulle relazioni fra arte e architettura in Italia tra gli Anni Cinquanta e Settanta. Fino al 2013 è stata responsabile della segreteria organizzativa presso la Fondazione Bruno Zevi. Dal 2006 è curatrice senior presso Sala 1 Centro Internazionale d’Arte Contemporanea, a Roma. Nel 2012 ha curato il progetto “Lingua Mamma”, vincitore del concorso "Arte, Patrimonio e Diritti Umani", indetto da Connecting Cultures con il sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.