David Reimondo ha fatto Terna. Intervista con l’artista vincitore del premio

“In principio era il verbo”. Il nuovo lavoro di David Reimondo riflette sul linguaggio attraverso simboli, grammatiche, fonemi, con installazioni che implicano l’approccio sinestetico del fruitore e pongono l’accento sul senso del nuovo, dell’atto creativo, dell’arte nella nostra contemporaneità. A colloquio con il vincitore del Premio Terna 2013.

David Reimondo - TEXT, Legno intagliato, acrilico. Prismi di diverse lunghezze che roteano manualmente su tubi in alluminio

Vincitore del Premio Terna per il 2013, David Reimondo (Genova, 1972; vive a Milano) propone una nuova riflessione, che lo porta su strade complementari rispetto alla sua precedente esperienza e produzione. Dal pane-corpo al simbolo-pensiero, alzandosi su un piano concettuale e sfidante. L’azione principale è rifondare un linguaggio. Ripartire dalle idee, per creare simboli, ripercorrendo a ritroso il senso della comunicazione, dell’arte, di se stesso. Una ricerca che da quasi due anni lo sta impegnando con passione e auto-disciplina. Un linguaggio che vuole schiudersi e consegnarsi alle domande universali dell’uomo per riaffermare la forza della scelta critica.

Ci racconti il tuo nuovo lavoro?
È un work in progress. Mi sento come un bambino che sta facendo molte scoperte, in libera fase di apprendimento, con la stessa euforia, ma anche soggezione. Nasce tutto dal mio bisogno di nuovo. L’arte è come una catena e ogni artista contribuisce a costruirla con il proprio anello. Io cerco di portare il mio contributo alla progressione, mettendomi di fronte alle parole, ri-analizzandole e chiedendomi il loro senso. Per riappropriarmene e farle mie davvero, senza ereditarle passivamente. Agire su di esse cercando di visualizzarle con simboli, senza pretesa dell’universalità. Il mio precedente lavoro si basava sul pane come corpo, struttura e sostanza dell’uomo. Ora mi rivolgo al pensiero, da antropos a logos. L’arte è una tensione ad andare alla ricerca di qualcosa di diverso da sé, qualcosa che sia anche superfluo.

Da dove si riparte?
La vera madre di questa ricerca è la produzione dei simboli. Spoglio le parole dalle sovrastrutture, per arrivare all’essenza visiva e istintiva, sintetizzando, pulendo. Questo mi affascina tantissimo. Ogni simbolo è ideato attraverso centinaia di schizzi a mano e poi, una volta scelto, viene passato graficamente al computer e realizzato fisicamente in legno – almeno in questa prima fase – e imbevuto di inchiostro delle cartucce da stampa esaurite dalle quali recupero le spugnette. Da un oggetto che riproduce e copia, prelevo il pigmento per colorare i miei simboli unici. Questo è un contrasto che mi piace. Il legno è tagliato in modo grossolano per restituire un aspetto artigianale. Questa prima edizione dei simboli rimane mia. è la matrice dalla quale derivare le altre edizioni, in materiali e font grafici diversi.

David Reimondo, Poesia di tre metri
David Reimondo, Poesia di tre metri

Cosa rappresentano?
I simboli sono idee, concetti primari. Non hanno bisogno di perifrasi, ma sono evidenti nella loro visualizzazione. Quando cerco un simbolo, lo invento, mi metto in discussione, cerco me stesso. Questo è il fascino del lavoro. I miei simboli sono accorpati per macro-famiglie, identificate da un elemento visivo in particolare e fonema. Quelli della stessa famiglia hanno lo stesso suono iniziale. Per ora sono duecento. Mi piacciono e soddisfano tutti. Penso che i simboli siano la forma più immediata di linguaggio, direzione verso la quale andremo anche con la tecnologia, quando svilupperemo software capaci di tradurre le nostre parole in simboli.

Da lingua a linguaggio, come si arriva?
Metaforicamente, mi sono preparato la tavolozza di colori dalla quale cominciare a imbrattare la tela.I simboli sono la grammatica.  Il linguaggio arriva con la mia soggettività che compone questi simboli in forme diverse, come fossero armonie e melodie. Così cresce davvero, con le sue diverse applicazioni, che comportano l’uso di diversi sensi: la vista su tutti, ma anche l’udito. Questo è il momento nel quale si trasforma in fraseggio, poesia, racconto, romanzo e nascono i lavori.

Quali altri lavori hai prodotto?
Una trilogia, sebbene abbia prodotto anche altre opere, ma non sono compiute come queste. I simboli sono ovviamente il primo. Segue Text, cioè un testo che si legge, che si traduce, che si comprende giocandoci e muovendolo. Un lavoro che mi ha appassionato per nove mesi, con l’ansia di vederlo realizzato. Il terzo lavoro è l’opera che ha vinto il Premio Terna, Poesia di tre metri. Un’installazione di tubi di varie misure, che compongono una nuvola e soffiano suoni e parole del mio linguaggio. Il suono è un’incredibile scoperta perché è materia. La fisica infatti ci dice che occupa lo spazio propagandosi con onde. I tubi sono la distribuzione del suono nello spazio di un poesia di tre metri, sotto forma di scultura, che leggo. Ho cercato di giostrare il suono come con un’estetica visuale non auditiva.

David Reimondo - TEXT, Legno intagliato, acrilico. Prismi di diverse lunghezze che roteano manualmente su tubi in alluminio
David Reimondo – TEXT, Legno intagliato, acrilico. Prismi di diverse lunghezze che roteano manualmente su tubi in alluminio

Perché rifare un linguaggio?
È il mio personale contributo alla catena progressiva dell’arte. Interrogarmi sul linguaggio, aggiungendo novità. Non cerco l’originalità fine a se stessa, ma partendo da quanto è dato, mi proietto nel futuro. L’arte lavora sulla poesia, sulla ricerca filosofica, sul pensiero che fa l’uomo nella sua progressione. Quello che mi piace è il processo di rianalisi. Oggigiorno diamo tutto per acquisito, quando invece è frutto di scelte e selezioni precedenti. Invece richiedersi il senso delle parole, ha un valore critico fondamentale. È quasi un’epifania. Prendi coscienza del tempo. Tu sei effimero ma hai voglia di comunicare anche alle persone che non sono con te oppure che ti succederanno. Il segno diventa atto della permanenza nello spazio e tempo. Pensa alla mano nella Grotte di Lascaux. La storia dell’arte parte da lì. Ovviamente ci siamo sofisticati così tanto che non ci limitiamo solo all’orma con l’evoluzione dei mezzi di comunicazione. Il linguaggio è stato nella storia anche arma di potere e dominio: pensa ai romani o agli inglesi che imponevano la propria lingua alle civiltà colonizzate. Il linguaggio esprime il modo di pensare dominante.

Quale la tua ambizione?
Ri-analizzo le cose che appartengono alla vita, ma ridandogli un nuovo segno. La forza di tutto il lavoro è qua. In qualche modo, il mondo come l’abbiamo concepito finora e nel quale siamo immersi, sta cambiando. Concetti come politica, società, arte, sono parole nelle quali siamo nati, ma che forse in questa fase dell’evoluzione umana, si sono indebolite. Ho abbandonato il corpo per cercare il pensiero. Penso all’omologazione come teorizzata da Pasolini, per inquadrarla, isolarla, spogliarmene e creare un nuovo futuro. Quando cerco un simbolo, sento di ricostruisce un segno e senso di un cosa….cerco di andare nell’essenzialità nel vero significato. Cercare un simbolo, è fare una scelta. Oggi assumiamo acriticamente quello che c’è, senza metterlo in discussione. Quando ricevo visite in studio, chiedo agli ospiti di immaginare un simbolo di una parola. Mi interessa il processo di smascheramento che sta dietro all’analisi delle parole. Ciascuno di noi dovrebbe ripensare a una lingua. Poi dovremmo proporla in comunità e discutere, dibattere su quello che ci va bene davvero, senza prendere per assunte certe situazioni. L’immaginazione, la scelta, prendere coscienza. Questa l’essenza del mio percorso attuale. È la metafora dell’atto creativo… in principio era il verbo.

Lavori materici e artigianali, ma anche fortemente tecnologici?
Di base sono scultore. Durante gli anni del Liceo Artistico mi esprimevo perfettamente con la creta, mentre con la matita facevo fatica. Come tutti gli scultori, ho bisogno di tools. E in qualche modo i software che applico alla fresa, lo sono.

David Reimondo - Simboli in legno impregnati con inchiostro da stampanti
David Reimondo – Simboli in legno impregnati con inchiostro da stampanti

Quali sono i tuoi riferimenti artistici?
Sono curioso di tutto, ma attratto dagli artisti che sono opposti a me. Credo che di base ci siano due orientamenti principali: quello con un approccio più istintivo-emotivo, che vuole urlare quello che sente. E quello invece che vuole sussurrare-riflettere. Figure come Munch o Pollock, che dipingono subito. E maestri come Duchamp, Andy Warhol, che hanno bisogno del bozzetto. Personalmente appartengo alla seconda categoria: prima ragiono e poi divento operaio delle mie idee e quindi mi dedico alle produzione. Sono molto cinematografico. Faccio una sceneggiatura e poi vado sul set. Gli istintivi invece vivono nel presente. Io non sono così e non tento di cambiare, perché rischierei di perdermi come artista e non trovare più la mia produzione.

E il Premio Terna?
Ero molto agitato. È bello vincere. È proprio bello. Non avevo mai vinto prima, anche perché non ho mai concorso a un Premio. Ma è stata un’ottima opportunità per presentare il lavoro.

Neve Mazzoleni

www.davidreimondo.com


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Neve Mazzoleni
Neve Mazzoleni si è laureata in Lettere Moderne vecchio ordinamento con indirizzo in Storia e Critica delle Arti a Milano con Giovanni Agosti. Nel 2006 ottiene il diploma di master in Management of Art and Culture presso Trentino School of Management ed entra nel team progettuale di UniCredit& Art, diretto da Catterina Seia. Attualmente è project manager culturale in Group Giving, Events & Art Management di UniCredit, dove si occupa del coordinamento generale delle mostre internazionali e della gestione e valorizzazione della Collezione Corporate. Negli anni ha maturato una solida esperienza sulle tematiche delle sponsorizzazioni culturali, del rapporto Pubblico/Privato a favore della Cultura, di innovazione culturale e centri di produzione creativa. Tiene lecture per master di economia della cultura. Scrive per Doppiozero e Artribune, per la quale cura la rubrica da lei ideata Brain Drain - cervelli in fuga del mondo della cultura. Dal 2011 scrive regolarmente per il Giornale delle Fondazioni e per Arte&Imprese. È membro del Comitato di redazione di Tafter Journal. Ha scritto per Fizz, Arskey, Tafter. È iscritta al master in Social Innovation, Social Business&Project Innovation (MES) di ASVI Social change.