Kusama secondo Kusama

Esce da Johan & Levi la traduzione dell’autobiografia della grande artista giapponese: una saga personale fatta di ostacoli e lotta per la libertà. Che smentisce i luoghi comuni e precisa la filosofia della sua poetica.

Yayoi Kusama - Infinity Net. La mia autobiografia

Infinity Net è un libro incantevole, diciamolo subito. Ma è anche e soprattutto un libro “utile”. Ora che il nome di Yayoi Kusama (Matsumoto, 1929) è sulla bocca di tutti, infatti, è assolutamente necessario separare la sua opera dal personaggio, per non rischiare di ridurre il suo lavoro a manifestazione folkloristica di una personalità eccentrica. Che ciò possa avvenire proprio grazie a un’autobiografia può sembrare paradossale, ma è esattamente ciò che accade.
Innanzitutto perché, com’è ovvio, la viva voce dell’interessata è più attendibile delle notizie più o meno veritiere che circolano. E soprattutto perché, leggendo l’autobiografia della grande artista giapponese, si rimane ammirati dalla sua estrema lucidità e consapevolezza. Il libro è una dichiarazione di poetica che enuncia la filosofia su cui si basa l’opera dell’artista e allo stesso tempo formula una precisa visione del mondo, intendendo i due aspetti come inscindibili (cosa ovvia ma sempre più spesso negata).
L’arte, scrive la Kusama, deve tendere ad “approfondire la ricerca della verità, la tensione verso la luce, innalzare il cuore verso un domani sfavillante nel rispetto degli esseri umani“. E ancora: “La frattura che separa gli uomini dalle civilizzate ed enigmatiche giungle che essi abitano rivela una moltitudine di problemi di ordine fisico e spirituale La pratica dell’arte, per quanto mi riguarda, si fonda proprio sull’accumulo di tali problemi“.

Yayoi Kusama
Yayoi Kusama

Leggendo il libro si percorrono le tre stagioni della sua vita dell’artista e della sua carriera: l’infanzia in Giappone, il periodo statunitense, il ritorno in Giappone. E tutti gli aspetti della sua arte. Compresa la straordinaria stagione degli happening, quelli orgiastici che invocavano la liberazione sessuale e quelli di protesta nelle strade (a cui October ha dedicato un approfondito saggio in uno dei suoi ultimi numeri). E poi la fondazione della Kusama Enterprise, la creazione di abiti, l’attività di scrittrice. E fatti personali, come l’anomala storia d’amore con Joseph Cornell, che la tempestava di telefonate e biglietti d’amore, vincendo solo per lei la sua misantropia, e i rapporti con Donald Judd, Andy Warhol e molti altri.
I disturbi mentali, il cui superamento è esplicitamente dichiarato come uno dei moventi della creazione, vengono così ricollocati tra i tanti ostacoli che Kusama ha dovuto affrontare nella sua carriera da “guerrigliera”. Il trasferimento alla cieca negli Stati Uniti (incoraggiato anche da una corrispondenza con Georgia O’Keeffe); la ristrettezza mentale del suo Paese, anche nel settore culturale, e l’invidia di colleghi giapponesi; la reazione conservatrice che anche negli Stati Uniti suscitava la sua opera e la repressione della polizia statunitense (“Per dare forma alle mie idee dovetti infrangere molte regole sociali ed espormi a incarcerazioni, processi e persecuzioni da parte dell’FBI“).
Questi e molti altri elementi compongono un’autobiografia che è una saga personale intrisa di libertarismo e assieme uno spaccato della società giapponese e statunitense, nonché del mondo dell’arte.

Stefano Castelli

Yayoi Kusama – Infinity Net. La mia autobiografia
Johan & Levi, Milano 2013
Pagg. 160, € 19
ISBN 9788860100993
www.johanandlevi.com

CONDIVIDI
Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.