Brain Drain. Parola a Francesco Stocchi

Da due anni curatore di successo nel dipartimento di arte moderna e contemporanea del Museo Boijmans van Beuningen di Rotterdam, unico italiano, dove è stato nominato su chiamata per arricchire lo staff di una delle istituzioni di riferimento del Paese. Ancora un talento del nostro sistema dell’arte che ci siamo fatti scappare.

Francesco Stocchi - photo Kees Spruijt

Quali sono le maggiori differenze rispetto a come lavoravi in Italia?
Come curatore indipendente, In Italia non lavoravo per una sola istituzione, ma per una pluralità di organizzazioni. Questo significa mantenere da esterno relazioni completamente diverse. Quello che noto in una cultura decisamente pragmatica come quella olandese è che una risposta affermativa rimane un sì, mentre una risposta negativa un no. C’è una chiarezza e una trasparenza differenti. In Italia è difficile avere un quadro chiaro. Però è vero che questa fluidità rende possibile anche ciò che sembra impossibile.

Cosa offre il sistema dell’arte olandese?
Negli ultimi quarant’anni la cultura del welfare olandese si è resa più strutturata in termini operativi. La presenza dello Stato negli ambiti culturali ha permesso lo sviluppo di interscambi, inducendo molti artisti internazionali a guardare all’Olanda come un luogo dove venire a lavorare. Il sostegno dello Stato ha anche permesso la realizzazione di progetti importanti per le arti visive. Molti artisti ne hanno beneficiato, aprendo i propri studi e realizzando le proprie idee e opere, altri invece si sono impigriti e hanno perso lo spirito della ricerca, adagiandosi sugli aiuti e i finanziamenti che venivano erogati dalla comunità.
La sostenibilità di questo modello è oggi in discussione. Io sono curioso di verificarne gli esiti, secondo me interessanti per il sistema dell’arte.

Elmgreen & Dragset, It's Never Too Late To Say Sorry, 2011 - Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam - photo Tot en met ontwerpen
Elmgreen & Dragset, It’s Never Too Late To Say Sorry, 2011 – Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam – photo Tot en met ontwerpen

Cosa le manca dell’Italia in termini professionali?
Sono in continuo dialogo con l’Italia per il mio lavoro, così come con altri Paesi. Dunque non posso dire che mi manchi realmente o che rimpianga un determinato aspetto. La mostra che verra inaugurata l’8 febbraio al Boijmans van Beuningen, dal titolo Brancusi, Rosso, Man Ray. Framing Sculpture, è un esempio di come il mio trasferimento non abbia comportato un allontanamento da una ricerca estetica che guarda anche all’Italia. La mostra è un’indagine intorno alle interdipendenze di tre artisti molto diversi fra loro, ma accomunati dall’approccio interdisciplinare che ha messo in relazione scultura e fotografia. Forse quello che mi manca dell’Italia è un certo gusto dell’avventura.

Quali differenze nella visione e strategia culturale fra Italia e Olanda?
Sono modelli completamente diversi. L’Italia è un Paese feudale, l’Olanda una monarchia parlamentare. In Italia ci sono 60 milioni di abitanti, mentre in Olanda solo 6 milioni. Questo comporta una facilitazione nella pianificazione culturale, nonché una maggiore coesione nelle decisioni. Tutto ciò determina anche un controllo idoneo e puntuale sull’operato delle iniziative culturali.

Tornerai in Italia? A quali condizioni?
Sicuramente, ma non si tratta di condizioni. Sono decisioni personali.

Ti senti di contribuire al dibattito italiano sull’arte e la cultura, o ne hai preso le distanze?
Credo che il discorso sull’arte debba essere sempre preso su un piano internazionale.

Neve Mazzoleni

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #17

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Neve Mazzoleni
Neve Mazzoleni si è laureata in Lettere Moderne vecchio ordinamento con indirizzo in Storia e Critica delle Arti a Milano con Giovanni Agosti. Nel 2006 ottiene il diploma di master in Management of Art and Culture presso Trentino School of Management ed entra nel team progettuale di UniCredit& Art, diretto da Catterina Seia. Attualmente è project manager culturale in Group Giving, Events & Art Management di UniCredit, dove si occupa del coordinamento generale delle mostre internazionali e della gestione e valorizzazione della Collezione Corporate. Negli anni ha maturato una solida esperienza sulle tematiche delle sponsorizzazioni culturali, del rapporto Pubblico/Privato a favore della Cultura, di innovazione culturale e centri di produzione creativa. Tiene lecture per master di economia della cultura. Scrive per Doppiozero e Artribune, per la quale cura la rubrica da lei ideata Brain Drain - cervelli in fuga del mondo della cultura. Dal 2011 scrive regolarmente per il Giornale delle Fondazioni e per Arte&Imprese. È membro del Comitato di redazione di Tafter Journal. Ha scritto per Fizz, Arskey, Tafter. È iscritta al master in Social Innovation, Social Business&Project Innovation (MES) di ASVI Social change.
  • forse se in italia la finissimo con questo clima da aperitivo dove tutti si compiacciono e si fanno i complimenti, senza mai argomentare le cose e mettendo tutto sullo stesso piano, il sistema migliorerebbe, il pubblico aumenterebbe e quindi anche i fondi pubblici e privati per tenerci Stocchi e i suoi amici. Mi riferisco anche a molti articoli di questa rivista che per il 80% sono:

    – o scelte di parte motivate da ragioni di clan

    -o sono elaborazioni dei comunicati stampa…il parlamento, Artribune, è intorno a voi, per poter cambiare le cose